La privatizzazione trasforma beni essenziali per la vita — acqua, energia, conoscenza, territorio — in strumenti di accumulo di profitto per pochi, a discapito del bene comune di tutti. Questo processo non riguarda solo l’efficienza gestionale, ma altera radicalmente il rapporto tra cittadini e risorse fondamentali: da diritti universali si passa a servizi a pagamento, accessibili solo a chi può permetterseli. Le conseguenze sono esclusione sociale, aumento dei costi per le famiglie, perdita di controllo democratico sulle scelte strategiche e degrado della qualità del servizio. Mentre le multinazionali acquisiscono potere decisionale su questioni vitali, spesso grazie a contratti opachi e lobbying politico, le comunità locali perdono voce e sovranità.
Il caso dell’acqua è emblematico. In molti paesi, dopo la privatizzazione del servizio idrico, le tariffe sono aumentate drasticamente, le infrastrutture sono state trascurate e le aree povere sono state abbandonate. Aumentano i distacchi per morosità, e milioni di persone si trovano senza accesso a un bene fondamentale. Lo stesso accade con l’energia: grandi gruppi privati monopolizzano le fonti rinnovabili, impedendo forme diffuse e decentralizzate di produzione energetica che potrebbero rendere le comunità autonome. Anche la conoscenza è sotto attacco: università pubbliche sono costrette a chiudere corsi, mentre aziende brevettano geni, sequenze del DNA e scoperte scientifiche, limitando l’accesso alla ricerca.
Questo modello non è inevitabile. Esiste un’alternativa: la gestione collettiva dei beni comuni. Come dimostra Ugo Mattei, le comunità possono autogestire efficacemente acqua, energia, foreste e reti digitali attraverso regole condivise, trasparenza e partecipazione. Questi modelli non mirano al profitto, ma alla sostenibilità, all’equità e alla cura del territorio. Sono laboratori di democrazia reale, dove le persone decidono insieme del proprio futuro.
Per contrastare la privatizzazione selvaggia, serve una legislazione forte che riconosca i beni comuni come categoria giuridica e ne impedisca la mercificazione. Serve anche una battaglia culturale: educare alla cittadinanza globale, insegnare che alcuni beni non possono essere oggetto di proprietà privata perché appartengono all’umanità intera. L’acqua, l’aria, la conoscenza, la biodiversità: sono condizioni stesse della vita. Resistere significa riaffermare che certi beni non possono avere un prezzo, perché il loro valore è inalienabile. Solo così potremo garantire accesso universale e sostenibilità per le generazioni future.
Nel nome dell'umanità Riccardo Petrella denuncia il fallimento del modello economico globale che sacrifica diritti fondamentali sull'altare del mercato. L'autore propone un'alternativa basata sui beni comuni, sostenendo che acqua, salute, istruzione e conoscenza debbano essere universalmente accessibili. Critica le istituzioni finanziarie internazionali e il neoliberismo, chiamando a una rinascita della democrazia economica e della cittadinanza globale. Il libro è un appello etico e politico per ripensare lo sviluppo in chiave sostenibile, giusta e inclusiva, mettendo al centro la dignità umana e la responsabilità collettiva verso le generazioni future.
Il libro Nel nome dell'umanità di Riccardo Petrella è stato pubblicato in Italia nel gennaio del 2006
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Vandana Shiva denuncia con forza la mercificazione dell’acqua potabile, presentandola come uno dei fronti principali dello scontro tra economia globale e diritti locali. Il libro documenta come multinazionali come Nestlé sfruttino falde acquifere nei paesi del Sud del mondo, depauperando risorse essenziali per le comunità. L’autrice collega la privatizzazione dell’acqua alla crisi agricola, alla disuguaglianza e al colonialismo neoliberista. Propone un modello alternativo basato sulla gestione comunitaria, la conservazione e il riconoscimento dell’acqua come diritto umano e bene comune inscindibile dalla vita.
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