Il clima politico della Palermo post-unitaria era un terreno minato, dove le speranze del Risorgimento si scontravano quotidianamente con le trame oscure di un’aristocrazia che non intendeva abdicare al proprio ruolo di guida occulta della società siciliana. Leonardo Sciascia, con la sua consueta attitudine di cercatore di verità tra le pieghe della storia, ricostruisce l’oscura vicenda dei pugnalatori del 1862, tredici uomini assoldati per seminare il panico nelle strade della città in un’unica, terribile notte. Al centro di questa indagine si staglia la figura del magistrato piemontese Guido Giacosa, un uomo d’ordine e di legge che si trova a dover decifrare un rebus di sangue e di silenzi. Giacosa intuisce subito che i coltelli che hanno ferito a caso per le vie di Palermo non sono stati mossi dal fanatismo repubblicano o dalla disperazione borbonica, ma da un calcolo freddo e preciso, orchestrato nei palazzi del potere. La sua attenzione si concentra sul principe di Sant’Elia, esponente di spicco di quel mondo che sembrava accettare il nuovo Regno d’Italia solo per meglio sabotarlo dall’interno. Il sospetto di un coinvolgimento diretto del principe nel reclutamento e nell’addestramento dei sicari spinge i magistrati a compiere un atto di audacia senza precedenti: la perquisizione della dimora principesca.
La perquisizione aveva avuto un risultato negativo, se non per un particolare che però nulla valeva come prova. Per quella perquisizione, i magistrati si erano avvalsi dei carabinieri: precauzione che fu sempre di quei magistrati che volevano segreti e di esatta esecuzione i loro provvedimenti. E i carabinieri tanto esattamente eseguirono quello, che contarono le finestre del palazzo Sant’Elia prima da dentro e poi da fuori: e si accorsero che contate da dentro ne risultava una in meno, sicché facilmente ne dedussero che una camera era stata occultata. Si diedero, col calcio dei fucili, a percuotere le pareti interne, ad auscultarne – se sordo o vacuo – il suono; a spostare mobili. E finalmente scoprirono, dietro un armadio, un muro di fresca fattura che era stato levato in luogo di una porta. Lo demolirono: e si trovarono ad una visione da pittura metafisica. Una grande stanza, con delle sedie disposte come per uno spettacolo: e di fronte a quelle sedie era un manichino da cui pendevano campanellini e con infisso alla schiena un pugnale somigliante a quello che era rimasto al Di Marzo tra la prima e la seconda vertebra dorsale. Non parve ai magistrati (e non pare a noi), di concluderne che il principe, per usare l’espressione che il Mattania gli attribuiva, fosse tanto coglione da portarsi in casa le reclute alle pugnalazioni per esercitarle. Forse (e qui ci richiamiamo alla notizia del De Cesare) quella stanza e quel manichino erano una volta serviti alle esercitazioni di scherma (e i campanellini servivano probabilmente a segnalare la toccata: benché, a nostra cognizione, l’uso dei manichini con sonagli fosse più da scuola di borseggio che di scherma). Ma quel pugnale, ma quella porta murata? I magistrati vanamente ci si arrovellarono; né potevano chiedere spiegazioni al principe, sdegnosamente chiuso nell’immunità che gli veniva dall’essere senatore. Avevano potuto perquisirgli la casa aggirando ogni divieto con la motivazione del pericolo imminente nel ritardo: pericolo che da un momento all’altro degli elementi di prova potessero essere occultati o distrutti; ma non potevano né arrestarlo né interrogarlo, senza ordine espresso del Senato. Quest’ordine non venne mai; e anzi vennero, per i due magistrati, richieste di giustificare il loro operato, rimproveri, accuse.
