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Io sono lo Scrittore, non sono un uomo. Se fossi un uomo sarei già Unabomber da un bel po’ e senza neppure uscire dall’ambito del focolare.

Il vero oggetto (l’opera) e il vero soggetto ( lo Scrittore) della letteratura della modernità risiedono nell’autonomia intellettuale, esistenziale, economica, politica; e sono indifferenti allo scambio merceologico ed esistenziale che, di necessità, opera e operatore comportano come tutti gli altri parti umani. […] Quando scrivo un romanzo, lo sento riuscito se sono riuscito ad andare al di la di me stesso e, quindi, se sono entrato nella carne viva dell’umano. Faccio un esempio di che cosa è questa carne viva dell’umano, oltre i clichés ricevuti e ritrasmessi.

Mia sorella un giorno, col marito e le due figliolette di pochi anni, fece una gita conviviale in battello sul Lago di Garda, la nebbia era così fitta e il capitano così ubriaco che il battello a un certo punto si incagliò, rinculò, buttò tutti i passeggeri a gambe all’aria e prese ad affondare. Nessuno sapeva in che punto si trovavano e il panico prese il sopravvento, ognuno si diede alla fuga, chi gettendosi in acqua chi cercando di raggiungere la riva calandosi alla cieca senza neppure sapere se c’era un fondo da toccare.

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Ora, va detto che mia sorella era – ed è – una madre premurosa, una donna di valore riconosciuto, cresciuta lavorando in un istituto per sordomuti, e un’attivista della Democrazia Cristiana buttata fuori dal partito perché troppo proba enon disposta a lasciarsi usare per permettere ai pochi capetti locali di arraffare e di arricchirsi, insomma: una donna coraggiosa, irreprensibile, una madre e moglie esemplare, una donna dotata di grande sangue freddo quando chiunque altro si lascia prendere dal panico, organizzatrice di soccorsi, di aiuti concreti quando tutti danno con la testa contro il muro, una militante cattolica attiva e pratica e, quel che più conta, capace ed energica, che pur di difendere un suo scolaro di famiglia disadattata non esita a intervenire in pirima persona sollecitando istituzioni e uffici di collocamento, una donna famosa per la sua onestà e severità amministrativa e senso dello stato, una lavoratrice instancabile, con l’unico neo, perdonabile, di essere una popolana imborghesita per acquisizione, mentre da popolana originaria, come tutti noi frutti del ventre di un’unica Maria, aveva già il privilegio di essere di indole regale senza aggiungere altro (al limite, nemmeno un marito).

Ora, che cosa succede a quella giovane madre e sposa e cittadina di prim’ordine su quel battello che sta affondando e dove chi se ne frega del prima le donne e i bambini ma è tutto un fuggi fuggi salvo uno (vedremo dopo chi è) ?

La letterarietà vorrebbe che la mia quasi pia sorella, coadiuvata dal marito, metta in salvo le proprie figlie prima ancora di pensare a mettere in salvo se stessa: macché! A precipizio abbandona i tre al loro eventuale destino e si getta dalla prua sulla scarpata, e solo una volta messasi in salvo arrampicandosi fuori dalle acque e dalla nebbia, si rende conto di quello che ha fatto – è lei stessa ad averi raccontato questo episodio stupita di se stessa, e quasi divertita, di fronte agli imprevisti dela vita e del carattere che non si sa mai bene se da essa viene formato o se è esso a formare la vita reagendo ad essa e ai suoi imprevisti per come preesiste nell’individuo.

In un attimo decisivo, in un attimo di verità e di scelta obbligata di un destino, la madre si spoglia da millenni di cattolicesimo e di coazione alla placenta e di sacri valori del focolare e ritrova interamente la propria animalità di essere umano in pericolo di vita e fugge da ogni dovere, da ogni condizionamento sociale e famigliare e religioso, corre verso l’unica cosa che conta in quell’istante: salvare la propria pelle.

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Corre verso una verità ultima del proprio essere, corre cioè verso la grande letteratura: rivela senza remore l’altra faccia della propria medaglia, dove non c’è posto per il cliché della dona nata per partorire ma solo per l’umana che vuole sopravvivere a ogni costo. Ecco perché la grande letteratura, non prendendo alla lettera le apparenze dei ruoli assegnati alle persone – ai sessi… – dalla società e dai condizionamenti dell’educazione, aspetta la gente al varco della loro più intima verità e a ciascuna persona assegna il personaggio corrispondente che ne ribalti la facciata ufficiale. E se la Letteratura non esalta gli esseri sociali incondizionatamente per la faccia che mostrano, neppure condanna gli esseri umani eccessivamente per l’altra che sono costretti prima o poi a rivelare. […]

La vita messa alle strette è speculare alla Letteratura in tutta libertà.

