
In questo stato tutto si arricchisce della sua propria pienezza: ciò che si vede, ciò che si vuole, lo si vede gonfiato, serrato, vigoroso, sovraccaricato di forza. L’uomo così condizionato trasforma le cose fino a che esse riflettono la sua potenza, — fino a che esse divengono dei riflessi della sua perfezione. Questa trasformazione forzata, questa trasformazione in ciò che è perfetto, è dell’arte. Tutto, anche ciò che non esiste, diviene lo stesso per l’uomo la gioia in sé; nell’arte, l’uomo gioisce della sua persona in quanto perfezione. Sarebbe permesso figurarsi uno stato contrario, uno stato specifico degli istinti antiartistici, una maniera di comportarsi che impoverirebbe, diminuirebbe, anemizzerebbe tutte le cose. E, infatti, la storia è ricca in anti-artisti di questa specie, in affamati della vita, per i quali è una necessità impadronirsi delle cose, consumarle, renderle più magre. Per esempio, è questo il caso di un vero cristiano, di un Pascal; un cristiano che nello stesso tempo sia anche un artista non esiste… Che non si faccia la fanciullaggine di oppormi Raffaello o non importa qual cristiano omeopatico del diciannovesimo secolo. Raffaello diceva sì, Raffaello creava l’affermazione, dunque Raffaello non era un cristiano…
Raffaello non era un cristiano
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