Egon SchieleUna delle conseguenze più immediate, palpabili e universalmente esperite della Caduta dell’Uomo e della successiva, dolorosa espulsione dal Giardino dell’Eden è l’introduzione del lavoro faticoso e della sofferenza multiforme nella condizione umana. Questo cambiamento radicale segna una profonda cesura rispetto all’esistenza idilliaca precedentemente vissuta nel Paradiso terrestre. Lì, Adamo ed Eva si prendevano cura del giardino, ma questa attività, come Milton sottolinea nel Libro IV, era descritta come piacevole, armoniosa, creativa e priva di sforzo eccessivo (with ease, con facilità). La terra era intrinsecamente fertile e generosa, producendo spontaneamente e in abbondanza tutto ciò di cui essi avevano bisogno per il loro sostentamento e diletto. Il loro lavoro edenico era, in essenza, un’espressione della loro signoria benevola e responsabile sulla creazione, e una forma di gioiosa partecipazione all’opera continua e provvidente di Dio.

Con la pronuncia della maledizione divina nel Libro X, questo rapporto armonioso e quasi simbiotico con la terra e con il lavoro viene radicalmente e irrimediabilmente alterato. Il suolo stesso, che prima li nutriva spontaneamente, viene ora dichiarato maledetto per causa tua, destinato a produrre spine e cardi, simboli di ostilità e di sterilità. L’uomo è condannato a procurarsi il cibo e a guadagnarsi da vivere col sudore del suo volto, un’immagine potente che indica come il lavoro necessario per la sopravvivenza si trasformerà in una lotta quotidiana, in una fatica spesso ingrata, dolorosa e frustrante. Questa drammatica trasformazione riflette la disarmonia profonda introdotta dal peccato non solo nella relazione tra l’uomo e Dio, e tra l’uomo e i suoi simili, ma anche, in modo significativo, tra l’uomo e la natura stessa. La natura, che prima era percepita come benigna, amica e collaborativa, diventa ora, almeno in parte, ostile, resistente allo sforzo umano, richiedendo duro lavoro, ingegno e sofferenza per strapparle i mezzi di sussistenza.

Al lavoro faticoso, che diventa una costante della condizione umana post-lapsariana, si aggiungono innumerevoli altre forme di sofferenza fisica, emotiva e psicologica che erano completamente sconosciute nell’Eden. Le visioni profetiche mostrate ad Adamo dall’arcangelo Michele nel Libro XI dipingono un quadro crudo, realistico e a tratti terrificante della nuova condizione umana. Adamo vede un impressionante catalogo di malattie di ogni tipo che affliggono il corpo umano
(agues, rheumatisms, convulsions, epilepsies, ulcers, and catarrhs,
Intestine stone and ulcer, colic pangs,
Demoniac phrenzy, moping melancholy,
And moon-struck madness, pining atrophy,
Marasmus, and wide-wasting pestilence
– febbri, reumatismi, convulsioni, epilessie, ulcere, e catarri,
calcoli intestinali e ulcere, dolori colici,
frenesia demoniaca, malinconia cupa,
e follia lunatica, atrofia consuntiva,
marasma, e pestilenza devastatrice
),
la vecchiaia con il suo inesorabile decadimento fisico e mentale, e infine la morte, presentata non come un passaggio sereno e naturale, ma spesso come il risultato di violenza brutale (l’omicidio di Abele da parte di Caino, il primo esempio), di guerre fratricide, o di un lento e doloroso declino fisico. Anche la sofferenza emotiva e psicologica diventa parte integrante e ineludibile dell’esperienza umana: il dolore lancinante per la perdita delle persone care, l’ansia opprimente per il futuro incerto, la paura che paralizza, l’invidia che corrode, l’odio che distrugge, la guerra che devasta. La vita fuori dall’Eden è intrinsecamente e profondamente segnata dalla lotta per la sopravvivenza, dalla fragilità della condizione umana, dalla precarietà dell’esistenza e dalla certezza della mortalità. Questa nuova e dura realtà è una diretta e logica conseguenza della scelta libera ma infausta di Adamo ed Eva di separarsi da Dio, fonte ultima di vita, armonia e felicità. Introducendo il disordine morale del peccato nel loro essere e nel mondo, hanno inevitabilmente aperto la porta al disordine fisico, alla corruzione e alla sofferenza in tutta la creazione.