Questo episodio dimostra infatti che la vita tende agguati alla letteratura perché la letteratura (andando oltre la trappola dello stesso cliché su entrambe le facce della medaglia e quindi oltre la letterarietà che umilia la complessità e la caducità della vita volendole dare una nobiltà e una e un’eternità di cui fa volentieri a meno) registri gli avvenimenti senza esprimere giudizi aprioriistici a favore o a sfavore. La letteratura, diventando impensabile, cioè senza essere pensata dalla morale comune, e semplicemente realista e idealista, e cioè onnicomprensiva delle umane cose e della loro contraddittorietà all’interno di una stessa integrità in cui bene e male, tragico e comico stanno congiunti e inscindibili. Se la realtà è superiore alla fantasia, non si dà Letteratura se non è superiore alla realtà.

La morale dello Scrittore potrebbe essere questa nei confronti del personaggio della Sorella: perché mai dovrei farle degli sconti esistenziali se, impeccabile nel suo ponderatissimo ruolo quotidiano, poi in un attimo decisivo si comporta così istintivamente nella sua essenza umana? e, se questo attimo decisivo decido che non è poi così determinante per far piazza pulita di una coerenza morale affettiva comprovata nei decenni, perché dovrei mai sentirmi in dovere di esaltar solo la conformità indefessa di questa decennale coerenza morale visto che la vita stessa, in quell’attimo di fuga da tutti e di negazione di ogni valore, è venuta a spezzarla? La grande letteratura non si comporta come la comune vita: fa convivere le contraddizioni umane, integra il disumano con l’umano, ama troppo l’umanità per idealizzarla e per demonizzarla. La letterarietà – che si vuole sempre consolante e rassicurante a costo della menzogna e dell’ipocrisia – come la comune vita schematizza e perciò separa e disintegra, rende l’umano più bello di quello che è: più buono o più cattivo, cioè più mostruoso.

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Sullo stesso battello affondato si trovava anche mio fratello Angioletto con la moglie – si trattava di una gita sociale dell’ Avis, lui è un donatore storico di sangue. Inutile adesso riaprire qui antiche ferite sui miei sentimenti verso questo fratello che in gioventù, istigato da mio padre di cui era succubo, mi ha fatto passare anni di incubo e di botte e di caccia-all’infame (io) senza mai un briciolo di pietà, ma sono costretto a registrare questo mio antico – e ora del tutto vinto – odio verso di lui perché si comprenda meglio ciò che sto per raccontare.

Angioletto non ha mai avuto ruoli sociali, non ha alcuna istruzione scolastica, è stato castrato dal padre (che pure adorava: l’unico di noi, e un padre così si poteva adorare solo se insanamente compromessi), un incidente in moto ha reso infelice la sua gioventù, è stato spesso disoccupato, è un allegrone che non disdegna l’osteria, è profondamente onesto ma sempre in lotta con il fine mese anche adesso, ha una mentalità inevitabilmente di destra affascinata dai padroni e dai ragionieri che si sono fatti strada (“Il fascismo dei vincitori è niente in confronto al fascismo dei vivi”, Suicidi dovuti) ma, soprattutto, al tempo del naufragio non era ancora uscito dall’orbita del mio rancore e dalla mia rabbia di non aver mai potuto in gioventù – dodici anni di differenza – né pestarlo una buona volta a sangue né, almeno, ucciderlo. Non ero quindi ben disposto a fargli sconti di alcun genere. Ebbene, cosa fa Angioletto, sempre da noi famigliari sottovalutato (giustamente, diciamolo), a differenza di mia sorella? non fa ciò che la letterarietà assegnerebbe alla sua figura negativa – darsi alla fuga – ma fa ciò che la letterarietà avrebbe fatto fare a mia sorella in quanto madre: è lui a mettere in salvo tutti, perfino l’equipaggio, ferendosi, sbattendosi, portando donne e bambini a braccia dal battelo alla riva fra gli scogli e, finalmente, guardatosi in giro, gridando nella nebbia, chiedendo se c’è ancora qualcuno, non ricevendo risposta, mette in salvo se stesso.

Be’, se uno fa una cosa così, tanto cattivo d’animo – come io pensavo egoisticamente pensando ai miei personali trascorsi con lui e le sue manacce – non è: perché, dunque, se pubblicamente ha rivelato un’anima generosa e altruista, non fargli intimamente degli sconti, anche se non è me che ha portato in salvo una sola volta? Ed è elaborando sentimenti da Scrittore confrontato con le verità inaudite, banalissime, della vita che da quel momento il mio sentimento verso mio fratello ha preso tutt’altra piega. Oggi, oserei dire, è il mio preferito e il messaggio è chiaro; non abbiamo niente di niente da dirci, e questo è già un grande traguardo per entrambi. Egli non nasconde niente di peggiore di quanto non riveli già, da uno così ti possono arrivare – come la storia del salvataggio conferma – solo piacevoli sorprese. Ma dagli altri due? dall’altro mio fratello e dalla sorella riconosciuti come già buoni e intelligenti e sensibili? Meglio diffidare un po’ di coloro riconosciuti già dei buoni in sé. L’esperienza da Scrittore mi ha insegnato che l’esperienza che hai fatto con i cattivi è ancora niente rispetto all’esperienza cui potresti andare incontro con i buoni.

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Crediti
 • Aldo Busi •
 • Nudi di madre •
 • Pinterest •   •  •

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