
Mi sono trascinato in queste settimane di lutto come un naufrago che cerca disperatamente terraferma, bussando a tutte le porte del Cielo con i pugni sanguinanti. Ho gridato, ho supplicato, ho cercato di piegare Dio alla mia logica, di costringerlo a spiegarmi il perché di questa mutilazione insensata. Ho chiesto dove fosse H., se esistesse ancora, se ci saremmo rivisti. Ho chiesto se l’amore fosse solo una beffa biologica destinata a finire nel nulla o se avesse un significato eterno. Ma ogni volta che ho formulato queste domande con la pretesa di un diritto, il silenzio che mi è tornato indietro è stato assordante. Inizialmente l’ho interpretato come un rifiuto, come la prova dell’indifferenza divina o, peggio, della non esistenza di Dio. Mi sembrava di parlare a un muro di bronzo, freddo e impenetrabile. Ma ora, mentre il dolore acuto lascia spazio a una sorta di stanchezza lucida, comincio a percepire quel silenzio in modo diverso. Non è vuoto. Non è assenza. È una presenza così densa che non lascia spazio alle parole umane, così come la luce del sole non lascia spazio alla luce di una candela. Ho smesso di urlare e ho iniziato ad ascoltare quel silenzio. E mi accorgo che non stavo ricevendo risposte perché le mie domande erano sbagliate, formulate da una prospettiva così limitata da renderle prive di senso nel contesto della realtà divina.
Quando pongo le domande fondamentali davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta. Ma è un nessuna risposta di tipo speciale. Non è la porta sprangata. Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda. Come a dire: Zitto, bimbo; tu non capisci. Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta. Quante ore ci sono in un metro? Giallo è quadrato o rotondo? È probabile che buona parte dei nostri interrogativi – buona parte delle nostre grandi questioni teologiche e metafisiche – siano domande di questo genere.
Se chiediamo: Perché hai permesso che morisse?, presupponiamo di conoscere cosa sia la morte, cosa sia la vita e cosa sia il bene per una creatura. Ma se la morte non fosse affatto la fine, se fosse un passaggio a una modalità di esistenza così diversa dalla nostra che i nostri concetti di perdita e separazione non si applicano più, allora la domanda stessa crolla. Sarebbe come se un bambino chiedesse perché il seme deve essere sepolto e distrutto nella terra buia, ignorando che quella distruzione è la condizione necessaria per diventare albero. Il giardiniere non risponde al bambino spiegandogli la botanica molecolare, perché il bambino non capirebbe; il giardiniere sorride e continua a piantare. Così sento che Dio mi sta trattando ora. Non con crudeltà, ma con la pazienza infinita di chi sa che un giorno capirò, e che quel giorno riderò delle mie stesse domande angosciate. H. è morta, sì. Il suo corpo non c’è più. Ma il legame? Forse sto cercando di misurare l’amore con il metro del tempo e dello spazio, strumenti inadatti per le cose eterne. Forse sto chiedendo Dov’è lei? come se lei potesse essere collocata in un punto geografico dell’universo, mentre lei ora partecipa di una realtà che trascende la geografia. E questo mi porta a riflettere sulla natura stessa della fede. Non è un insieme di proposizioni logiche su cui si può dibattere, ma è un atto di fiducia radicale verso Qualcuno che ne sa più di noi. È accettare di camminare nel buio, mano nella mano con Lui, senza pretendere di vedere la mappa completa del viaggio. Forse il dolore è il prezzo che paghiamo per amare, ma è anche lo strumento che rompe il guscio del nostro egoismo, permettendoci di intravedere, anche solo per un istante, quella realtà ulteriore dove le domande non hanno più bisogno di risposte perché sono state superate dall’Evidenza. Non sono arrivato alla fine del dolore, ma sono arrivato a una radura. Non ho le risposte, ma ho smesso di esigere che l’Universo si giustifichi davanti al mio piccolo tribunale umano. E in questo silenzio, stranamente, sento che H. non è mai stata così vicina, non come un ricordo, ma come una presenza reale, liberata dai limiti che la malattia le aveva imposto, viva in un modo che io, ancora prigioniero del tempo, posso solo intuire ma non comprendere appieno.
