Spesso mi chiedo se il confine tra i mondi sia davvero quella linea netta che la logica diurna traccia con tanta sicurezza, o se non sia piuttosto una membrana permeabile, un tessuto liso attraverso cui filtrano presenze che non dovrebbero essere qui, ma che eppure ci sono, ostinate e silenziose. Mi sveglio con la sensazione di aver vissuto un’altra vita, parallela e simultanea, in cui le leggi della fisica sono sospese e il tempo si avvolge su se stesso come un nastro di Moebius. Non è solo il ricordo di un sogno sbiadito, no, è qualcosa di più fisico, di più viscerale. È come se una parte di me fosse rimasta impigliata in quella dimensione altra, incapace di tornare del tutto alla superficie della coscienza vigile. E questa sensazione di dislocamento, di essere in due luoghi contemporaneamente, mi accompagna mentre compio i gesti automatici del risveglio, trasformando la banalità del quotidiano in un enigma irrisolvibile. Guardo le mie mani e mi sembrano estranee, strumenti che obbediscono a un comando remoto, mentre la mente continua a rincorrere l’eco di una voce che non c’è più, o forse c’è ancora, ma in una frequenza che le orecchie non possono captare.
Tu che mi leggi, non ti è mai capitata quella cosa che comincia in un sogno e che torna in molti sogni ma che non è quello, non è solamente un sogno? Qualcosa che è lì, ma dove, come; qualcosa che capita sognando, certo, puramente sogno ma dopo anche lì, in altro modo perché morbido e pieno di buchi ma lì mentre ti lavi i denti, nel fondo della coppa del lavabo continui a vederlo mentre sputi il dentifricio o metti la faccia sotto l’acqua fredda, e già assottigliandosi ma ancora lo senti afferrato al tuo pigiama, alla base della lingua mentre scaldi il caffè, lì, ma dove, come, incollato al mattino, con il suo silenzio nel quale già entrano i rumori del giorno, il radiogiornale perché abbiamo acceso l’apparecchio e siamo svegli e alzati e la vita continua. Maledizione, maledizione, ma com’è possibile, che cos’è questa cosa che fu, che fummo in un sogno ma è altro, torna ogni tanto ed è lì, ma dove, come è lì e dove è lì? Perché di nuovo Paco stanotte, ora che lo scrivo in questa stessa stanza, accanto a questo letto dove le lenzuola segnano l’impronta del mio corpo? A te non accade come accade a me con qualcuno morto trent’anni fa, che seppellimmo un giorno di mezzogiorno a Chacarita, portando sulle spalle la cassa insieme con gli amici del gruppo, con i fratelli di Paco?
Paco, che rideva con quella sua risata roca mentre discutevamo di jazz e letteratura nei caffè di Buenos Aires, Paco che è diventato cenere e terra, eppure stanotte era qui, seduto sulla sponda del letto, o forse non era seduto, forse era solo una densità nell’aria, un grumo di nostalgia che ha preso forma. Non mi ha parlato, i morti non parlano quasi mai nei miei sogni, o se lo fanno le loro parole sono sassi che cadono in un pozzo senza fondo, incomprensibili. Ma la sua presenza era innegabile, un fatto bruto contro cui la ragione sbatte la testa invano. E ora, mentre scrivo, sento che la mia penna non è guidata solo dalla mia mano, ma anche da quel contatto impossibile avvenuto nel non-luogo del sonno. Mi chiedo se siamo noi a sognare i morti per tenerli in vita, o se sono loro a sognare noi per non scivolare nel nulla definitivo. Forse la realtà è solo un punto di intersezione, un crocevia dove vivi e fantasmi si scambiano ruoli e maschere. Chacarita, con i suoi cipressi e le sue tombe ordinate, è solo una scenografia, una convenzione sociale per delimitare il territorio dell’assenza. Ma l’assenza non si lascia recintare. Trabocca, invade, cola come miele scuro nelle fessure della nostra esistenza. Paco è morto, lo so, ho sentito il peso della bara sulla spalla, quel peso specifico della morte che non assomiglia a nient’altro. Eppure, stanotte, quel peso è svanito, sostituito da una leggerezza insostenibile. Era lì, ma dove, come? Era nel respiro interrotto, nel battito accelerato del cuore al risveglio, nella luce obliqua che filtrava dalla persiana socchiusa. Era in tutto ciò che non si può dire, ma solo sentire con la pelle dell’anima. E questa persistenza, questa obstinazione del passato a non farsi archiviare, mi terrorizza e mi consola allo stesso tempo. Mi dice che nulla finisce davvero, che siamo condannati o benedetti a una continuità circolare in cui ogni addio è solo un arrivederci in un’altra dimensione, in un altro sogno, in un altro risveglio confuso dove cerchiamo di lavare via il fantasma con l’acqua fredda, sapendo bene che non se ne andrà mai del tutto.
