⋯ John William Waterhouse ⋯

Ciò che appartiene all’essenza del mondo, il linguaggio non può esprimerlo. Perciò non può dire che tutto scorre. Il linguaggio può dire soltanto ciò che noi potremmo immaginare altrimenti. Che tutto scorra deve trovarsi nell’essenza del contatto del linguaggio con la realtà. O meglio: che tutto scorra deve trovarsi nell’essenza del linguaggio. E ricordiamoci: nella vita quotidiana non ci viene in mente questo fatto – non più di quanto ci venga in mente che i contorni del nostro campo visivo sono sfumati (“perché ci siamo abituati”, diranno molti). E allora quando, in qualche circostanza, crediamo di farvi attenzione? Non è forse quando vogliamo comporre proposizioni in contrasto con la grammatica del tempo? Questa ovvietà, la vita, sembrerebbe qualcosa di accidentale, di secondario; invece è una cosa sulla quale normalmente non mi rompo mai la testa: è l’effettuale! Vale a dire: là dove non si potrebbe né si vorrebbe andare, non sarebbe il mondo. Sempre daccapo il tentativo di delimitare il mondo e di farlo spiccare nel linguaggio – ma non lo si può fare. L’ovvietà del mondo si esprime appunto nel fatto che il linguaggio significa soltanto il mondo, e soltanto il mondo può significare. Infatti, poiché il linguaggio riceve il modo del proprio significare soltanto dal proprio significato, dal mondo, non è pensabile un linguaggio che non raffiguri questo mondo. La filosofia, votata al quotidiano, si limita a metterci tutto davanti e non spiega e non deduce nulla. – Poiché tutto è lì in mostra, non c’è neanche nulla da spiegare. Ciò che è nascosto non ci interessa. “Filosofia” potrebbe anche chiamarsi tutto ciò che è possibile prima di ogni nuova scoperta e invenzione. Dobbiamo pensare che gli aspetti più importanti delle cose siano nascosti dalla loro semplicità e quotidianità e desiderare quindi di scoprire questa semplicità e quotidianità.

Crediti
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