Res Idiotica
I miei studenti sono degli ignoranti. Sono assai simpatici, piacevoli, affidabili, per lo più onesti, benintenzionati e senz’altro per bene. Ma i loro cervelli sono in gran parte vuoti, privi di qualsiasi conoscenza sostanziale che possa considerarsi il frutto di un’eredità o di un dono delle generazioni precedenti. Sono il culmine della civiltà occidentale, una civiltà che ha dimenticato le sue origini e i suoi obiettivi e, di conseguenza, ha raggiunto un’indifferenza quasi totale riguardo a se stessa.

È difficile essere ammessi nelle scuole dove ho insegnato, Princeton, Georgetown e ora Notre Dame. Gli studenti di queste istituzioni fanno ciò che è loro richiesto: sono eccellenti risolutori di test, sanno perfettamente cosa bisogna fare per ottenere una A in ogni corso (ossia raramente si appassionato e si applicano a una qualsiasi materia), costruiscono curricula perfetti. Sono rispettosi e cordiali con gli adulti, accomodanti, anche se rozzi (come rivelano frammenti di conversazioni), con i loro pari. Rispettano la diversità (senza avere la minima idea di cosa sia) e sono esperti nell’arte del non giudicare (almeno in pubblico). Sono la crema della loro generazione, i signori dell’universo, una generazione che aspetta di dirigere l’America e il mondo.

Provate però a far loro qualche domanda sulla civiltà che erediteranno e preparatevi a sguardi sfuggenti e preoccupati. Chi ha combattuto le guerre persiane? Qual era la posta in gioco nella battaglia di Salamina? Chi fu il maestro di Platone e chi i suoi allievi? Come è morto Socrate? Alzi la mano chi ha letto sia l’Iliade che l’Odissea. I racconti di Canterbury? Paradiso perduto? L’Inferno?

Chi era Paolo di Tarso? Cos’erano le 95 tesi, chi le aveva scritte e quale ne fu l’effetto? Qual è l’importanza della Magna Carta? Dove e come morì Thomas Becket? Cosa accadde a Carlo I? Chi era Guy Fawkes e perché esiste un giorno a lui dedicato? Cosa accadde a Yorktown nel 1781? Cosa disse Lincoln nel suo secondo discorso di insediamento? Nel primo? Chi sa menzionarmi uno o due argomenti avanzati nel n. 10 del Federalista? Chi l’ha letto? Che cos’è il Federalista?

È possibile che alcuni studenti, grazie a casuali scelte dei corsi o a qualche eccentrico insegnante all’antica, conosca la risposta ad alcune di queste domande; ma molti studenti no, e nemmeno a domande simili, perché non sono stati formati per conoscerle. Nella migliore delle ipotesi possiedono conoscenze casuali, ma altrimenti sguazzano nell’ignoranza sistematica. Non vanno incolpati per la loro profonda ignoranza di storia, politica, arte e letteratura americana e occidentale: è il marchio distintivo della loro formazione. Hanno imparato esattamente ciò che è stato richiesto loro: essere come efemere, vivi per caso in un presente fugace.

L’ignoranza dei nostri studenti non è un difetto del nostro sistema educativo: è il suo coronamento. Gli sforzi di diverse generazioni di filosofi e riformatori ed esperti di politiche pubbliche di cui i nostri studenti (e molti di noi) non sanno nulla si sono combinati per produrre una generazione di ignoranti. La pervasiva ignoranza dei nostri studenti non è un semplice accidente o un risultato sfortunato ma correggibile, solo che assumessimo migliori insegnanti o variassimo la lista di letture al liceo. È la conseguenza di un impegno della civilizzazione verso il suicidio della civiltà. La fine della storia per i nostri studenti segna la fine della storia per l’Occidente.

Durante la mia vita il lamento sull’ignoranza degli studenti è stato cantato da artisti del calibro di ED Hirsch, Allan Bloom, Mark Bauerlein e Jay Leno, tra i molti altri. Ma questi lamenti sono stati sollevati nella speranza che l’appello ai nostri e ai loro migliori istinti avrebbe potuto invertire la tendenza (questa, tra l’altro, è un’allusione a uno dei temi inaugurali sviluppati da Lincoln). ED Hirsch ha persino elaborato un curriculum di auto-aiuto, una guida fai-da-te su come diventare culturalmente istruiti, intriso dello spirito americano ottimista e convinto che la defenestrazione culturale possa essere annullata da una buona lista di letture in allegato. Manca in generale un sufficiente apprezzamento che questa ignoranza è la conseguenza intenzionale del nostro sistema educativo, un segno della sua robusta salute e del suo successo.

