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Se dunque carattere della prima metà della vita è un’aspirazione insaziata alla felicità, carattere dell’altra metà è il timore della sventura. Perocché a quell’ora si ha conosciuto più o meno nettamente che ogni bene è chimerico, ogni dolore, invece, reale. Allora gli uomini, quelli almeno il cui giudizio è sensato, in luogo d’aspirare al piacere non cercano più che uno stato franco da dolori e da inquietudini. Quando nei miei anni di gioventù sentiva battere alla mia porta, io era tutto allegro perché mi dicevo: «Ah! finalmente!» Più tardi, nella medesima situazione, ne ricevevo un’impressione piuttosto vicina al terrore, e pensavo: «Ahimè! di già!» Gli esseri eminenti e largamente dotati, coloro che, per ciò stesso, non appartengono del tutto al resto degli uomini e si trovano più o meno isolati in proporzione dei loro meriti, provano pure riguardo la società umana questi due sentimenti opposti: in giovinezza spesso quello di esserne abbandonati, nell’età matura quello d’esserne liberati. Il primo, che è penoso, deriva dalla loro ignoranza: il secondo, gradevole, dalla conoscenza del mondo. Ne segue che la seconda metà della vita, come la seconda parte d’un periodo musicale, ha meno foga e più quiete della prima: e succede così perché la gioventù s’immagina meraviglie immense circa la felicità ed i piaceri che si possono incontrare sulla terra e crede che la difficoltà stia solo nel raggiungerli, mentre la vecchiezza sa che non v’ha cosa alcuna da cercare; tranquilla su tale proposito, essa gusta qualunque attualità sopportabile, e prende piacere perfino alle cose più piccole.

Crediti
 • Arthur Schopenhauer •
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