Tuttavia, anche all’interno di questo quadro a tinte fosche, Milton, seguendo fedelmente la teologia cristiana e la sua visione provvidenziale della storia, non presenta la sofferenza e il lavoro faticoso come realtà puramente negative, prive di senso o meramente punitive. Essi possono, infatti, diventare strumenti paradossali di disciplina, di umiltà, di purificazione e di crescita spirituale per l’umanità caduta. La fatica del lavoro, pur essendo una conseguenza del peccato, può insegnare la perseveranza, la pazienza, l’ingegnosità e, soprattutto, la consapevolezza della propria dipendenza da Dio per il frutto del proprio impegno. La sofferenza, in tutte le sue forme, può purificare l’anima dalle scorie dell’orgoglio e dell’egoismo, distoglierla dall’attaccamento eccessivo ai beni terreni effimeri e orientarla con maggiore forza verso la speranza della Redenzione e Speranza e della vita eterna promessa da Dio. La stessa consapevolezza della morte, con la sua ineluttabilità, può spingere l’uomo a vivere in modo più responsabile, a dare il giusto valore al tempo e a cercare la riconciliazione con Dio e con i propri simili prima che sia troppo tardi.

Adamo ed Eva, nel momento in cui lasciano l’Eden mano nella mano, si avviano verso questo mondo nuovo e ostile, segnato dalla difficoltà e dal dolore, ma non sono completamente privi di risorse interiori ed esteriori. Hanno l’amore reciproco che, pur ferito, li sostiene e li conforta. Possiedono la conoscenza del bene e del male (sebbene acquisita in modo tragico e doloroso), che li rende consapevoli della loro condizione morale. Conservano la ragione (sebbene ora offuscata dalle passioni e incline all’errore), che può guidarli nelle scelte. E, soprattutto, portano nel cuore la promessa divina della redenzione futura, comunicata loro con chiarezza da Michele. Questa speranza, per quanto possa sembrare lontana, permette loro di affrontare il lavoro e la sofferenza non con disperazione nichilista o con ribellione sterile, ma con una rassegnazione operosa, una dignitosa accettazione del loro destino e una fiducia incrollabile nella Provvidenza che, come assicura loro Michele, li guiderà nel loro cammino. Il loro destino è quello di vivere in un mondo imperfetto, lavorando, soffrendo e morendo, ma conservando sempre la possibilità di trovare un paradiso interiore, più felice assai (a far more happy Paradise within thee), un paradiso dello spirito raggiungibile attraverso la fede, la virtù, il pentimento e l’obbedienza rinnovata a Dio, in attesa della restaurazione finale e gloriosa promessa da Dio. Il blank verse miltoniano, con la sua solennità e la sua capacità di introspezione, descrive con grande efficacia sia la durezza e l’asprezza della nuova condizione umana sia la dignità profonda che può essere mantenuta e coltivata anche nel mezzo della sofferenza, attraverso la forza interiore che deriva dalla fede e dalla speranza incrollabile nella bontà e nella misericordia divine.


Crediti
 Autori Vari
 Dalla caduta alla promessa di redenzione
  Paradiso Perduto, di John Milton, narra la ribellione di Satana, la Caduta di Adamo ed Eva a causa del suo inganno, e le conseguenze del peccato. Nonostante la perdita dell'Eden, l'opera culmina nella speranza della redenzione attraverso Cristo, guidata dalla Provvidenza divina e dal libero arbitrio.
 SchieleArt •   • 

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