Progresso come peccato originale
L’idea di progresso, un tempo il sacro motore dell’Illuminismo e la più radiosa promessa di emancipazione umana, è stata metodicamente capovolta, svuotata della sua speranza e trasformata in una cupa narrazione di colpa. Lo sviluppo tecnologico e scientifico, che ha strappato l’umanità da millenni di fame, superstizione e fatica abbrutente, non è più celebrato come una liberazione, ma condannato come l’atto di hybris per eccellenza, un peccato originale commesso contro un’arcadica e fittizia innocenza naturale. Questa visione trasforma l’intera storia della civiltà occidentale in una lunga, inesorabile caduta dall’Eden, un allontanamento progressivo da uno stato di grazia originario. In questo nuovo schema teologico secolarizzato, la Natura, accuratamente depurata da ogni sua componente violenta, crudele e indifferente, viene elevata al rango di divinità offesa, una Gaia sensibile e benevola. Di contro, l’uomo, e in particolare l’uomo occidentale, è designato come il suo profanatore, un virus che infetta un organismo altrimenti perfetto. La rivoluzione industriale diventa così la Caduta dall’Eden, la scienza il frutto proibito dell’albero della conoscenza, e la modernità la condizione di peccato in cui tutti viviamo, meritevoli di una punizione imminente e apocalittica, solitamente immaginata come catastrofe ecologica. Questa narrazione è immensamente seducente perché offre una spiegazione totale, semplice e moralmente gratificante a un mondo che appare altrimenti caotico e privo di senso. Riduce ogni problema contemporaneo – l’alienazione esistenziale, l’inquinamento, le disuguaglianze – a un’unica, identificabile causa originaria, fornendo un nemico chiaro e un senso di chiarezza etica. Ma questa semplicità è ottenuta al prezzo di una profonda disonestà intellettuale, di una deliberata falsificazione della storia.

Questa visione del progresso come maledizione si fonda su una nostalgia tossica per un passato che non è mai esistito. Si costruisce un’epoca pre-moderna romanticizzata, un mondo di comunità organiche e di armonia pastorale, proiettando su di esso tutti i desideri e le frustrazioni del presente. Si dimenticano, o si rimuovono attivamente, le realtà brutali di quel mondo: la mortalità infantile che rendeva la sopravvivenza di un figlio un’eccezione, le carestie endemiche che decimavano intere popolazioni, il lavoro massacrante dall’alba al tramonto come unica condizione di vita per la stragrande maggioranza, e l’oppressione sociale, politica e religiosa come unica forma di ordine conosciuto. Il progresso non viene criticato in modo sfumato, analizzando i suoi effetti ambivalenti, i suoi costi e i suoi benefici, in un bilancio complesso e onesto. Viene invece condannato in blocco, come un male assoluto e irredimibile. Di conseguenza, chiunque osi difendere i benefici tangibili della scienza o della crescita economica, chiunque osi ricordare che la nostra aspettativa di vita è raddoppiata e che la povertà estrema è crollata, viene immediatamente tacciato di essere un apostata della nuova fede, un negazionista cieco di fronte all’imminente apocalisse, un complice del sistema criminale. Il dibattito viene così ucciso sul nascere, sostituito da un tribunale morale che emette solo sentenze di condanna. La conseguenza più grave di questa mentalità è una profonda e paralizzante sfiducia nel futuro e nelle capacità umane. Se il progresso è peccato, allora l’unica via per la salvezza risiede nella rinuncia, nella penitenza, nella decrescita. Il ritorno a uno stile di vita ascetico viene presentato come l’apice della virtù.

Questa posizione, spesso sostenuta con fervore da élite intellettuali e accademiche che godono appieno dei frutti di quel progresso che condannano, è profondamente reazionaria e ipocrita. Romanticizza la povertà, la trasforma in una scelta etica superiore, in una sorta di snobismo spirituale. Ignora deliberatamente che per miliardi di persone la miseria non è una virtù filosofica, ma una condanna quotidiana, una prigione di sofferenza da cui cercano disperatamente di fuggire. Predicare la decrescita a chi non ha accesso all’acqua potabile o all’elettricità è un lusso morale che solo chi ha già raggiunto il benessere si può permettere, una forma di imperialismo etico che vorrebbe negare agli altri le opportunità di cui noi abbiamo abbondantemente usufruito. Demolire questa visione catastrofista non significa, tuttavia, abbracciare un’idea di progresso cieco, illimitato e indifferente ai suoi costi. Significa, al contrario, recuperare una visione matura, adulta e responsabile dello sviluppo umano. Un approccio che riconosca con lucidità i problemi reali creati dalla tecnologia e dall’industrializzazione – primo fra tutti il cambiamento climatico – ma senza cadere in un catastrofismo paralizzante che genera solo ansia e inazione. Si tratta di usare l’ingegno umano, la scienza e la tecnologia non per sognare un impossibile ritorno a un passato mitico, ma per risolvere i problemi concreti del presente e costruire un futuro sostenibile. Significa rifiutare la logica binaria e infantile di Paradiso perduto contro Inferno tecnologico, per abbracciare finalmente la complessità di un mondo in cui bene e male, rischi e opportunità, creazione e distruzione sono, da sempre, indissolubilmente e tragicamente intrecciati. La saggezza non sta nel fermare il viaggio, ma nell’imparare a navigare meglio.

Crediti
 Autori Vari
  L'analisi decostruisce il masochismo della colpa occidentale. Il rimorso per il passato diventa un'ideologia paralizzante che genera paternalismo e odio di sé, impedendo un'azione costruttiva. Si propone di superare questo sterile vittimismo per abbracciare una responsabilità matura, capace di affrontare le sfide globali senza autoflagellazione.
  Il singhiozzo dell'uomo bianco di Pascal Bruckner. Pubblicato in Italia: Aprile 1984
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