Parte seconda

Del discorso, della bellezza, della saggezza.
I - I confini del discorso

S: Ah, per Era, che bel posto per riposare! Con questo platano così ampio di fronde e così alto! E che slancio quell’agnocasto, che bellissima ombra! È al colmo della sua fioritura e spande profumo per tutto il luogo. La sorgente amenissima scorre sotto il platano con fresche acque, come si può sentire col piede. Dalle statuette e dalle immagini si direbbe un luogo sacro a qualche ninfa e ad Acheloo. E poi, la Brezza del posto, quant’è amabile e dolce! Melodia estiva che risponde al coro delle cicale. Ma più gentile di tutto è quest’erba, sorta così soffice sul dolce pendio, da appoggiarvi comodo il capo per chi si sdraia. Sicché mi sei stato una guida stupenda, Fedro caro.

F: Tu sì, o mirabile amico, sei del tutto straordinario: che, proprio come dici, ti si prende per uno straniero menato dalla guida, e non per uno che ci abita. Che mai t’allontani dalla città, e non per passare il confine, ma neppure, mi dai l’idea, per mettere i piedi fuori dalle mura.Platone, Fedro, V, Bari, Laterza, 1998

Il contesto del Fedro, un dialogo per metà dedicato a tracciare i confini del discorso (e quelli, ancora più sottili e sfuggenti, tra discorso orale e scritto) è un locus amoenus fuori dei confini della città: uno spazio naturale, non politico fa da sfondo alla riflessione di Socrate e Fedro. Forse non è un caso: oltre a sottolineare il livello metalinguistico del dialogo, Platone vuole probabilmente mettere in evidenza la naturalità del discorso orale rispetto a quello scritto (e della sapienza rispetto alla tecnologia). Il discorso orale vive al cospetto dell’anima dell’interlocutore: da essa prende forma; allo stesso modo chi parla può difendere il suo discorso dalle critiche di chi ascolta. Non esiste vero discorso, perciò, secondo Platone, se non nella relazione tra viventi.

S: Ma questo punto almeno, credo, lo ammetterai, che cioè ogni discorso deve essere costruito come una creatura vivente; deve avere un suo proprio corpo cosicché non manchi né di testa, né di piedi, ma abbia le sue parti di mezzo e i suoi estremi, composti così da essere in armonia tra loro e con l’intiero.Platone, Fedro, XLVII, Bari, Laterza, 1998

 ⋯ Socrate racconta a questo punto una storia (un mito probabilmente inventato da Platone), che mette in scena in modo critico gli aspetti controversi dell’uso della scrittura; in realtà, proiettandolo nell’antico Egitto, Platone rappresenta (forse identificandosi nel re Thamus) un problema estremamente attuale al suo tempo: Platone vive infatti in quel IV sec. a. C. che segna il definitivo passaggio nella cultura greca dall’oralità alla scrittura. Con lui nasce infatti la filosofia così come noi oggi la conosciamo.

S: Ho sentito narrare che a Naucrati d’Egitto dimorava uno dei vecchi dèi del paese, il dio a cui è sacro l’uccello chiamato ibis, e di nome detto Theuth. Egli fu l’inventore dei numeri, del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente dell’alfabeto. Re dell’intiero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città dell’alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è Ammone. Theuth venne presso il re, gli rivelò le sue arti dicendo che esse dovevano essere diffuse presso tutti gli egiziani. Il re di ciascuna gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theuth spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all’alfabeto: ‹‹Questa scienza, o re – disse Theuth – renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria››. E il re rispose: ‹‹O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei l’inventore hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizia di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti››.Platone, Fedro, LIX, Bari, Laterza, 1998

Nel discorso del re Thamus Platone (attraverso Socrate) sottolinea in particolare due problemi: la necessità di una scienza delle scienze (l’epistemologia, potremmo dire con Bateson, che può considerare e governare il rapporto tra scienza e tecnologia) e il rischioso equivoco dell’insegnamento come travaso di conoscenze da un testo scritto ad un allievo, cosa che esclude la fondamentale presenza della relazione con il maestro.
Più avanti, sviluppando quest’ultimo spunto, Platone sembra concentrare la sua riflessione sui contorni troppo definiti del discorso scritto, che finiscono per produrre un significato che non ha più vita, che non può generarne altri: i caratteri della scrittura segnano il confine tra il significato contestualizzato della relazione (il discorso vivente) e quello astratto del sapere tecnologico.

