Perché non dir loro che sapevo?
Soltanto oggi mi pongo una domanda, pur così semplice, che non mi è mai venuta in mente: perché non li ho mai interrogati su di te, in nessun momento, nemmeno da adulta e quando sono diventata madre a mia volta? Perché non dir loro che sapevo? Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella domanda. Negli anni Cinquanta, secondo una regola implicita era impossibile interpellare i genitori, o gli adulti in generale, su ciò che non volevano che sapessimo ma che in realtà sapevamo già. La domenica d’estate dei miei dieci anni ho ricevuto il racconto e la legge del silenzio. Se non volevano che sapessi della tua esistenza, allora voleva dire che non dovevo chiedere nulla. Adeguarmi al loro desiderio della mia ignoranza su di te. Ho l’impressione che trasgredire la legge – ma non mi è nemmeno mai saltato in mente di farlo – sarebbe equivalso a pronunciare un’oscenità davanti a loro, scatenando un putiferio e un castigo inusitato che ora associo alla frase del padre di Kafka a suo figlio per come la riporta quest’ultimo nella Lettera al padre, frase che ho subito ricopiato la prima volta che l’ho letta, a ventidue anni, sul mio letto dello studentato, ti squarto come un pesce.

Crediti
 • Annie Ernaux •
 • L'altra figlia •
 • SchieleArt •   •  •

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