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Vogliamo pane e lavoro!
Vogliamo pane e lavoro? Vedete un po’. Quel grido da un pezzo non lo udivo più e da altrettanto tempo non avevo più avuto l’occasione di leggerlo sui giornali. Da parecchio tempo aveva cessato di essere il grido, come dire?… di battaglia dei disoccupati italiani. Altre forme di manifestazioni e, per conseguenza, altre grida erano subentrate a quelle vecchie di tanti lustri. Ma ora siamo da capo, il giro si ripete.

Vogliamo pane e lavoro!
È il grido della miseria, d’accordo: ma mi pare anche il grido della rassegnazione, e per questo non mi piace. Che lo si facesse intendere molti anni addietro, posso ancora comprenderlo; ma oggi come oggi non lo comprendo più. Non amo le corse viziose, e neppure coloro, individui e collettività, che dopo aver percorso un dato tragitto si arrestano per ritornare da capo. Amo meglio si vada sempre avanti, perché sempre avanti vuole andare il progresso.
Correre in giro; com’è noioso! Lo comprese perfino un carabiniere — e dico poco! — quando, stanco delle manovre alle quali lo condannavano i suoi superiori per sciogliere gli assembramenti dei disoccupati, disse: — In questo modo, a forza di correre in giro su noi stessi, ci ubriachiamo senza bisogno di vino.
Oggigiorno l’operaio non può, non deve più limitarsi a chiedere pane e lavoro. Il pane è buono, sì, per sfamarsi, ma non è tutto: col pane ci vuole la pietanza; con la pietanza ci vuole lo svago, e col lavoro ci vuole il riposo, il diletto, lo studio, in breve, tutto quanto può nutrire un corpo e alimentare una mente. L’uomo non è una macchina da potersi rimettere in moto grazie a una data quantità di carbone, è qualche cosa di più e di meglio; è un organismo complesso che ha diritto alla vita.

Quindi, ripeto, non amo si gridi:
Vogliamo pane e lavoro!
Sono disoccupati, gli operai? Hanno esaurito le magre risorse? La fame batte alle loro porte? Si levino, perdio!, reclamino, esigano il diritto alla vita integrale.
Si accontenterebbe forse, il borghese, di solo pane? No. E allora, perché dovrebbe accontentarsene l’operaio? La diversità di classe implica una diversità essenziale di bisogni materiali e morali? No. Siamo tutti egualmente figli di una donna, sia che siamo nati in un palazzo o in una stamberga, con o senza genitori ricchi.
Le condizioni sociali, buone per gli uni e cattive per gli altri, ci sono imposte da forze estranee alla nostra conformazione naturale, perciò sono profondamente immorali. Se volenti le accettassimo, congiureremmo contro noi stessi. Appunto per questo dobbiamo ribellarci ad esse; non già in nome del pane solamente, ma in nome del diritto che abbiamo di vivere.
Il prete, dal pergamo, può invocare il suo Dio, perché dia ai fedeli il pane quotidiano… ed a lui la lauta mensa; i fedeli possono accontentarsi della invocazione istrionica. Ma io non sono né prete, né fedele.
Il politicante, dalla tribuna parlamentare, può chiedere allo Stato qualche lavoro per i suoi elettori, e gli elettori possono accettarlo contenti. Ma io non sono né politicante, né elettore. Dunque rifiuto il pane di Dio ed il lavoro dello Stato.
Una cosa sola voglio: vivere.
È delitto volerlo? Se sì, sono lieto di delinquere.

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