Potere sugli uominiAnna ascoltava, e il suo volto, pur segnato dalla stanchezza della serata, tradiva una tensione nuova. Le parole di Levin non erano solo argomentazioni; erano echi di un’inquietudine che anche lei, nei lunghi silenzi della sua camera, aveva percepito. Ma nessuno, prima di quel momento, aveva avuto il coraggio di formularla con tanta nuda semplicità. A dire il vero gli uomini sembrano goder molti più diritti delle donne. Sì, sì, è anche giusto quello che dite – m’interruppe. – Proprio quello che voglio dire anch’io; e ciò sta a spiegare questi straordinari fenomeni, che mentre da una parte è perfettamente vero che la donna è ridotta al più basso stato d’umiliazione, da un’altra parte va tiranneggiando. Proprio come fanno gli ebrei: dominano col denaro, e così largamente si rifanno d’esser tenuti in oppressione, come oppresse sono le donne. – Voi ci volete soltanto mercanti? E va bene, e noi come mercanti vi governeremo a nostro talento – dicono gli ebrei. – Voi volete far di noi soltanto l’oggetto del vostro piacere? E va bene, noi ridotte a strumento dei vostri sensi, vi faremo schiavi – dicono le donne. La donna non è priva di diritti, soltanto per il fatto che non può votare o far parte della giuria nei tribunali – occuparsi di tali cose non costituisce alcun diritto – è priva di diritti perché nelle questioni sessuali non si trova a parità di condizioni dell’uomo, non può godere a suo piacimento delle relazioni con un uomo, o cessarle quando lo voglia, o scegliersi lei l’uomo, invece d’esser scelta. Mi vorrete dire che tutto ciò è un’indecenza; e va bene. Ma anche l’uomo non dovrebbe aver tali diritti. La donna è priva d’ogni diritto, e l’uomo può far quel che vuole. Ed ecco perché ella, per rivalersi della mancanza di diritti, attraverso i sensi, fa quel che le pare dell’uomo, tanto che soltanto formalmente è lui che sceglie, ma in realtà poi è la donna. E una volta che le sia concessa tale facoltà, va a finir che ne abusa, e può disporre di un tremendo potere sugli uomini.

Levin tacque, quasi spaventato dalla propria veemenza. Sergej Ivanovič sollevò lo sguardo dal bicchiere di tè, posandolo con cura sul piattino. La tua analisi, Kostja, è acuta fino a un certo punto, disse con la calma distaccata di chi ha già esaminato la questione da ogni angolazione. Tu confondi il potere di fatto con il diritto. Che una donna possa, con la sua bellezza o la sua astuzia, piegare un uomo alla propria volontà, non attesta una parità, ma semmai l’ingiustizia ancora più profonda di un sistema che le nega l’influenza diretta e la costringe al raggiro. È la differenza tra la forza bruta e la forza del debole: la prima è legittima e palese, la seconda è furtiva e socialmente disprezzata. Non chiamare diritto la rivolta. Anna ascoltava il fratello e il cognato, ma il suo pensiero correva altrove. Pensava a come lei stessa, nella sua breve vita coniugale con Karenin, avesse esercitato quel potere senza saperlo. Una ritirata silenziosa, una freddezza concessa a dosi, lo sguardo abbassato al momento giusto. Non era stata felice, ma era stata padrona di quella piccola, meschina guerra domestica. E poi era arrivato Vronskij, e ogni arma era caduta. Per la prima volta non aveva voluto governare, era stata governata. E in quella resa aveva creduto di trovare la libertà. Ora, le parole di Levin le mostravano lo scheletro di quel meccanismo: la schiavitù non era stata abolita, aveva solo cambiato padrone. Il suo potere di donna, quello di cui parlava Levin, non l’aveva mai usato con Vronskij. O forse sì, forse lo usava anche in quel momento, a Mosca, con le sue lacrime e le sue lettere. Forse anche l’amore più puro, quando nasce da una disparità, si corrompe in una lotta silenziosa per il predominio.

La principessa Mjagkaja, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, scoppiò nella sua risata chiara e tagliente. Levin, Levin, voi siete un pericoloso rivoluzionario e nemmeno lo sapete, esclamò. Volete dare alle donne gli stessi diritti degli uomini? Ma allora addio mondo! Immaginate un processo con giurie composte per metà da donne: nessun imputato verrebbe mai condannato, perché tutte piangerebbero sul suo destino. O peggio, lo assolverebbero solo se fosse bello. E il voto? Mio marito dice sempre che se le donne votassero, in Russia vincerebbe sempre il partito che promette di regalare la biancheria fine alle elettrici. Rise ancora, ma nessuno la seguì. Pëtr, il vecchio cameriere, entrò per sostituire le candele. Il suo passo era silenzioso, il suo sguardo fisso sul lucignolo. Levin lo osservò e pensò che anche lui, come una donna, come un ebreo, esercitava il suo potere muto nella casa. Sapeva tutto, prevedeva ogni bisogno, e senza di lui la vita sarebbe crollata. Eppure, quando si parlava di diritti, Pëtr non esisteva. Esisteva solo quando si rompeva un bicchiere o la cera colava sulla tovaglia. Forse, disse Levin a bassa voce, quasi parlando a sé stesso, il vero problema non è a chi dare il potere, ma perché il potere esista. Perché dobbiamo sempre, in ogni relazione, stabilire chi comanda e chi obbedisce? L’amore, l’amicizia, il matrimonio: dovrebbero essere accordi tra pari, non campi di battaglia dove uno vince e l’altro perde. Sergej Ivanovič scosse il capo. Il tuo misticismo ti tradisce, Kostja. La società si regge su gerarchie, naturali o convenzionali che siano. Eliminarle è un sogno, e i sogni non hanno mai fatto buone leggi. Ma Levin non ascoltava più. Guardava fuori dalla finestra la notte di Mosca, e pensava a Kitty, alla loro casa, alla vita che stavano costruendo. Non voleva essere il suo padrone, e nemmeno il suo schiavo. Voleva solo che, quando lei lo guardava, nei suoi occhi non ci fosse né paura né astuzia. Solo amore. E sapeva che quello era il diritto più difficile da conquistare, per un uomo come per una donna.

Glossario
Crediti
 Lev Tolstoj
 Anna Karenina
  Capitolo: Parte seconda, Capitolo XXXIII
  Pubblicata per la prima volta in Italia nel novembre 1945
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