Se infatti, da un lato, i Paesi dell’America Latina, con le loro economie quasi esclusivamente agricole e estrattive, e straordinariamente dipendenti dalle esportazioni, possedevano le materie prime «strategiche» di cui necessitavano gli Stati Uniti, essi erano troppo interessati, dall’altro lato, a mantenere i propri mercati d’esportazione in Eurasia per rischiare di guastare, aiutando gli Stati Uniti, le relazioni (specialmente) con la Germania. La sgradevole realtà era che le economie del Nord e Sud America non erano fatte per integrarsi e armonizzarsi; anche gli Stati Uniti erano un grande produttore agricolo e minerario, per cui il mercato nord-americano non avrebbe potuto assorbire la produzione in eccesso dei Paesi sudamericani eventualmente esclusa dai mercati eurasiatici – l’ovvio presupposto perché essi accettassero di recidere i loro legami commerciali con Eurasia. Sul piano politico, inoltre, le rivalità intraregionali e l’insofferenza delle potenze minori (soprattutto l’Argentina) nei confronti della preponderanza regionale di Washington complicavano ulteriormente la formazione di un fronte comune contro l’emisfero orientale. Infine, non andavano sottovalutate le difficoltà logistiche e operative della difesa del cono meridionale del Sud America (da capo San Rocco fino alla Patagonia), cioè dell’area più importante sul piano economico del continente, da un’aggressione transoceanica. Spykman sottolineava l’equidistanza del versante atlantico del cono Sud dal Nord America e dall’Europa Nicholas J. Spykman, America’s Strategy, cit., p. 407; cfr. anche pp. 434 – 445., il che significava che gli Stati Uniti non avrebbero più potuto contare, nel proteggere quell’area dalla Germania, sul vantaggio della maggiore prossimità al teatro delle operazioni rispetto all’avversario. Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti sarebbero riusciti a montare una difesa efficace del «Mediterraneo americano» (Golfo del Messico, Mar dei Caraibi) e della South American Buffer Zone (il settore settentrionale dell’America Latina protetto dall’impenetrabile foresta amazzonica): ma non del Cile né della cruciale South American Equidistant Zone Ivi, pp. 406-407 e pp. 434-437..Era dunque fallace confidare che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di resistere nel lungo periodo alla pressione economica, psicologica e strategica di un’Eurasia unificata; e se, quando The Geography of the Peace fu pubblicata, era già chiaro che gli Stati Uniti avrebbero vinto la guerra in corso, bisognava evitare di ripetere l’errore commesso all’indomani della Prima guerra mondiale, quando a Washington ci si illuse di poter tornare all’isolazionismo. Gli Stati Uniti dovevano abituarsi a concepire sé stessi come il «successore funzionale» Mutuo il termine da C. Gray, The Geopolitics, cit., p. 29. dell’Inghilterra, ma ora nel teatro allargato di Eurasia, ossia come i garanti degli equilibri continentali. A tal fine essi avrebbero fatto bene a cooptare il Seapower britannico ma anche a reclutare dei partner continentali – magari prolungando la cooperazione con Mosca in chiave anti-germanica, ma «a patto che essa stessa non [cercasse] di instaurare un’egemonia sul rimland europeo» Ivi, p. 57.. «Uno Stato russo dagli Urali al Mar del Nord – osservava Spykman – non può essere un gran miglioramento rispetto a uno Stato tedesco dal Mar del Nord agli Urali»: era il presagio della Guerra fredda M.P. Leffler, The American Conception of National Security and the Beginnings of the Cold War, 1945-48, in «American Historical Review», 89 (1984), in particolare p. 356..
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