Egon Schiele ⋯ La morte e la fanciulla
Mi sono trascinato in queste settimane di lutto come un naufrago che cerca disperatamente terraferma, bussando a tutte le porte del Cielo con i pugni sanguinanti. Ho gridato, ho supplicato, ho cercato di piegare Dio alla mia logica, di costringerlo a spiegarmi il perché di questa mutilazione insensata. Ho chiesto dove fosse H., se esistesse ancora, se ci saremmo rivisti. Ho chiesto se l’amore fosse solo una beffa biologica destinata a finire nel nulla o se avesse un significato eterno. Ma ogni volta che ho formulato queste domande con la pretesa di un diritto, il silenzio che mi è tornato indietro è stato assordante. Inizialmente l’ho interpretato come un rifiuto, come la prova dell’indifferenza divina o, peggio, della non esistenza di Dio. Mi sembrava di parlare a un muro di bronzo, freddo e impenetrabile. Ma ora, mentre il dolore acuto lascia spazio a una sorta di stanchezza lucida, comincio a percepire quel silenzio in modo diverso. Non è vuoto. Non è assenza. È una presenza così densa che non lascia spazio alle parole umane, così come la luce del sole non lascia spazio alla luce di una candela. Ho smesso di urlare e ho iniziato ad ascoltare quel silenzio. E mi accorgo che non stavo ricevendo risposte perché le mie domande erano sbagliate, formulate da una prospettiva così limitata da renderle prive di senso nel contesto della realtà divina.

Quando pongo le domande fondamentali davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta. Ma è un nessuna risposta di tipo speciale. Non è la porta sprangata. Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda. Come a dire: Zitto, bimbo; tu non capisci. Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta. Quante ore ci sono in un metro? Giallo è quadrato o rotondo? È probabile che buona parte dei nostri interrogativi – buona parte delle nostre grandi questioni teologiche e metafisiche – siano domande di questo genere.

Se chiediamo: Perché hai permesso che morisse?, presupponiamo di conoscere cosa sia la morte, cosa sia la vita e cosa sia il bene per una creatura. Ma se la morte non fosse affatto la fine, se fosse un passaggio a una modalità di esistenza così diversa dalla nostra che i nostri concetti di perdita e separazione non si applicano più, allora la domanda stessa crolla. Sarebbe come se un bambino chiedesse perché il seme deve essere sepolto e distrutto nella terra buia, ignorando che quella distruzione è la condizione necessaria per diventare albero. Il giardiniere non risponde al bambino spiegandogli la botanica molecolare, perché il bambino non capirebbe; il giardiniere sorride e continua a piantare. Così sento che Dio mi sta trattando ora. Non con crudeltà, ma con la pazienza infinita di chi sa che un giorno capirò, e che quel giorno riderò delle mie stesse domande angosciate. H. è morta, sì. Il suo corpo non c’è più. Ma il legame? Forse sto cercando di misurare l’amore con il metro del tempo e dello spazio, strumenti inadatti per le cose eterne. Forse sto chiedendo Dov’è lei? come se lei potesse essere collocata in un punto geografico dell’universo, mentre lei ora partecipa di una realtà che trascende la geografia. E questo mi porta a riflettere sulla natura stessa della fede. Non è un insieme di proposizioni logiche su cui si può dibattere, ma è un atto di fiducia radicale verso Qualcuno che ne sa più di noi. È accettare di camminare nel buio, mano nella mano con Lui, senza pretendere di vedere la mappa completa del viaggio. Forse il dolore è il prezzo che paghiamo per amare, ma è anche lo strumento che rompe il guscio del nostro egoismo, permettendoci di intravedere, anche solo per un istante, quella realtà ulteriore dove le domande non hanno più bisogno di risposte perché sono state superate dall’Evidenza. Non sono arrivato alla fine del dolore, ma sono arrivato a una radura. Non ho le risposte, ma ho smesso di esigere che l’Universo si giustifichi davanti al mio piccolo tribunale umano. E in questo silenzio, stranamente, sento che H. non è mai stata così vicina, non come un ricordo, ma come una presenza reale, liberata dai limiti che la malattia le aveva imposto, viva in un modo che io, ancora prigioniero del tempo, posso solo intuire ma non comprendere appieno.

Glossario
Crediti
 Clive Staples Lewis
 Il diario di un dolore
  Parte Quarta (IV) del libro, che corrisponde all'ultimo capitolo del breve memoriale.
  Pubblicazione in Italia: Gennaio 1990
 SchieleArt •  La morte e la fanciulla • 1915



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I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi; e non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò ancora incontrare il fallimento al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada. Non potrò mai sapere quanto è vicino, se non avrò svoltato l'angolo.
Sempre avanzerò d'un passo. E se questo non recherà vantaggio, ne farò un altro; e un altro ancora. In verità un passo alla volta non è difficile.
 Og Mandino  Il più grande venditore del mondo
 Sviluppo personale, Motivazionale, Saggistica


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