In questo luogo che non è un luogo geografico ma una categoria dell’anima, o forse una patologia della geografia, l’uomo non abita il paesaggio, ma ne è posseduto, divorato, digerito. Qui la luce non illumina, ma scortica; il sole non è un astro benefico, ma un occhio spalancato e maligno che vieta ogni ombra, ogni segreto, ogni intimità. Gli abitanti di questa terra non conoscono la storia, quella sequela ordinata di cause ed effetti che noi occidentali usiamo per consolarci della nostra mortalità; essi vivono in un presente assoluto, simultaneo, un tempo sferico e soffocante dove ogni gesto è definitivo e ogni respiro è una lotta contro l’aria solida e rovente. Non vi è architettura che tenga, non vi è urbanistica che possa arginare il dilagare di una natura che non è madre, ma matrigna oscena e potente. Le loro case non sono rifugi, ma escrescenze della terra stessa, tane provvisorie scavate nel fango seccato dal calore, dove ci si nasconde non per riposare, ma per covare la propria sopravvivenza. Osservandoli, si comprende che per loro il corpo non è il tempio dello spirito, come vorrebbero le nostre esauste teologie, ma è l’unico strumento di conoscenza, un grumo di nervi e sangue gettato nella mischia dell’esistenza senza manuale d’istruzioni. Essi diffidano della parola, che considerano un’astrazione debole, un fiato inutile che non sposta la polvere; preferiscono il grugnito, l’urlo, il silenzio carico di minaccia. La loro intera cosmogonia si riduce a una fisica elementare e brutale, dove non esistono concetti astratti di bene e male, ma solo la gravità dei corpi che si attraggono e si respingono con la violenza di pianeti in collisione. Non cercano di redimere la materia, perché sanno di essere materia essi stessi, fango pensante che soffre la propria densità. Ed è proprio in questa adesione totale, fanatica, alla superficie ruvida del mondo che essi trovano la loro paradossale grandezza.
Pensano che la terra sia un grumo di forze, un’aggressione contro il nulla, il disegno voluttuoso di un sasso arroventato contro l’aria dell’universo intero, e dichiarano necessario non capire l’esistenza della terra, ma solo accettarla, e operarla, con che essi intendono quella adesione corporale alle cose terrene, che si ottiene coi piedi e coi visceri e coi genitali, e colla saliva, e con tutto ciò che è violenza e passione. Pensano all’universo come ad un insensato e sregolato atto di violenza ai danni del niente, né sanno pensare o tollerare la propria esistenza se non come violenza, o assalto contro quel nulla; dicono di esistere come forza, di non morire in quanto forza; difendono la nobiltà della loro atroce disperazione, e asseriscono che solo su di essa si fonda la provvisoria e non duratura coerenza di codesta aggressione. Tuttavia essi non possono neppure accettare quella loro disperazione: e sempre si logorano intorno a quella loro condanna, di portare parole e sintassi dove è solo la forza. Vedi dice uno di essi se si potesse parlare coi ginocchi di quella donna: se ci fosse, oltre al ritmo che la musica impone al mio corpo e al suo, se ci fosse una necessaria sintassi, che fornisse una collocazione grammaticale e sintattica e logica alle nostre membra. Qualcosa di libero e di necessario. Sanno che questo non è possibile, perché sanno che Dio non esiste.
La non esistenza di Dio, in questo contesto, non è una deduzione filosofica né un atto di ribellione prometeica, ma una semplice constatazione meteorologica: Dio non esiste perché non c’è spazio per lui in un mondo saturo di presenze ingombranti e feroci. Se Dio esistesse, vi sarebbe una Grammatica Suprema, un ordine sintattico capace di declinare i corpi secondo regole di armonia e subordinazione; i ginocchi, i gomiti, le mani avrebbero un significato oltre la loro funzione meccanica, sarebbero parti di un discorso coerente. Invece, in assenza del Grande Grammatico, tutto è paratassi, tutto è giustapposizione casuale e violenta. I corpi si urtano, si compenetrano, si lacerano senza mai formare una frase di senso compiuto. L’eros stesso non è dialogo, ma un monologo urlato a due voci, un tentativo disperato di rompere la solitudine della carne attraverso l’attrito. Quella sintassi necessaria che l’uomo invoca è il sogno proibito di chi vive nel caos, l’illusione che possa esistere una legge capace di trasformare il tumulto in liturgia. Ma essi sanno, con una lucidità che ci spaventa, che la liturgia è solo una maschera, un gioco di specchi per nascondere il vuoto che ci circonda. Il loro ateismo è viscerale, tattile: hanno toccato il fondo del reale e non vi hanno trovato alcuna firma divina, solo la persistenza cieca della forza che vuole se stessa. E così, condannati a questa libertà terribile e necessaria, continuano a danzare sul bordo dell’abisso, cercando di dare forma al nulla con i loro movimenti sgraziati e potenti, consapevoli che ogni loro gesto è un atto di guerra contro il silenzio eterno, una bestemmia vitale scagliata contro un cielo indifferente che non risponde, e non risponderà mai, alle loro preghiere fatte di sudore e sangue. In questa disperazione senza rimedio, essi raggiungono una dignità che noi, protetti dalle nostre fragili architetture verbali, non potremo mai eguagliare, la dignità di chi guarda in faccia l’orrore e lo chiama vita.
Categoria dell’anima: Uno stato interiore o una condizione psicologica che definisce il modo in cui l’individuo percepisce e subisce il mondo esterno trasformando lo spazio fisico in una proiezione della propria sofferenza.
Grande Grammatico: Una figura metaforica che rappresenta la divinità intesa come principio ordinatore supremo capace di dare una logica e una struttura sintattica armoniosa alla caotica esistenza dei corpi e della materia.
Sintassi necessaria: L’aspirazione utopica a un ordine superiore e grammaticale che possa collegare i gesti e le membra umane in un discorso coerente sottraendo la carne alla sua funzione puramente meccanica e casuale.
Ti ucciderò, mia capitale
Capitolo: Africa
Data di pubblicazione: Novembre 2011
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Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini
Il romanzo narra il ritorno alle origini del protagonista in una terra scarnificata e mitica che ricorda la geografia dell’anima descritta nel testo. La Sicilia diventa il palcoscenico di un’umanità che soffre per il mondo offeso e cerca una nuova dignità attraverso il contatto con la sofferenza pura e la materia. Il linguaggio essenziale e ripetitivo riflette la ricerca di quella sintassi necessaria capace di dare un senso nuovo ai gesti quotidiani e al dolore collettivo degli uomini.
La nausea di Jean-Paul Sartre
In quest’opera fondamentale l’esistenza viene percepita come una presenza eccessiva e ingombrante della materia che scavalca ogni giustificazione razionale. Il protagonista sperimenta il disgusto davanti alla gratuità del reale proprio come gli abitanti che vedono l’universo come un insensato atto di violenza. La scoperta dell’assenza di un Dio ordinatore lascia l’individuo nudo di fronte alla propria libertà terribile e alla densità di un mondo che non offre spiegazioni ma solo l’urto dei corpi.
Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo
Un’epopea monumentale ambientata nello stretto di Messina dove il mare e la terra diventano forze mitiche e feroci che divorano gli uomini. Il testo esplora la condizione di creature che vivono in un presente assoluto lottando contro la metamorfosi e la morte in una natura che è matrigna oscena. La lingua stessa del romanzo cerca di farsi corpo e materia tentando di costruire quella collocazione grammaticale e sintattica necessaria per descrivere l’orrore e la bellezza primordiale dell’esistenza.























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