Noi siamo i nemici di ogni forma di stabilità e di ogni idolo che pretenda di incatenare il divenire. La nostra rivolta non è una costruzione politica, ma una deflagrazione dello spirito che rifiuta di lasciarsi soffocare dalle nebbie del dovere e del sacrificio. Il mondo è popolato da spettri: lo Stato, la Società, l’Umanità, la Legge. Sono fantasmi che si nutrono della nostra carne e del nostro sangue, esigendo in cambio una sottomissione vigliacca che chiamano pace sociale. Ma l’Io consapevole non cerca la pace tra i morti; cerca la guerra tra i vivi. Egli vuole danzare sul crinale dell’abisso, vibrando di una gioia che non conosce padroni. Per noi, la vita non è una missione da compiere, ma un’opera d’arte da consumare nel fuoco dell’istante. Non abbiamo mete da raggiungere se non l’affermazione assoluta della nostra unicità. La morale è la catena dei mediocri, lo strumento con cui i deboli tentano di imbrigliare la forza del genio. Ma il genio non si spiega, si impone. Egli non segue le vie tracciate dalla saggezza comune, perché la sua saggezza nasce dal caos e nel caos si rigenera. Ogni gesto di ribellione è una luce che squarcia il velo delle convenzioni, rivelando la nuda bellezza di chi ha avuto il coraggio di essere se stesso fino alla fine. In questa prospettiva, anche l’idea di delitto deve essere sottoposta al maglio della nostra critica distruttrice, poiché ciò che la società definisce male è spesso l’unico bene rimasto all’individuo sovrano.
Io non credo nei reati. Io credo solo negli atti. Un atto dice sempre la verità dell’uomo che lo compie. Ho veduto un genio rubare ed un idiota lanciare un ordigno di morte contro un ministro di Stato. Il primo ha rubato per vivere indipendente e creare nella libertà. Ha preso denaro da una cassaforte comprata con il sangue di migliaia di schiavi salariati, per trasformarlo in libri, in tipografia, in rivoltelle, in vino, in amore, in poesia. Ha rubato per non servire, per non chinare la testa, per non chiedere permesso di esistere. Il secondo ha ucciso per un segreto odio personale e per volontà di morire. Ha premuto il grilletto per un rancore meschino, per un desiderio di vendetta infantile, per il gusto di finire sul giornale come martire di una causa che non capiva nemmeno. Il primo ha consumato un volgare reato comune ed è un delinquente comune, il secondo ha consumato un reato politico ed è un nobile e generoso delinquente politico. Io domando ora a tutti gli uomini politici di parte sovversiva in generale, ed agli anarchici in particolare: se innanzi a questo fatto sia il caso di innalzare ancora il reato politico fra lo splendore della gloria e le feste del sole per gettare il reato comune nel fango. Basta con queste distinzioni da preti e da giudici! Basta con questa morale da schiavi che divide i delitti in nobili e ignobili a seconda del colore della bandiera! Il furto del genio è un atto di liberazione. L’omicidio dell’idiota è un atto di servitù. Uno crea, l’altro distrugge. Uno afferma la vita, l’altro la nega. Uno è anarchico fino al midollo, l’altro è un cane che morde la catena per farsi notare dal padrone. Eppure la legge, la stampa, la morale comune, persino certi compagni, esaltano il secondo e sputano sul primo. Perché? Perché il primo ruba ai ricchi per vivere da uomo libero, e questo è intollerabile. Il secondo uccide un ministro e diventa martire della libertà, anche se il suo gesto non ha liberato nessuno, nemmeno se stesso. Io dico: bruciamo questa ipocrisia! Il vero delitto politico è l’esistenza stessa dello Stato, della proprietà, dell’autorità. Ogni atto che colpisce queste mostruosità è sacro, sia che si faccia con una rivoltella o con una chiave inglese, con una bomba o con un grimaldello. Il ladro che ruba per non servire è più rivoluzionario del bombarolo che uccide per essere servito. Il rapinatore che ride in faccia al banchiere è più anarchico del terrorista che piange davanti al plotone d’esecuzione. Non chiedetemi se il mio gesto è politico o comune. Chiedetemi se è mio. Se è libero. Se è gioioso. Se è creativo. Io non voglio martiri. Voglio complici. Voglio ladri che ridono, assassini che cantano, incendiari che ballano. Voglio uomini che vivono il delitto come arte, come poesia, come amore. Perché il delitto non è mai comune quando è compiuto da un uomo che si è fatto dio di se stesso. E il delitto non è mai politico quando è compiuto da uno schiavo che cerca un nuovo padrone. Io sono ladro, assassino, incendiario, stupratore di ogni morale. E sono fiero di ogni mio gesto, perché è mio. Perché è unico. Perché è irrepetibile. E voi, compagni, scegliete: o con i ladri geniali, o con gli idioti martiri. Io ho già scelto.
La mia causa non è un’idea astratta proiettata nel futuro, ma la mia carne palpitante nel presente. Io sono la mia causa e non riconosco alcun dovere che non scaturisca dal mio desiderio più profondo. Ogni rivoluzione collettiva che non sia preceduta dalla rivoluzione individuale è solo un cambio di guardia nel palazzo del potere. Gli uomini si accalcano nelle piazze inneggiando a nuovi dèi, ma non sanno che gli dèi si nutrono della loro mediocrità. Noi, gli aristocratici dello spirito, gli iconoclasti dell’ignoto, camminiamo solitari tra le macerie del vecchio mondo, portando in tasca il grimaldello della verità e nel cuore l’incendio della libertà. Non cerchiamo il paradiso in terra, perché sappiamo che il paradiso è lo spazio che conquistiamo ogni giorno sottraendolo all’autorità. Vogliamo tutto e subito, perché domani il tempo avrà già consumato la nostra brama. Il Nulla Creatore è il nostro orizzonte: non il nulla della disperazione, ma il vuoto fertile da cui facciamo scaturire i nostri mondi personali. La nostra esistenza è un insulto permanente alla logica del mercato e alla morale del gregge. Siamo le scintille che precedono il grande rogo che tutto purificherà. E se dovessimo cadere, crolleremo come querce abbattute dal fulmine, senza rimpianti e senza preghiere, orgogliosi di aver vissuto la nostra vita senza catene e senza padroni. Solo chi ha avuto il coraggio di essere un delitto vivente agli occhi degli uomini può sperare di incontrare l’eternità in un solo istante di pura, assoluta, meravigliosa e selvaggia libertà interiore.
Delitto comune: Azione trasgressiva che la società condanna ma che per l’individuo sovrano può rappresentare uno strumento di indipendenza economica e creativa volto a evitare il servaggio salariato.
Iconoclasti: Coloro che distruggono le immagini sacre e i simboli dell’autorità, inclusi gli idoli ideologici come lo Stato o l’Umanità, per liberare lo spazio necessario all’affermazione dell’unicità personale.
Nulla Creatore: Concetto che indica l’assenza di valori predefiniti o fini universali, inteso non come vuoto passivo ma come terreno fertile in cui l’io può generare i propri mondi e desideri.
Spettri: Astrazioni collettive come la Legge o la Società che, pur non avendo realtà materiale, condizionano l’esistenza degli uomini attraverso il senso del dovere, il sacrificio e la sottomissione vigliacca.
Verso il nulla creatore
Raccolta: Al di fuori di ogni legge
Pubblicazione in Italia: Luglio 1975
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