Henri Cartier-Bresson

A volte comprendiamo troppo tardi: tardi non tanto per noi, quanto per chi ci è vissuto vicino e non ha potuto tempestivamente godere dell’amicizia più bella, quella tra padre e figlio.

Io ho capito dunque mio padre, ho potuto capirlo soltanto dopo la sua morte. E morì, ch’io avevo venticinque anni, tenendomi stretta nelle sue mani una delle mie fin quando – qualche ora prima –  mia madre mi aveva chiamato al suo letto: – Il babbo sta male, non parla più; mi ha fatto capir che ti vuole. – E io ero accorso: mi aveva preso fra le sue mani una mano, muto. Ed eran passate le ore così, in questo sguardo muto, finché egli non era morto.
Cominciai allora a capire. Dai quattr’anni in poi, avevo avuto da lui un bacio soltanto; e gli ultimi anni erano passati senza che quasi più tra noi scambiassimo una parola. Tutto per il tramite di mia madre. E non era avvenuto nulla, tra noi: nessuna rottura; neanche una parola che volesse dire: tra noi è finita, non c’intendiamo più, siamo estranei. S’io ci ripenso, mi sembra una cosa incredibile. Ed era stato, è stato così.

Henri Cartier-Bresson

E quando io potei aprire i cassetti dei banchi, sciogliere i fascicoli, esaminar le sue carte, leggere le minute delle sue lettere e in tutta la sua verità mi si appalesò ,a storia di Vittorio e come mio padre s’era comportato con lui, una disperazione indescrivibile s’impadronì di me. Io avevo vissuto senza conoscere mio padre, avendo al mio fianco una creatura dolorante ed eroica: e i miei rapporti con lui erano stati come verso un padre insensibile, quasi snaturato, e tirannico. Io scoprivo questo quando ormai non m’era dato rimedio.       E ora io somiglio a mio padre. A momenti, quando mi vien fatto di guardarmi in uno specchio, mi sembra di vedere mio padre. Le stesse macchie di fegato in fronte, la stessa accigliatura, la stessa espressione dello sguardo. Mi torna in mente quel punto della lettera di mia madre: È tutto te piccino: Dio voglia che ti somigli in tutto!
Il mio scritto è diventato compagno al suo scritto: minuto, che quasi occorre, a decifrarlo, la lente. Formo certe lettere nel suo identico modo. Ho la voce stessa di lui; le stesse inflessioni, certi gesti identici. Certe abitudini: il bicchier d’acqua e il cucchiaino di zucchero dopo il caffè e latte. Come mi muovo nello studio, come prendo i libri e li sfoglio; come sto al pianoforte e sfoglio sul leggio lo spartito e accenno gli accordi.
Somiglio a mio padre; sento di somigliare a mio padre nell’amore al ritiro, nella tristezza di certi momenti, nel suo distacco da tutto ciò che è mondano e terreno, proprio in tutto ciò che in lui quand’io ero ragazzo mi stupiva di più, mi pareva più opposto alla mia natura. Non porto nel cuore una piaga segreta come portava mio padre; ma a goccia a goccia vi stilla, nell’ora della  meditazione, il dolore del mondo. E il rimorso di non aver fatto quanto stava in me per alleggerire la sofferenza di lui, di non essergli andato incontro passando alla sua sponda sarebbe insopportabile s’io non sentissi, come la sento, la sua presenza in me.

Henri Cartier-Bresson

La morte, doveva esser la morte,  a traghettarmi alla sponda sua, a rivelar lui a me e con lui me a me medesimo. Per quanto è possibile conoscere sé. Henri Cartier-BressonPer cui – mentre mia madre subito mi fu chiara e intera, e quanto poi ho conosciuto di lei non ha modificato in nulla l’immagine e il sentimento per lei, nulla che m’abbia sorpreso, ma nella stessa luce solo più risplendente la sua persona, sì che ella è stata la stessa per me dal giorno che ne ho ricordo fino alla sua ultima ora e dopo – mio padre invece lo porto dentro di me, misterioso ancora: del mio stesso mistero. Vi son dei momenti nei quali ho la sensazione viva che proprio del suo mistero partecipi quel che è più recondito in me: dove la forza vitale è più ciecamente imperiosa e dove è più fitta la tenebra.

Crediti
 • Bruno Cicognani •
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