
La prima e la più grave delle domande di cui vi ho parlato e su cui ogni scrittore deve prendere posizione, è quella che riguarda la giustificazione della sua esistenza. Certo quasi mai essa affiora alla coscienza del singolo autore che, sedotto e animato dal proprio talento, scrive le sue opere e spesso avverte la presenza di questa domanda solo tardivamente. Perché scrivere? A quale fine? Perché, dal momento in cui non c’è più un mandato dall’alto, anzi non esistono più mandati, e quelli che si spacciano per tali, non ingannano più nessuno? Su che cosa scrivere, per chi, e a che cosa dare voce al cospetto degli uomini, in questo mondo? Anche chi è più posseduto dal desiderio di interpretare e di dare un senso alle cose, anche costui come può sopravvivere in virtù di una qualche interpretazione, di un’attribuzione di senso, o anche solo in virtù di una qualsiasi descrizione, per quanto esatta possa sembrargli? E i suoi giudizi per mezzo del linguaggio, perché uno scrittore giudica sempre, egli giudica cose ed esseri umani nel momento stesso in cui dà loro un nome, non sono forse del tutto indifferenti o fuorvianti, o addirittura riprovevoli? E se egli osasse assegnarsi da solo un compito (è oggi questa la sola possibilità che gli resta!) non sarebbe questo compito arbitrario, ambiguo, e non sarebbe egli sempre – malgrado ogni suo sforzo – in debito di qualcosa nei confronti della verità? E tutto il suo operare non sarebbe forse hybris, e non dovrebbe egli diffidare di ogni propria parola, di ogni finalità, persino di sé stesso?
Perché scrivere? A quale fine?
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