Zev Hoover

Né le situazioni quotidiane, né le situazioni-limite, si segnalano per qualcosa di raro o di straordinario. È solo un’isola vulcanica di poveri pescatori. È solo una fabbrica, una scuola… Passiamo a fianco di tutto questo, anche della morte, anche degli incidenti, nella nostra vita abituale o in vacanza. Vediamo, più o meno subiamo una potente organizzazione della miseria e dell’oppressione. E non siamo privi di schemi senso-motori per riconoscere queste cose, sopportarle o approvarle, comportarci di conseguenza, tenuto conto della situazione, delle nostre capacità, dei nostri gusti. Possediamo degli schemi per voltarci dall’altra parte quando le cose sono troppo sgradevoli, per ispirarci la rassegnazione quando sono orribili, per farci coinvolgere quando sono troppo belle. Osserviamo a questo proposito che anche le metafore sono astuzie senso-motorie che ci suggeriscono qualcosa da dire quando non si sa piú che fare: sono schemi particolari, di natura affettiva. Un cliché è appunto questo. Un cliché è un’immagine senso-motoria della cosa. Come dice Bergson, noi non percepiamo la cosa o l’immagine intera, ne percepiamo sempre meno, ne percepiamo solo quel che siamo interessati a percepire, o piuttosto quel che abbiamo interesse a percepire, in ragione dei nostri interessi economici, delle nostre convinzioni ideologiche, delle nostre esigenze psicologiche. Abitualmente percepiamo dunque soltanto cliché. Ma se i nostri schemi senso-motori si inceppano o si rompono, allora può apparire un altro tipo d’immagine: un’immagine ottico-sonora pura, l’immagine intera e senza metafora, che fa sorgere la cosa in se stessa, letteralmente, nel proprio eccesso d’orrore o di bellezza, nel proprio carattere radicale o ingiustificabile, perché essa non deve piú essere «giustificata», nel bene e nel male… L’essenza della fabbrica si palesa e non si può più dire «bisogna pure che le persone lavorino…» Ho creduto di vedere dei condannati: la fabbrica è una prigione, la scuola è una prigione, letteralmente, non metaforicamente. Non si fa seguire l’immagine di una prigione a quella di una scuola: sarebbe indicare semplicemente una somiglianza, un rapporto confuso tra due immagini chiare.

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