Parte prima

Materiali per una riflessione sul “contesto” in Gregory Bateson

Cornice, contesto, comunicazione: riflessione a più voci.

P: C’era una volta un artista molto arrabbiato che scribacchiava cose di ogni genere, e dopo la sua morte guardarono nei suoi quaderni e videro che in un posto aveva scritto: ‘I savi vedono i contorni e perciò li disegnano’, ma in un altro posto aveva scritto: ‘I pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano’.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 2000 (2°ediz.). pag. 58

La comunicazione umana si presenta come una continua sovrapposizione di processo primario e processo secondario (conscio ed inconscio).

Nella teoria freudiana classica si riteneva che i sogni fossero un prodotto secondario, creato dal meccanismo onirico. Si supponeva che il materiale, inaccettabile per il pensiero conscio, venisse tradotto nel linguaggio metaforico del processo primario per evitare il risveglio del sognatore…. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prove e spiegazioni….Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.Ibidem pag. 174

Proprio per questa sua caratteristica, l’interazione tra esseri umani può dare origine a patologie, soprattutto quando non si individuano chiaramente i contorni, i contesti, le cornici all’interno dei quali si collocano i messaggi che continuamente ci scambiamo. Spesso ci sentiamo immersi in un “gioco di cornici” simile ad un “gioco di vele“, e non riusciamo a districarci dal “labirinto transcontestuale” che continuamente creiamo.

Se, come dobbiamo ritenere, l’insieme della mente è una rete integrata (di proposizioni, immagini, processi, patologia nervosa, o quello che volete – secondo il linguaggio scientifico che preferite usare), e se il contenuto della coscienza è solo un campionario di varie parti e luoghi di questa rete, allora, inevitabilmente, l’immagine cosciente della rete come un tutto è una mostruosa negazione dell’integrazione di quel tutto. Ciò che appare sopra la superficie in seguito alla resezione della coscienza, sono archi di circuito e non i circuiti completi o i più vasti circuiti completi di circuiti. Ciò che la coscienza non può mai apprezzare senza aiuto (l’aiuto dell’arte, dei sogni e simili) è la natura sistemica della mente.Ibidem pag.184

Per dare senso (direzione) e significato agli atti comunicativi diventa necessario disegnare contorni, strutturare cornici, creare contesti.

Ebbene, per esistere, le differenze non solo hanno bisogno di circuiti, ma anche di contesti, perché nel mondo della comunicazione niente può avere significato se non in presenza d’altro.G. Bateson, Una sacra unità, pag.266

Significato può essere considerato come un sinonimo approssimativo di struttura, ridondanza, informazione e restrizione, entro un paradigma di tipo seguente: si dirà che qualunque aggregato di eventi o oggetti… (ad esempio una successione di fonemi, un quadro, o una rana, o una cultura) contiene ridondanza o struttura se l’aggregato può essere diviso in qualche modo mediante un segno di cesura tal ché un osservatore, il quale veda soltanto ciò che sta da una parte della cesura, possa congetturare, con esito migliore del puro caso, ciò che si trova dall’altra parte. Si può dire che ciò che sta da una parte della cesura contiene informazione o ha significato relativamente a ciò che sta dall’altra parte.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente pag.169

Esiste anche un desiderio più profondo che ci spinge a creare contesti e cornici: cerchiamo di delimitare da un infinito che ci inquieta uno spazio più ristretto e rassicurante. Si evidenzia quindi come sia problematico e difficile apprendere a comunicare con se stessi e con il mondo che ci circonda. L’uso improprio degli strumenti a nostra disposizione può degenerare: le cornici possono diventare barriere, i contorni scolorare fino ad annullarsi.

L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager, ma in tutte le convivenze umane è un fenomeno angosciante ma implacabile: essi sono assenti solo nelle utopie… Limitiamoci al Lager, che può servire da ‘laboratorio’: la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni dei servi.P.Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, pag. 29

… quando il contrasto tra realtà viene fatto sparire e gli uomini non percepiscono più i confini al cui interno essi operano, allora si rischia di essere come i prigionieri della caverna di Platone, i quali… non sanno che esistono mondi al di fuori della loro caverna, non conoscono uomini che vivono senza catene, non hanno consapevolezza di essere prigionieri.A.M. Iacono, Metacomunicazione e attraversamento dei contesti, in M.Deriu (a cura di), Gregory Bateson, Bruno Mondadori, Milano, 1998, pag. 193

Un modo per evitare queste situazioni problematiche è imparare a vedere ed usare cornici e contesti come qualcosa di mobile. Per arrivare a questa percezione occorre molto apprendimento, dobbiamo apprendere ad entrare ed uscire dai contesti, a percepirne la mobilità, dobbiamo apprendere a praticare la distanza, la contraddizione, l’aporia. La percezione della mobilità dei contesti dà origine all’abduzione e al pensiero metaforico, che permettono l’incrociarsi dei sensi e dei significati.

