
Nonostante ci siano numerosi episodi documentati di super forza, non se n’è mai avuta una dimostrazione in un ambiente controllato, perché sarebbe immorale creare le condizioni necessarie.
Ma anche al di là delle testimonianze disponibili, esistono altre ragioni per credere che si tratti di un fenomeno reale, per esempio gli effetti delle scariche elettriche sui muscoli (che dimostrano una forza molto superiore a quanta se ne possa attivare con la volontà) e le imprese degli atleti nelle gare più importanti. Non a caso la stragrande maggioranza dei record del mondo vengono stabiliti alle Olimpiadi, quando gli spettatori sono nettamente più numerosi che in qualunque altra gara e la posta in gioco è molto più alta. Gli atleti riescono a fare uno sforzo maggiore perché sono più coinvolti.
Negli sport, sia individuali sia di squadra, si vince più spesso quando si gareggia in casa. (Non solo la maggior parte dei record mondiali vengono stabiliti alle Olimpiadi, ma il paese ospite ottiene quasi sempre risultati superiori al previsto.) Una parte di questo fenomeno può essere spiegata dal fatto che si dorme tranquillamente nel proprio letto la sera prima della gara, si mangia cibo cucinato a casa, si gioca su un campo familiare. In parte si spiega con i favoritismi degli arbitri nei confronti dei padroni di casa. La differenza più significativa però sembrano farla i tifosi: giocare nello stadio dei propri sostenitori genera fiducia e offre un potente incentivo a vincere. Uno studio della Bundesliga tedesca ha dimostrato che il vantaggio di giocare in casa aumenta negli stadi in cui il campo non è circondato da una pista di atletica rispetto a quelli con la pista. Più i tifosi sono vicini al campo, più si sente la loro presenza – più il campo di casa dà la sensazione di casa.
È naturale partire dal presupposto che, per mettere insieme la volontà necessaria ad affrontare la crisi del pianeta, dovremo mettere insieme il coinvolgimento necessario. Avremo bisogno di considerare la Terra come la nostra unica casa, non in senso figurato, non a livello intellettuale ma a livello viscerale. Per usare le parole dello psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, uno dei primi studiosi a capire che la nostra mente ha una modalità lenta (deliberativa) e una veloce (intuitiva): «Per mobilitare le persone, questa deve diventare una questione emotiva». Se continuiamo a sentire lo sforzo di salvare il nostro pianeta come una partita fuori casa di metà campionato, non avremo speranza.
È evidente che i fatti non bastano a mobilitarci. E se però non riuscissimo a mettere insieme e a sostenere l’emotività necessaria? Mi sono scontrato con le mie reazioni alla crisi del pianeta. Per me è ovvio che m’importa del destino del pianeta, ma se tempo ed energie investite sono indici dell’interesse per qualcosa, è innegabile che m’importa di più del destino di una particolare squadra di baseball, quella della mia città natale: i Washington Nationals. Per me è ovvio che non nego i cambiamenti climatici, ma è innegabile che mi comporto come se li negassi. Permetterei ai miei figli di saltare la scuola per partecipare alla ola di apertura della stagione del baseball, ma non faccio sostanzialmente nulla per impedire che in futuro la nostra città finisca sott’acqua.
Mentre svolgevo le ricerche per questo libro, spesso quello che ho scoperto mi ha sconvolto. Ma raramente mi ha commosso. Quando mi ha commosso, si trattava di un sentimento transitorio, mai abbastanza profondo o abbastanza durevole da cambiare il mio comportamento in modo stabile.
Neppure il raggelante articolo di David Wallace-Wells «La Terra inabitabile» – l’articolo più letto nella storia della rivista New York, quando fu pubblicato – è riuscito a scuotere la mia coscienza o a metterci radici, anche se leggerlo mi ha terrorizzato. Non era colpa dell’articolo, che oltre a essere rivelatore, è intelligente e piacevole – come può esserlo solo una profezia apocalittica che non è frutto d’invenzione. È colpa dell’argomento. È atrocemente, tragicamente difficile parlare della crisi del pianeta in modo da renderla credibile.
Per indurre Thomas Boyle Jr. a sollevare la Camaro e liberare Kyle Holtrust non sono state essenziali le informazioni, ma i sentimenti: «Ho pensato solo: e se fosse mio figlio?» Ma come sarebbe andata se la connessione emotiva non fosse stata altrettanto forte? Avrebbe alzato la macchina – ci sarebbe riuscito, ci avrebbe provato – se gli fosse risultato difficile immaginare Holtrust come suo figlio? Se Holtrust fosse stato di una razza o di un’età diversa? E se Boyle avesse guardato l’incidente su uno schermo in diretta e gli avessero detto che sollevare millecinquecento chili avrebbe salvato una vittima dall’altro capo del mondo? Nonostante l’amore che moltissime persone provano per i loro animali domestici e la frequenza con cui gli animali vengono investiti dalle macchine, non è mai stato osservato il caso di una persona che abbia sollevato una macchina per liberare un cane o un gatto intrappolato. Anche le nostre emozioni, come i nostri corpi, hanno dei limiti. E se i nostri limiti emotivi non potessero essere superati?
Possiamo salvare il mondo prima di cena
traduzione di Irene Abigail Piccinini
SchieleArt • •







Ancora nessun commento