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La donna è già catastrofe prenatale prima di diventare ingombro nuziale e poi imbarazzo legale: tua madre che, disinvolta criminale, sospende l’amorazzo con l’estraneo suo marito non più amante per baloccarsi con un piccolo fallo “tutto suo” da allattare, allevare, in tutta esecrabile, sconsiderata vertigine. Quando sarà cresciuto questo fallo, eccole una seconda distrazione a procurargliene un altro ancora “tutto suo“. È la vita. Puttana. Matrice. Matrigna. Spensierata. Irresponsabile. Partorisce pensamenti. Che si trasformeranno in incubi, veri e propri schizzi anamorfici nel guano dell’identità.
La scrofa ti espelle dal suo ventre abominevole, ti cestina nella discarica della vita. Se dell’incontinenza delle generali defecazioni materne, a noi estranee, siamo via via informati, di quella “puttanaccia” di nostra madre siamo più che certi. Ogni maternità è mostruoso delitto. Qua e là si combatte l’aborto e non la messa in luce. Cosa c’è di più laido del famigerato ossequio alla maternità! Con e senza bambino. Strafottute madonne.
Il culto della donna gravida, della puerpera e della mamma, è la più manicomiale abiezione della razza umanoide. Questa efferata “matrice” preferirei ammetterla come madre di Dio, purché fosse disposta a dimettersi come matrice dell’uomo. Nella biologia genetica per la stramaledetta perpetuazione della specie, la gravidanza è un veicolo. La femmina è veicolo. Lo strumento di questa volontà cieca. Una volta scodellato l’uovo, la donna, se è persona, dovrebbe smettere il viziaccio di reiterare questo coccodè sentimentale senza perciò trascurare legalmente il mostriciattolo partorito. Che proprio perché partorito, non solo al padre occasionale, ma anche a essa stessa è estraneo. Questo suo esser fattrice dovrebbe disilluderla dal ritenersi proprietaria di questa o quella creatura, così come dovrebbe dissuaderla dal fantasticare mancanze colmate.
Così come nessuno è padre a un altro. Altro che Edipo freudiano! È un mercato squilibrato: abbondano le domande filiali e latitano le offerte paterne.
Nell’universo sociale di strada ascolti spesso, che ti riguardi o meno, il risentimento spropositato di chiunque spedito a quel paese “insieme a quella puttana della su’ ma’“. Troie sono, more solito, le madri degli altri, non mai la propria. Chissà perché. Questo chiunque non riflette nemmeno un momentino sul misfatto dell’essere stato espulso, sfrattato dal grembo della propria madre, che arriva addirittura a benedire per avergli dato la vita. Non richiesta. È vietato sporcare questa Madre Santa. Nelle cronache criminali, il parricidio è di solito un crimine da suburra, nel matricidio invece si riscontrano manufatti imperiali.

Crediti
 • Carmelo Bene •
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