P: Sì, ma la cosa che non mi sarei aspettato è questa. Che gli animali, che sono essi stessi in grado di prevedere un poco le cose, e di agire sulla base di ciò che pensano che stia per accadere – un gatto può acchiappare un topo saltando proprio sul punto dove il topo probabilmente sarà quando il gatto avrà completato il salto – ma è proprio il fatto che gli animali sono capaci di prevedere e imparare che li rende le uniche cose veramente imprevedibili del mondo. E pensare che noi facciamo leggi come se le persone fossero del tutto regolari e prevedibili!

F: O forse si fanno le leggi proprio perché le persone non sono prevedibili e quelli che fanno le leggi vorrebbero che gli altri fossero prevedibili?

P: Sì, forse è così.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, pag. 62

Ci può aiutare il gioco che ci insegna a “riconoscere” le cornici ed a esercitare il “coinvolgimento consapevole” che ci fa sentire contemporaneamente all’interno e all’esterno. Il gioco mette in evidenza il paradosso del contorno: proprio perché isola e separa permette il passaggio e la comunicazione, permette la creazione di una distanza che unisce. Mentre si gioca si con-fondono realtà e finzione, si accetta il rischio dell’imprevedibilità degli esiti proprio come nella partita a croquet di “Alice nel paese delle meraviglie“.

Come è possibile continuare il gioco in queste condizioni? Quando addirittura la mazza si volta a guardarci in modo buffo? Quando ci accorgiamo di essere non solo soggetti, ma anche oggetti di attenzione, non solo interroganti e descrittori, ma anche interrogati e descritti? Quando le regole che rendono possibile giocare devono sorgere interattivamente dal gioco stesso invece di essere date per scontate? Quando il presentimento ci avverte che, varcata la soglia che separa il paese “reale” da quello “delle meraviglie”, potrebbero darsi infiniti croquet, o altri giochi le cui regole non potremo in nessun caso prender per ovvie?… Basterebbe sostituire al fenicottero una mazza vera, spianare bene il campo e dotarlo di palle ben levigate. Ridurre cioè gli altri punti di vista alla misura del nostro. La situazione tornerebbe allora, come si dice, “sotto controllo“.S. Manghi, Il gatto con le ali, Milano, Feltrinelli 1990, pag.19

Il difficile apprendimento attraverso l’arte, la poesia, il gioco ci può far giungere a modificare la struttura in cui siamo immersi, a fare un salto di paradigma.

Pensate a un uomo a metà di una salita, le gambe gli fanno male, ha il fiato corto… Il suo corpo comincia ad ululare. La cosa più ovvia da fare, diremmo, è sedersi, aprire lo zaino, mangiarsi la merenda e tornare a casa. Ma ci sono persone che stanno fuori volentieri per settimane, per compiere la straordinaria impresa che rientra in una sorta di gioco… Perché lo fanno?… Ora loro continuano e forse negli ultimi due giorni all’improvviso tutto cambia e sembra diverso. Un cambiamento paradigmatico, di ordine molto profondo è subentrato. Si dice che il gioco non ha scopo, ma in realtà i suoi scopi sono di ordine paradigmatico. Noi giochiamo e cerchiamo di fare il salto. Quello che ho cercato di fare è incoraggiarvi a fare il salto.G.Bateson, Gioco e paradigma, in Aut-Aut, 269, 1995, pag.42-43

Di quale misura sia il salto e di quale natura il paradigma che abbiamo lasciato non possiamo saperlo che a impresa compiuta. Il percorso è imprevedibile e incontrollabile come la vita.

Un uomo viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.K.Blixen, cit. in A.Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli 1997, pag.7

F: Ogni cosa sembra essere un’altra e io mi ci perdo.

P: Sì, lo so, è difficile. Il fatto è che le nostre conversazioni hanno un contorno, in un certo senso… se solo lo si potesse vedere chiaramente.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, pag. 61


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