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Quel che innanzi tutto si presenta all’attenzione di chi guarda l’immagine femminile che Dante ha tratteggiato, è il ritratto di una donna dallo spessore psicologico intenso e complesso. Francesca è in un certo senso l’anti-Beatrice, una tipologia femminile del tutto differente dal ritratto della “dama” cortese che verrà poi ulteriormente trasfigurato da Dante e dagli stilnovisti. Analizzando infatti la psicologia della donna cantata dai poeti cortesi – dai trovatori sino ai nostri poeti stilnovisti – ciò che appare nella sua evidenza anche sconcertante è che in realtà per essere amata la donna deve subire un processo di idealizzazione e trasfigurazione, per il quale tutto ciò che di lei è espressione di desiderio e sensualità subisce una rimozione. Nell’amore cortese, per essere amata essa deve scomparire come donna per riapparire come Dama, come Donna assoluta, chiusa nella sua bellezza lontana e inaccessibile che la rende simile a una divinità, pura, perfetta come una creatura angelica. La raffigurazione dell’ideale cortese è una “dama fittizia“, un oggetto irraggiungibile che permette all’amato la realizzazione del suo desiderio solo attraverso la sublimazione estetica. Il ritratto di Francesca da Rimini si discosta da questa tipologia: siamo di fronte ad un’aristocratica ma non a un essere irraggiungibile; è una donna gentile e costumata, di cultura raffinata e di animo nobile, ma Amore la umanizza, la rende fragile dinanzi al prorompere del desiderio. Di fronte alla bellezza inaccessibile di Beatrice, Francesca appare in tutta la sua statura di donna nata dall’amore e gravata di tutto il peso che una relazione proibita comporta. Di contro al potere di “dare la morte” della dama cortese, assente e inviolata, c’è una donna data alla morte, perché abbandonatasi al richiamo della seduzione. L’amore di Paolo e Francesca è un amore totale, cioè non solo elettivo – singolare, esclusivo, reciproco – ma disposto alla totalità della perdizione pur di affermarsi. Un amore assunto fino alle sue estreme conseguenze, che però non ha nulla dell’abiezione masochista o del divertissement del libertino, la cui sfida alla norma non è che una finzione che conferma la regola. Niente isterismi alla maniera flaubertiana, nessuna sfrontatezza romantica, nessuna esaltazione adolescenziale. Le parole di Francesca, il suo tono altero e pensoso, e il pianto silenzioso e prolungato di Paolo che accompagna la narrazione della donna, testimoniano di un amore maturo, gravato dal peso della segretezza e nobilitato dalla prova estrema della morte. L’amato è additato da Francesca come colui “che mai da me non fia diviso“, e la forza con cui sottolinea l’indissolubilità del patto d’amore è la prova di una conquista – quella della durata, che non è certo una prerogativa degli amanti passionali – derivatale dall’assunzione piena delle conseguenze cui l’amore totale conduce. Il coraggio di Francesca è tutto in questa capacità di contenere la tensione suprema che un amore di tale natura genera.

Crediti
 • Aldo Carotenuto •
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