Joan MiróLa psicologia doveva escludere la definizione razionale di verità del filosofo, poiché gradatamente era apparso chiaro che nessuna filosofia aveva una sufficiente validità generale da adattarsi uniformemente alla varietà dei soggetti individuali. E siccome, anche per questioni di principio, era possibile un numero indefinitamente grande di differenti dichiarazioni soggettive, la cui validità a sua volta poteva essere assenta solo soggettivamente, divenne naturalmente necessario abbandonare la discussione filosofica per sostituirla con l’esperienza. In tal modo la psicologia divenne una scienza naturale.

Per il momento la filosofia tuttavia conservò la sua presa sul vasto campo della psicologia razionale o speculativa, e soltanto con il passare dei secoli quest’ultima poté svilupparsi in una scienza naturale. Neppure oggi la trasformazione è completa. La psicologia come materia di studio fa parte ancora nella maggior parte delle Università della Facoltà di Filosofia, e la psicologia clinica deve trovare rifugio presso la Facoltà di Medicina. Così, ufficialmente, la situazione è ancora per lo più medievale, dato che perfino le scienze naturali sono ammesse soltanto come Phil. II sotto il mantello della Filosofia Naturale. Sebbene sia ovvio da almeno duecent’anni che la filosofia dipende soprattutto da premesse psicologiche, fu fatto tutto quanto era possibile per oscurare l’autonomia delle scienze empiriche, quando la scoperta della rotazione della Terra e delle lune di Giove non poté più a lungo esser negata. Di tutte le scienze naturali la psicologia è stata la meno capace di conquistarsi l’indipendenza.
Questa arretratezza mi sembra significativa. La posizione della psicologia è paragonabile a quella di una funzione psichica che è inibita dalla mente cosciente; è ammessa l’esistenza soltanto di quei componenti di essa che si accordano con la prevalente tendenza della coscienza. Qualunque cosa non sia in accordo viene negata come esistente, nonostante ci siano numerosi sintomi o fenomeni che provano il contrario. Chiunque abbia una certa familiarità con questi processi psichici sa con quali sotterfugi e quali manovre di autoinganno si cerchi di eliminare l’inconveniente. Accade precisamente lo stesso per la psicologia empirica: disciplina subordinata alla generale psicologia filosofica, la psicologia sperimentale è ammessa come una concessione all’empirismo della scienza naturale, ma è appesantita di termini tecnici della filosofia. Per quanto riguarda la psicopatologia, essa è stata collocata nella Facoltà di Medicina come una curiosa appendice alla psichiatria. La psicologia clinica, come ci si può ben aspettare, trova scarso o nullo riconoscimento nelle università.

Mi esprimo in modo piuttosto drastico sull’argomento perché cerco di mettere in rilievo la posizione della psicologia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Il punto di vista di Wundt è perfettamente indicativo della situazione – anche perché dalla sua scuola è uscita una serie di notevoli psicologi che fissarono la posizione della psicologia agli inizi del ventesimo secolo. Nel suo Lineamenti di psicologia, Wundt dice:
Qualunque elemento della psiche che sia scomparso dalla coscienza deve essere chiamato inconscio nel senso che abbiamo in noi la possibilità del suo rinnovamento, cioè della sua riapparizione nella interconnessione pratica dei processi psichici. La nostra conoscenza di un elemento che è divenuto inconscio non si estende oltre la possibilità del suo rinnovamento… Pertanto esso non ha significato alcuno se non come disposizione all’emergere di elementi futuri… Considerazioni circa lo stato dell’inconscio o dei processi inconsci di qualunque tipo… sono completamente improduttive per la psicologia. Ci sono, naturalmente, concomitanti fisiche della disposizione psichica menzionata, delle quali alcune possono essere direttamente dimostrate, altre dedotte da varie esperienze.

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 Whit Burnett
 Questa è la mia filosofia

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