La reazione delle istituzioni fu fulminea e implacabile, non contro i sospettati, ma contro chi aveva osato sollevare il velo su quel segreto di Stato. Il caso del principe di Sant’Elia divenne immediatamente un caso politico nazionale, mettendo in imbarazzo il governo di Torino e le alte sfere del Senato del Regno. Invece di procedere con l’autorizzazione a procedere, si scatenò una campagna di delegittimazione contro Giacosa e il procuratore Mattania, accusati di aver violato le prerogative parlamentari e di aver agito per pregiudizio ideologico. In questa palude diplomatica, la verità sui pugnalatori iniziò a dissolversi, perdendosi nei corridoi ministeriali dove le alleanze pesavano più delle prove. Sciascia analizza magistralmente come la ragion di Stato prevalga quasi sempre sulla giustizia sostanziale, specialmente quando quest’ultima minaccia di svelare le complicità tra il nuovo ordine e le vecchie consorterie aristocratiche. Il manichino con i campanellini, scoperto in quella stanza segreta, divenne il simbolo di un’indagine che aveva colpito nel segno ma che era stata forzata al silenzio per non turbare i precari equilibri della nazione. Il principe, protetto dal suo scranno senatoriale, non dovette mai rispondere di quella stanza murata né del pugnale infisso nel cuoio. Giacosa fu presto trasferito, allontanato da una Sicilia che non voleva essere guarita dalle sue malattie secolari. La storia dei pugnalatori si concluse così in un’ennesima archiviazione del mistero italiano, dove i colpevoli materiali venivano puniti per nascondere i mandanti morali, e dove la giustizia veniva sacrificata sull’altare della stabilità politica. Sciascia ci lascia con il dubbio atroce che quel manichino non servisse a imparare l’arte della scherma, ma a insegnare la precisione chirurgica del tradimento, un’arte in cui l’aristocrazia palermitana non aveva eguali, capace di muoversi nell’ombra con la stessa silenziosa efficacia di un coltello che scivola tra le vertebre della verità.
Rileggendo oggi questi documenti, si avverte la tragica attualità di una narrazione che parla di poteri invisibili e di stanze occultate non solo nei palazzi, ma nelle coscienze di chi dovrebbe vigilare. Il muro di fresca fattura scoperto dai carabinieri è la metafora perfetta di ogni tentativo di nascondere le colpe del passato dietro la facciata di una nuova rispettabilità democratica. I magistrati che cercarono di abbattere quel muro furono sommersi dalle carte e dal discredito, una tecnica di annientamento professionale che avrebbe fatto scuola negli anni a venire. Sciascia non si limita a scrivere un giallo storico, ma redige un trattato sulla natura del potere in Italia, una riflessione amara su come l’unificazione del Paese sia avvenuta anche attraverso patti indicibili e silenzi complici. Quei campanellini risuonano ancora oggi come un monito per chi crede che la legalità possa trionfare senza scontri dolorosi con i centri dell’impunità garantita. La sconfitta di Giacosa non fu la fine del suo onore, ma la conferma che la sua indagine era arrivata troppo vicino al sole della verità, rischiando di bruciare le ali di un intero sistema politico ancora troppo fragile per reggere il peso di una giustizia uguale per tutti, principi e pugnalatori compresi.
Gattopardismo: Strategia politica volta a simulare cambiamento radicale per mantenere inalterati rapporti di forza e privilegi di classe dominante tradizionale.
Immunità: Prerogativa giuridica che tutela membri di alte istituzioni da procedimenti penali garantendo protezione speciale contro indagini di magistratura ordinaria.
Metafisica: Dimensione astratta della realtà che trascende dati fisici immediati evocando atmosfere sospese e inquietanti simili a stanze occultate nei palazzi.
Pugnalatori: Gruppo di esecutori materiali assoldati da mandanti occulti per compiere attentati mirati a seminare terrore tra popolazione civile urbana.
Ragion di Stato: Principio secondo cui interessi superiori di nazione giustificano deroga a norme morali e legali per preservare ordine e stabilità.
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Mese e anno di pubblicazione in Italia: Febbraio 1976
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