
L’idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell’Ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore erano troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai. Quand’ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia contessa: «Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare». Oggigiorno la gente parla con minore franchezza, ma questo modo di ragionare sussiste ed è fonte di una grande confusione economica. Consideriamo apertamente l’etica del lavoro. Ogni essere umano, per necessità, consuma nel corso della sua vita una certa quantità del prodotto dell’umana fatica. Supponendo, come suppongo io ora, che la fatica sia in sostanza ben poco piacevole, è ingiusto che un uomo consumi più di quel che produce. Naturalmente egli può produrre servizi utili anziché beni materiali, facendo il medico, ad esempio, ma in ogni caso deve dare qualcosa in compenso di vitto e alloggio. Fino a questo punto, ma solo fino a questo punto, ammettiamo che il lavoro è un dovere. Non insisterò sul fatto che in tutte le società moderne, molta gente riesce a risparmiarsi anche questo minimo lavoro, in particolar modo coloro che ereditano o sposano i quattrini. Non penso però che il fatto che questa gente se ne stia senza far nulla sia dannoso quanto il credere che i salariati debbono spezzarsi la schiena o morire di fame.
Oggigiorno la gente parla con minore franchezza
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