S: […] Ma molto più bello, io penso, è occuparsene seriamente quando usando l’arte della dialettica e prendendo un’anima congeniale vi si piantano e vi si seminano parole con scientifica consapevolezza. Le quali sono sempre in grado di venire in aiuto a se stesse e a coloro che le hanno seminate e non sono sterili; ma poiché racchiudono in sé un germe da cui nuove parole germogliano in altre indoli esse sono capaci di rendere questo seme immortale, e rendono beato chi lo possiede, quanto può esserlo un umano.Platone, Fedro, LXI, Bari, Laterza, 1998

II - I contorni della bellezza

S: Ecco dove l’intero discorso viene a toccare la quarta specie di delirio: quello per cui quando uno, alla vista della bellezza terrena, riandando nel ricordo alla bellezza vera, metta le ali, e di nuovo pennuto e agognante di volare, ma impotente a farlo, come un uccello fissi l’altezza e trascuri le cose terrene, offre motivo di essere uscito di senno. Quel delirio, dico, che è la più nobile forma di tutti i deliri divini e procede da ciò che è più nobile, tanto per chi ne è preso quanto per chi ne partecipa; e chi conosce questo rapimento divino, ed ami la bellezza, è detto amatore.Platone, Fedro, XXX, Bari, Laterza, 1998

 ⋯

Anche Bateson riprende l’immagine della rosa come archetipo della bellezza, riconoscendo in essa una straordinaria traccia della Creatura; ma dove segnare il confine tra la miracolosa perfezione della sua corolla e l’incanto del suo profumo? Forse è in questa indecidibilità che sboccia il piacere estetico: nel tacito, nostro, riconoscimento di un segreto, di uno spazio di non comunicazione al quale accostarsi con esitazione… Calvino però osserva nelle Lezioni americane, alle prese con la possibile definizione di una poetica dell’esattezza, che il piacere estetico del vago e del peregrino si risolve in Leopardi, sul piano del linguaggio poetico, in una estrema attenzione (cioè esattezza) al lavoro sul testo.

 ⋯ Ecco dunque cosa richiede da noi Leopardi per farci gustare la bellezza dell’indeterminato e del vago! È una attenzione estremamente precisa e meticolosa che egli esige nella composizione di ogni immagine, nella definizione minuziosa dei dettagli, nella scelta degli oggetti, dell’illuminazione, dell’atmosfera, per raggiungere la vaghezza desiderata. Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell’esattezza, si rivela un decisivo testimone a favore… Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri. Vale la pena che continui a leggere questa nota dello Zibaldone fino alla fine; la ricerca dell’indeterminato diventa l’osservazione del molteplice, del formicolante, del pulviscolare…

È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede […] (20 settembre 1821).I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1988, pag. 61-62

È curioso osservare come sia di nuovo un locus amoenus lo spazio della messa in scena di un metalinguaggio: L’infinito, forse l’esito più complesso di questa poetica leopardiana del vago, del peregrino, dell’indefinito rappresenta nella sublime suggestione di un paesaggio naturale l’intuizione della poesia (e, quindi, della bellezza) come superamento dei confini (spaziali e temporali) attraverso l’uso del linguaggio.

 ⋯

 ⋯

Il poeta è dunque colui che sa cogliere e attraversare (anche grazie alle sua capacità tecniche) il confine tra le cose e il linguaggio; in questo forse, possiamo riconoscere la sua follia.

S: […] V’è una terza forma di esaltazione e delirio, di cui sono autrici le Muse. Questa, quando occupa un’anima tenera e pura, la sollecita e la rapisce nei canti e in ogni altra forma di poesia, e celebrando le infinite opere del passato, educa i posteri. Ma chi giunga alle soglie della poesia senza il delirio delle Muse, convinto che la sola abilità lo renda poeta, sarà un poeta incompiuto e la poesia del savio sarà offuscata da quella dei poeti in delirio.Platone, Fedro, XII, Bari, Laterza, 1998

III - La cornice della saggezza
 ⋯

Se immaginiamo di leggere i metaloghi di Bateson (almeno ad un primo livello) come una costante riflessione sul rapporto tra innocenza ed esperienza (P. e F. giocano spesso ad invertire i propri ruoli: tram o autobus, a seconda dei casi) e (ad un secondo livello) sul senso stesso dell’interrogarsi in due sui modi della conoscenza (il metalogo), Perché le cose hanno contorni? sembra particolarmente significativo. Due aspetti, forse, emergono sullo sfondo della parte finale: innanzitutto non è possibile vedere i contorni delle cose (e della conversazione sulle cose) quando ci si è ancora dentro; in secondo luogo il saggio (P.) sa guardare le cose da una prospettiva ultima, finale (la mente d’aquila del vecchio di Yeats) proprio perché non è più dentro le cose. La confusione, o meglio la non conclusione finale, è in realtà una voluta (saggia) accettazione del carattere in parte sfuggente, imprevedibile, mutevole dei contorni linguistici e non all’interno dei quali si muove la nostra conoscenza del mondo. Lo stesso Platone, del resto, che pure chiude il Fedro (un dialogo anch’esso giocato sull’incerto confine tra innocenza ed esperienza) in modo sicuramente più definito, lascia un’apertura problematica nella distinzione finale tra sapiente e filosofo.

