Pina Bausch – la danzatrice fuori dal tempo

…una donna che danza e che divinamente cesserebbe d'essere donna se potesse assecondare fino alle nubi il passo che ha eseguito.Paul Valéry

Se tu togli il senso, togli la direzione al tempo, e siccome noi siamo fatti di tempo, se togliamo direzione al tempo, togliamo senso all’uomo. Ed è tragedia.

Non si può vivere senza una logica, senza un senso; e la logica e il senso sono resi logici e sensati soprattutto dal tempo (il tempo è la più alta intuizione antropomorfa, poi c’è il divino. Agire, pensare, sentire senza senso, senza una finalità condivisa, può aprire voragini nel cuore dell’unico senso riconosciuto sensato dall’uomo. Eppure proprio così lavorava Pina Bausch! E poteva farlo perché aveva troppa gioia nel cuore per temere la notte, per temere il nulla. Si era confrontata con il tragico e per questo poteva generare colori, suoni, figure, danza, capaci di contenerlo; di renderlo “mansueto”, quasi amico.

⋯ Alexandra Campeau ⋯
Al tanztheater i gesti non hanno futuro; vivono tutti il presente, nel dolore e nella gioia: purissimi perché senza l’intrusione del tempo. I gesti del tanztheater sono in-sensati perché non sanno raccontare una storia; e non sanno raccontare una storia perché non conoscono il tempo. Ma proprio per questo aprono alla conoscenza che l’uomo cerca accuratamente di evitare; aprono all’assurdo e alla follia; aprono ad un mondo non governabile dalla volontà dell’uomo.

Qualcuno farà nascere il tragico di Pina Bausch dal senso di colpa di un popolo; qualcun altro parlerà di femminismo; altri ancora utilizzeranno Freud o Marx per capire, ma Pina ci fa solo vedere la nostra ex-sistenza senza le costruzioni escogitate dall’uomo per dare senso alla vita dell’uomo. Ci fa vedere la vita senza le categorie logico-antropologico-teologiche che la irretiscono da oltre 2000 anni. Quella vita che noi abbiamo paura di vedere, perché crediamo che coincida con il ni-ente. Se il tempo orientato è senso, il tempo dis-orientato per noi diventa nulla; e un tempo così è un peso insostenibile per noi; così è solamente tempo senza senso. E il tempo senza un senso è il limite più duro da ingoiare per l’uomo: allora si evita il confronto e si rinchiude il tempo dentro le nostre ragioni. Così siamo rassicurati nel nostro stare al mondo. Niente più tragedia se possiamo disporre del tempo a nostro piacimento; se possiamo tirarlo fuori dalle tasche al momento opportuno per investirlo nel mercato della logica e della ragione. È il tempo in sé che ci preoccupa; e per non sapere quello che ci fa male sapere, costruiamo una continuità fittizia del tempo, lo chiamiamo progresso, altro mondo, futuro, e possiamo così anestetizzare il nostro rapporto con la realtà. Basta dare uno scopo al tempo, basta dare una continuità orientata, e passa la paura. Se invece il tempo ricade su sé stesso, se non va da nessuna parte, costringe l’uomo a pensare all’uomo, non ai piaceri della tecnologia. Più Pina fa incespicare, inciampare, il tempo (skàndalon), più costringe ad aprire lo sguardo su altro; togliendo così finalità “umane” al divenire. Se tu togli direzione, senso al tempo, si genera il dolore, è vero. Ma se tu togli direzione, senso al tempo, nasce anche la gioia. Il tragico porta nell’ex-sistenza il dolore e la gioia; perché toglie al tempo il suo potere di ricatto sull’attimo. L’attimo è la porta dell’eternità, non della durata; per questo Pina Bausch toglie tempo al tempo; per farci entrare nell’attimo, per toglierci dalle preoccupazioni della durata. Perché Pina non vuole durare, deve ex-sistere. Deve far apparire dal nulla, il nulla che siamo. Ma senza imbastire una filosofia razionale o una teologia consolatoria. Quando c’è la gioia non servono filosofie, non servono teologie. Pina “sa” che dal tremendo generato nell’uomo da questa tragica condizione, l’unica risposta possibile è l’amore. Per questo insiste a farci provare l’in-sensato, perché l’uomo diventi solamente amore. Ogni passo, ogni gesto, ogni immagine del tanztheater è un frammento che non può e non sa comporsi in un senso che vada al di là di sé stesso. È come la folgore di Eraclito, come l’attimo di Nietzsche.

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Crediti
 Tino Di Cicco
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