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Già si è detto tutto, ma siccome viviamo dimenticando, bisogna continuare a ripeterlo. La ripetizione non è innocente: produce nuovi effetti.

Se si pensa al termine “postmoderno“, vengono rapidamente in mente persone come Nietzsche, Heidegger, Foucault e Derrida, ma nessuno ha mai pensato che sia stato Kant ad avviare, o almeno, a facilitare questa tendenza. E perché Kant? Perché con la sua rivoluzione copernicana ha messo l’uomo al centro del cosmo, epistemologicamente parlando, per cui, la conoscenza, che prima era un riflesso passivo dell’ordine cosmico, diventa poi, con lui, attiva produzione dell’uomo; l’unica cosa che lo salvò dal relativismo è stata che l’apparato produttivo fu lo stesso per tutti. Ciò che distinse Kant dagli autori menzionati in precedenza, è che il locus – luogo – produttivo della conoscenza e il suo significato è passato, dalle operazioni mentali, alla locuzione della lingua. Non è dunque, un’operazione trascendentale ma storica e socialmente costruita; ma non è necessario essere un Heidegger o un Foucault per apprezzare l’importanza del linguaggio, poiché il celebre giro linguistico è noto anche nella filosofia analitica.
In quest’articolo ci concentreremo su Jacques Derrida. La premessa di prima riguardo il linguaggio, serviva per entrare in una delle più famose dichiarazioni di Derrida: “il n’y a pas de hors-texte“. Comunemente tradotto come “non vi è nulla al di fuori del testo“, ma sarebbe più corretto dire “il testo non ha un fuori o sarebbe un esterno al testo.” Che cos’è un testo? Per la maggior parte delle persone, un testo è una raccolta di parole su un foglio, ma anche ciò che si ascolta, e che esce dalla bocca è un testo, così come lo sono i gesti o le cose più complesse come le regole degli scacchi o della moda. Un testo per Derrida è qualsiasi cosa che significhi e che deve essere interpretata.
Così, abbiamo un testo, ma ci dice che non c’è nulla fuori di esso, che il testo è tutto. Che cosa vuol dire? Prima di tutto bisogna capire che questa non è un’affermazione ontologica ma epistemologica, che è poi, qualcosa di simile a quello che dice Kant, quando afferma che non abbiamo accesso al mondo nella sua essenza, ma solo alla fenomenologia, ossia, ciò che a noi appare. Dire che tutto è testo, dunque, significa che tutto è interpretabile, che il tutto si trova nel contesto. Per leggere un testo, come dice lui stesso, «dobbiamo considerare questo contesto illimitato, e mettervi l’attenzione più acuta e amplia, in un movimento incessante di ricontestualizzazione.
E proprio la frase – movimento incessante – coglie bene il tenore del suo pensiero. I testi, sia di Platone, Rousseau o Hegel, si elaborano con argomenti diretti a risolvere un problema particolare, che si tratti di politica, della natura della coscienza umana o dell’etica, è dire come stanno le cose, che questa è la realtà, come fossero edifici costruiti su solide fondamenta, indistruttibili. Ecco, ciò che Derrida vuole farci vedere, è che queste fondamenta non sono così solide come sembrano, che, di fatto, sono movibili. Nei testi che Derrida scrive, sui testi della tradizione, ciò che evidenzia è quest’incessante movimento delle fondamenta, cercando di evidenziare, l’inevitabile alterità ch’è in agguato alla purezza della verità e dell’identità. Il metodo, lo stile o la strategia che usa per farlo, lo chiama decostruzione.
Ora, l’uso della parola “decostruzione” come lo stesso “postmodernismo” è stato molto abusato nella cultura popolare, basti vedere Internet, dove si scambia per decostruzione di ogni tipo di fenomeno, quella che nella maggior parte dei casi è una semplice critica. Ciò che invece fa Derrida, è qualcosa di diverso e molto preciso: prende il termine di Heidegger e la sua nozione di “Abbau” o “Distruzione“; ciò che Heidegger voleva distruggere, erano i concetti ontologici che si sono induriti nel tempo e che nascondono le fonti primordiali dell’Essere. Per fare in modo che la sua forma di lettura dei testi, non connotasse violenza, Derrida sceglie la parola “decostruzione”, che ha la concezione di smontaggio; ma nonostante ciò, nel mondo filosofico, si concepisce la decostruzione, come qualcosa di violento, come se Derrida con un martello volesse frantumare, le idee canoniche d’occidente. Questa in realtà, è l’immagine che troviamo nel titolo del libro di Nietzsche: Il crepuscolo degli idoli, ovvero Come si filosofa a martellate. Nietzsche spiega però, che il suo martello è un diapason, con cui da un tocco su qualcosa e la vibrazione che genera, fa sì che l’oggetto, come può essere un qualche argomento di Platone ad esempio, cada sotto il suo peso. Ecco, questa, è la decostruzione derridiana, non fa dunque a pezzi i testi, ma spingendoli qua e là, sono le loro stesse contraddizioni interne a far sì, che si smantellino da sé.