S: Ma chi , d’altra parte, ritenesse che […] quindi solo nei discorsi sulla giustizia, sull’onore e il bene, esplicati e detti al fine d’imparare, nei discorsi realmente scritti nell’anima, in essi solo c’è lucidità, perfezione e motivo di seria cura; e che tali discorsi debbano essere considerati dal suo autore come fossero suoi figli legittimi […] , questi, o Fedro, quest’uomo è probabile che sia quel che tu ed io vorremmo diventare.Platone, Fedro, LXIII, Bari, Laterza, 1998

 ⋯

F: E qual nome gli assegni?

S: Chiamarlo sapiente mi sembra, Fedro, eccessivo, e conveniente solo a un dio; ma chiamarlo amico della sapienza o qualcosa di analogo, meglio si adatterebbe e converrebbe all’esser suo.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, pag. 63

F: Che cosa vuol dire per te che una conversazione ha un contorno? Questa conversazione ha avuto un contorno?

P: Oh, certamente sì. Ma ancora non possiamo vederlo, perché la conversazione non è ancora finita. Non si può vederlo mai, quando ci si è in mezzo. Perché se tu potessi vederlo, saresti prevedibile – come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi due insieme saremmo prevedibili…

F: Ma io non ti capisco. Prima dici che è importante essere chiari nelle cose. E poi ti arrabbi con le persone che confondono i contorni. E poi pensiamo che è meglio essere imprevedibili e non essere come macchine. E tu dici che non possiamo vedere i contorni della nostra conversazione finché non è finita. Allora non ha importanza se siamo chiari o no. Perché tanto non possiamo farci niente…

P: Sì, lo so… e io stesso non capisco… Ma, comunque, chi ha voglia di farci niente?G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, pag. 63


Crediti
 • Maria Rocchi e Roberto Bertilaccio •
 • Airamanna Pensieri spettinati nel loro essere curati •
  • Le poesie di William Butler Yeats sono tratte da 'Quaranta poesie', Torino, Einaudi, 1965 e 1983 •
 • Pinterest • Waldemar Strempler Photo Collage •  •

Similari
 ⋯ Il caso Nietzsche
459% ArticoliFilosofiaGianni Vattimo
Nietzsche, accompagnato dalla sua cattiva reputazione di pensatore dei nazisti, fu poi riconsiderato, agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo, da quel movimento che prese il nome: Nietzsche-Renaissance o il rinascimento nietzscheano, e soprattutto ⋯

wall-art jazz-trioImprovvisazione sull’improvvisazione
400% ArticoliJean-Luc Nancy
Che rapporto sussiste tra la struttura dell’improvvisazione e la struttura della riflessione filosofica? Si può improvvisare quando si fa filosofia? Il testo di Jean-Luc Nancy, inedito, è una sua improvised lecture on improvisation tenuta nel 2014 presso ⋯

 ⋯ Le origini romantiche della psicoanalisi e l’obiezione di Nietzsche
199% ArticoliPsicologiaUmberto Galimberti
A differenza di tutti i popoli della terra, l’uomo occidentale un giorno ha detto Io. L’ha annunciato Platone e l’ha esplicitato Cartesio. La psicologia ha catturato questa parola e ne ha fatto il centro della soggettività, dispiegando una visione del mon⋯

 ⋯ La scrittura delle donne
145% ArticoliCixous HélèneSocietà
Héléne Cixous rilegge il saggio di Freud sulla Testa di Medusa per rivendicare il potere dell’écriture feminine, della scrittura femminile. Da terrificante e mostruosa, Medusa si trasforma in una figura sorridente e sovversiva in grado di destabilizzare l⋯

 ⋯ Dall’autorganizzazione alla comunizzazione
129% ArticoliAutori VariPolitica
Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l’abolizione del capitale è l’abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la soci⋯

 ⋯ Il pensiero eterocentrico
107% ArticoliMonique WittigSocietà
Negli ultimi venti anni, il linguaggio ha dominato i sistemi teorici e le scienze umanistiche, penetrando così, nelle discussioni politiche dei movimenti delle lesbiche e di liberazione delle donne. Si tratta di un campo politico importante, in cui entra ⋯

Indice