Chacarita: Riferimento al grande cimitero di Buenos Aires, citato nel testo come il luogo fisico della sepoltura che tuttavia non riesce a contenere la persistenza spirituale del defunto.
Membrana: Metafora del confine sottile e permeabile tra i mondi, che permette il passaggio di sensazioni e presenze tra la dimensione del sonno e quella della veglia quotidiana.
Nastro di Moebius: Figura geometrica che rappresenta la continuità senza fine, usata per descrivere un tempo che si avvolge su sé stesso rendendo il passato e il presente simultanei e inseparabili.
Paco: Figura centrale del ricordo, simbolo dell’amico defunto la cui risata e fisicità tornano a manifestarsi come una densità nell’aria, sfidando le leggi della logica e della fisica.
Salvo il crepuscolo
Capitolo: Lì ma dove come (Ahí pero dónde cómo)
Data di pubblicazione: Gennaio 1985
SchieleArt • L'«Homme debout» est l'un des dessins les plus connus d'Egon Schiele • 1913
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Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice.
Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per per avere la pancia piena.
Sei diventato indegno.
Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini...
Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più.
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Ricordo perfettamente l'attimo in cui ti ho dimenticato.
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Quando il trauma diventa l'unica identità, il passato smette di essere una lezione e diventa una prigione. Il gruppo si definisce non per ciò che vuole diventare, ma per ciò che ha subito, in un eterno presente di sofferenza.
Pascal Bruckner Un colpevole quasi perfetto
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Bestiario di Julio Cortázar
Questa raccolta di racconti esplora magistralmente l’intrusione dell’insolito nella vita quotidiana. Come nel testo analizzato, i personaggi di Cortázar vivono in una realtà dove il confine tra il mondo interno e quello esterno è costantemente minacciato da presenze inspiegabili. La prosa trasforma gesti banali in esperienze metafisiche, dove il dislocamento psichico diventa la chiave per accedere a una verità più profonda e inquietante, rendendo tangibile l’eco di ciò che credevamo perduto per sempre.
Pedro Páramo di Juan Rulfo
In questo capolavoro del realismo magico, il protagonista viaggia verso una città popolata esclusivamente da fantasmi e sussurri del passato. Il libro incarna perfettamente l’idea di una continuità circolare tra vivi e morti, dove le voci dei defunti non sono sassi in un pozzo, ma la sostanza stessa del paesaggio. La narrazione frammentaria riflette quel senso di nastro di Moebius temporale descritto nel brano, costringendo il lettore a dubitare della solidità della propria coscienza vigile e terrena.
L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares
Il romanzo affronta il tema della persistenza delle immagini e delle presenze attraverso una tecnologia che immortala l’esistenza in un eterno ritorno. Il protagonista si trova a convivere con figure che sembrano reali ma sono proiezioni di un passato mai concluso, evocando la stessa sensazione di enigma irrisolvibile che accompagna il risveglio di chi sente i morti ancora vicini. È una meditazione profonda sulla solitudine, sul desiderio e sulla natura illusoria di ciò che chiamiamo realtà fisica.























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