La «scoperta» della rilevanza della dimensione geografica nelle relazioni internazionali non deve però incorrere nell’errore – speculare a quello dell’oblio della geografia ma egualmente grave – del determinismo geografico. Per Spykman, alla Geopolitica si può chiedere molto ma non si deve chiedere troppo. Essa non potrà mai offrire l’intera spiegazione delle condotte degli Stati nell’arena internazionale. Nel lungo articolo pubblicato (in due parti) sulla «American Political Science Review» nel 1938 il politologo di Yale insiste sul potenziale esplicativo ma anche sui limiti della Geopolitica, se correttamente intesa. Lì Spykman, da un lato, respinge lo «strict geographical determinism» di Friedrich Ratzel, padre della geografia umana e politica tedesca, senza però aderire automaticamente, dall’altro lato, al possibilismo a cui è pervenuta la scuola francese nella sua critica alla geografia di matrice ratzeliana Sulle diverse tradizioni geopolitiche, G. Parker, Western Geopolitical Thought in the Twentieth Century, London and Sydney, Croom Helm, 1985..«Il determinismo geografico che spiega ogni cosa, dalla quarta sinfonia alla quarta dimensione, con la geografia – ironizza Spykman – dipinge un quadro tanto distorto quanto lo è una spiegazione della politica priva di riferimenti alla geografia» Nicholas J. Spykman, Geography and Foreign Policy, I, cit., p. 30.. La scuola tedesca era persino scivolata, con la Geopolitik di Karl Haushofer, in una vera e propria «metafisica che considera la geografia come causa ultima» Ibidem. e che mirava a giustificare, con la sua concettualizzazione dello Stato come «organismo vivente che deve espandersi e diventar forte», il revisionismo della Germania dopo la Prima guerra mondiale: «Haushofer – argomenta Spykman in The Geography of Peace – è riuscito a dare una sacralità morale e mistica a un tipo particolare di frontiere. L’espansione fino a quelle frontiere, formulata in termini di risposta alla costrizione dello “spazio” concepito in termini magici o in qualche altra forma, diviene un’azione in armonia con i propositi divini. Quest’assurdità metafisica qui non troverà posto» Nicholas J. Spykman, The Geography of Peace, cit., p. 7.. Proprio la demolizione del concetto di frontiera naturale – dell’idea che la geografia «assegni» agli Stati i loro confini e li guidi inesorabilmente a compiere il loro destino geografico – marca in effetti tutta la distanza di Spykman dall’universo concettuale e metodologico della Geopolitik: «Una frontiera politica – osserva quest’ultimo in un saggio del 1939 scritto a quattro mani con Abbie A. Rollins – è per definizione una creazione dell’uomo, e pertanto una frontiera innaturale» Nicholas J. Spykman, A.A. Rollins, Geographic Objectives in Foreign Policy, I, cit., a p. 396. Il corsivo è mio..
Frontiera naturale è solo il nome che gli uomini danno a un confine desiderabile, ma che magari – proprio poiché promette di favorirli e rafforzarli – appare indesiderabile a chi è chiamato, sul lato opposto, a condividerlo:
Uno studio dei mutamenti delle frontiere negli ultimi cinquemila anni – scrive Spykman – deve condurre alla conclusione che la natura non è stata molto chiara su dove l’uomo debba tracciare i suoi confini politici oppure che l’uomo non le ha dato ascolto. L’abitudine molto umana di chiamare naturale ciò che è desiderabile e di vedere come innaturale ciò che è indesiderabile caratterizza ancora molti studiosi di geografia politica. Inoltre, i profeti che guidano i loro popoli nella ricerca della «frontiera naturale» sono inclini a dimenticare che la maggior parte delle frontiere ha due lati, e che quanto più naturale una frontiera appare da un lato tanto più innaturale essa appare, molto probabilmente, dall’altro Ivi, p. 399..
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