Finora, abbiamo parlato di testi come edifici, ma lasciamo per il momento questa caratterizzazione metaforica, per raggiungere una comprensione più precisa e concettuale. Nel testo che si è appena enunciato, come potete vedere, si è distinto il metaforico e il concettuale. Nel lessico di Derrida, questo si chiama opposizione binaria, in quanto, il nostro pensiero, muove da questi valori: maschio/femmina, spirito/natura, mente/corpo, sano/folle, parola/scrittura, ecc. per cui, ciò che spesso accade, è la prevalenza di un opposto sull’altro; per quanto riguarda la struttura e la dinamica di queste opposizioni, molto si deve a Ferdinand de Saussure, che ha fortemente influenzato Derrida. Riprendiamo dunque per un momento il suo pensiero.
In primo luogo, il buon senso ci dice che il linguaggio è un insieme di nomi che corrispondono a diversi oggetti nel mondo. Saussure non è d’accordo. Nel suo Corso di Linguistica Generale, dice che il linguaggio non è una semplice nomenclatura; ciò che permette alla parola ‘gatto’ di funzionare come segno, non è la sua relazione con qualcosa nel mondo, ma sono le differenze che ha con altri segni in un sistema linguistico. Un segno ‘significa‘ dunque, quando si oppone a un altro segno, all’interno del sistema linguistico. Saussure dice: “Nella lingua ci sono solo differenze. Più importante ancora è quanto segue: una differenza, implica generalmente, termini positivi tra i quali si erge la diversità; ma nel linguaggio, ci sono solo differenze, senza termini positivi.” Cosa s’intende per “termine positivo“? Si riferisce a un termine, un segno, che ha il suo senso positivo dentro di sé, come se fosse ancorato in qualcosa di naturale; questo però, al di fuori del sistema linguistico, perché questo, gli darebbe un senso assoluto, poiché qui, i segni, hanno il loro senso semplicemente in funzione delle differenze rispetto ad altri segni.
Questo è molto importante per Derrida, perché significa che l’identità di un testo, ciò che vuole porre come vero o buono, è effettivamente costruita, a partire dell’elaborazione, di opposizioni e differenze e, se queste non contano su termini positivi, la relazione è contingente e intrinsecamente instabile. Derrida coglie quest’idea nella sua famosa nozione di “différance”. Questa parola è un suo neologismo basato sul verbo francese “différer“, che in italiano sarebbe “differire“. Può significare “essere diverso da” e anche “posporre o rinviare“. Quando conia la parola, différance, Derrida combina le due accezioni, per far notare due aspetti della dinamica di un testo. Il primo si è già visto con Saussure: i segni funzionano quando si distinguono dagli altri.
Ora, immaginate un testo, che ha la sola parola “gatto“. Non significherebbe nulla. “Gatto” può agire come un segno, perché si distingue graficamente da “papera”, “casa” e “libro”, per cui, se ho solo la ripetizione di questo segno “gatto“, ho qualcosa di concreto, ma che non significa nulla, solo se stesso. Questo ci porta al secondo aspetto della différance. Il primo, l’essere distinto da, è spaziale. Il secondo, quello di posticipare o far scadere, è temporaneo, per cui, non posso sapere cosa significa il segno “gatto” finché non lo vedo in relazione con altri segni in un contesto. Cos’è? Che cosa significa questo? Che la relazione è il contesto. Noi, non riconosciamo un marchio come un segno, finché non lo distinguiamo da altri marchi, e non riconosceremo il significato di quel segno, fino a quando non si trovi in un dato contesto. Questo secondo aspetto della différance è molto importante, perché implica che il significato di una parola, di una frase o di un testo intero, non avviene in un istante, in maniera immediata e piena, ma è spostato in un futuro indefinito di segni posteriori che lo interpretano, e che gli conferiscono un contesto. Questo fenomeno, possiamo riconoscerlo, quando prendiamo un dizionario, per cercare il significato di una parola. Nella definizione, che c’è data, possiamo vedere, che ci sono più segni, più parole, il cui significato cambia in base al contesto.
Il punto di tutto questo per Derrida è che a causa della dinamica di différance, nessun segno, può fissare definitivamente il significato, poiché questo, si produce attraverso il gioco delle differenze. I significati non esistono in forma naturale prima di essere ancorati dal linguaggio, ma è proprio il sistema linguistico che le produce attraverso la différance. Questa è l’idea di base che ci aiuta a capire Derrida quando decostruisce un testo.

Crediti
 • Darin McNabb •
 • Pinterest •   •  •
 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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