Evidenza: Stato in cui la verità si manifesta con tale chiarezza da rendere superflua ogni domanda logica, rappresentando il punto di arrivo in cui la fede si trasforma in visione diretta della realtà divina.
Muro di bronzo: Metafora che descrive la sensazione iniziale di isolamento e rifiuto provata dal credente sofferente, quando percepisce il cielo come una barriera fredda e impenetrabile alle proprie suppliche e grida.
Mutilazione: Termine usato per descrivere la perdita traumatica della persona amata, percepita come l’amputazione di una parte vitale del proprio essere, rendendo il mondo privo di senso e di coerenza biologica.
Radura: Spazio simbolico di quiete e chiarezza che si apre dopo la fase acuta del dolore, dove l’uomo smette di pretendere risposte e accetta di dimorare nel silenzio e nella presenza dell’assoluto.
Il diario di un dolore
Parte Quarta (IV) del libro, che corrisponde all'ultimo capitolo del breve memoriale.
Pubblicazione in Italia: Gennaio 1990
SchieleArt • La morte e la fanciulla • 1915
La dissoluzione dell'io nel silenzio ⋯
L'illusione dell'io separato si dissolve quando entri nella dimensione del silenzio, lasciando spazio a una realtà più vasta e compassionevole
Alan Watts La saggezza del dubbio
Filosofia, Zen
La superiorità del lusso sull'affetto ⋯
Un bacio sulla mano può farti sentire meglio, ma una tiara di diamanti è per sempre.
Marilyn Monroe Gli uomini preferiscono le bionde
Cinema, Umorismo, Commedia musicale
Rigore da giocatori di scacchi ⋯
Il contatto e il sistema di Tlön hanno disintegrato questo mondo. Incantata dal suo rigore, l'umanità dimentica e torna a dimenticare che si tratta di un rigore di scacchisti, non di angeli.
Jorge Luis Borges Finzioni
Letteratura fantastica, Metafisica
Il plagio reciproco tra arte e vita ⋯
Come per il resto, non sono più colpevole, nell'imitare la vita reale, di quanto la vita reale sia responsabile nel plagiarmi.
Vladimir Nabokov Parla memoria
Letteratura russo-americana, Riflessione metaletteraria, Autobiografia
La perseveranza di un passo alla volta ⋯
I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi; e non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò ancora incontrare il fallimento al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada. Non potrò mai sapere quanto è vicino, se non avrò svoltato l'angolo.
Sempre avanzerò d'un passo. E se questo non recherà vantaggio, ne farò un altro; e un altro ancora. In verità un passo alla volta non è difficile.
Og Mandino Il più grande venditore del mondo
Sviluppo personale, Motivazionale, Saggistica
Diario di un dolore di Clive Staples Lewis
Scritto dopo la morte della moglie, questo testo è una confessione nuda e struggente sulla crisi della fede di fronte alla perdita. L’autore descrive inizialmente Dio come un muro di bronzo, per poi approdare alla consapevolezza che le proprie domande erano formulate da una prospettiva limitata. È l’opera che più di ogni altra ricalca il percorso descritto nel brano, trasformando il grido di ribellione in una lucida stanchezza capace di ascoltare il silenzio divino.
Il problema della sofferenza di Clive Staples Lewis
In questo saggio filosofico e teologico, l’autore affronta la questione del dolore da un punto di vista intellettuale, cercando di conciliare l’esistenza di un Dio buono con la sofferenza delle creature. Il libro analizza il concetto dell’egoismo che deve essere spezzato per permettere l’ingresso della luce divina. Rappresenta la base teorica per comprendere perché alcune grandi questioni metafisiche possano essere, agli occhi di Dio, domande prive di senso logico o senza risposta.
L’ombra di Dio di Sergio Quinzio
L’opera riflette sulla paradossale vicinanza di una divinità che sembra assente o silenziosa nel momento del bisogno estremo. Quinzio esplora la natura della speranza cristiana come un atto di fiducia radicale che non pretende mappe o giustificazioni razionali. Il testo dialoga con l’idea della radura nel dolore, dove l’uomo smette di ergersi a tribunale dell’universo e accetta il mistero di una presenza che trascende i limiti della geografia e del tempo.



















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