Abbiamo preso la brutta e acritica abitudine di ritenere che il nostro sistema educativo sia guasto, ma in realtà marcia a tutto vapore: ciò che intende produrre è amnesia culturale, una totale mancanza di curiosità, agenti indipendenti privi di storia e obiettivi educativi organizzati come processi senza contenuto, con un uso acritico di parole chiave come “pensiero critico“, “diversità“, “modi di conoscere“, “giustizia sociale” e “competenza culturale“. I nostri studenti costituiscono il risultato di un impegno sistematico a produrre individui senza un passato, per cui il futuro è terra straniera, numeri senza cultura in grado di vivere ovunque e svolgere qualsiasi tipo di lavoro, senza farsi domandi sui suoi scopi o fini, strumenti perfetti per un sistema economico che esalta la “flessibilità” (geografica, interpersonale, etica).
In un mondo del genere, possedere una cultura, una storia, un’eredità, un impegno verso un luogo e verso persone particolari, forme specifiche di gratitudine e di riconoscenza (piuttosto che un impegno generalizzato e senza radici verso la “giustizia sociale“), un forte insieme di principi etici e di norme morali che affermano limiti definiti a ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare (a parte “non giudicare“) sono ostacoli e handicap. Indipendentemente dall’indirizzo o corso di studi, il principale obiettivo della moderna educazione è di piallar via ogni residuo di specificità e identità culturale o storica che potrebbe ancora restare attaccata ai nostri studenti, per renderli perfetti impiegati per una politica ed una economia moderne che penalizzano impegni profondi.
Gli sforzi volti in primo luogo a promuovere l’apprezzamento per il “multiculturalismo” sono sintomo di un impegno a svuotare qualsiasi particolare identità culturale, mentre l’attuale moda della “differenza” segnala un impegno totale alla deculturazione e all’omogeneizzazione.

I miei studenti sono i frutti di un progetto di lunga data per liberare tutti gli esseri umani dagli accidenti e dalle condizioni di nascita, per creare un’umanità che si auto-crea. Interpretando la libertà come assenza di costrizioni, eredità culturali convenzionali e connessa gratitudine sono state appiccicate come altrettanti limiti arbitrari alle scelte personali, e da qui a questioni contingenti che richiedevano un sistematico smantellamento. Credendo che la fonte della divisione politica e sociale e della guerra fosse un residuo impegno per la religione e la cultura, furono compiuti sforzi diffusi per eliminare tali devozioni in favore di un abbraccio universale di tolleranza e di sé separati. Con la percezione che un sistema economico globalizzato richiedeva lavoratori sradicati che potessero vivere ovunque e svolgere qualsiasi compito senza porsi domande sui relativi obiettivi ed effetti, il compito principale dell’istruzione divenne instillare certe disposizioni, piuttosto che una cultura ben fondata: flessibilità, tolleranza, “competenze” prive di contenuto, astratte “forme di apprendimento”, elogio per la “giustizia sociale“, anche nel contesto di un’economia in cui “il vincitore si prende tutto” [winner-take-all economy], e un feticismo per la differenza che lasciava senza risposta il perché tutti ricevessero la stessa educazione in istituzioni indistinguibili. All’inizio questo ha significato lo svuotamento delle peculiarità locali, regionali e religiose in nome dell’identità nazionale; ora quella delle specificità nazionali in nome di un cosmopolitismo globalizzato che richiede il deliberato oblio di ogni trattato culturalmente caratterizzante. L’incapacità di rispondere a domande banali sull’America o l’Occidente non è la conseguenza di una cattiva educazione, ma il segno di un successo educativo.

Soprattutto l’unica lezione che gli studenti ricevono è quella di considerare sé stessi individui radicalmente autonomi in un sistema globale fondato su un comune impegno alla reciproca indifferenza. È questo impegno che ci lega come popolo globale. Ogni residuo di cultura comune interferirebbe con questo imperativo primario: una cultura comune implicherebbe che condividiamo qualcosa di più denso, un’eredità che non abbiamo creato e un insieme di impegni che implicano limiti e lealtà particolari. La prassi e la filosofia antiche hanno elogiato la “res publica“, una devozione verso gli affari pubblici, ciò che condividiamo; noi abbiamo invece creato la prima “res idiotica” mondiale, dal termine greco “idiotés”, ossia individuo. Il nostro sistema educativo eccelle nel produrre sé solipsistici e autosufficienti il cui unico impegno pubblico è l’assenza di impegno verso ciò che è pubblico, verso una cultura comune, una storia condivisa. Essi sono contenitori perfettamente scavati, ricettivi e obbedienti, senza obblighi o devozioni reali. A loro è stato insegnato a prendersi cura con passione della loro indifferenza e a denunciare la presenza di un’effettiva diversità che minaccia la sicurezza del loro bozzolo. Vivono in un Truman Show perpetuo, un mondo costruito ieri che non è altro che un set per il loro solipsismo, senza storia o traiettoria.

Mi interesso profondamente dei miei studenti – come ogni essere umano ognuno di essi ha un enorme potenziale e grandi doni da concedere al mondo. Ma piango per loro, per ciò che sarebbe giustamente loro ma che ad essi non è stato dato. Nei nostri migliori giorni insieme percepisco il loro desiderio e la loro angoscia, e so che il loro innato desiderio umano di sapere chi essi siano, da dove siano venuti, dove dovrebbero andare e come dovrebbero vivere riaffermerà sempre sé stesso. Ma anche in quei giorni migliori, non posso fare a meno di tenere il pensiero speranzoso che il mondo che hanno ereditato – un mondo senza eredità, senza passato, futuro o preoccupazioni più profonde – stia per crollare e che questo collasso potrebbe essere il vero inizio di una reale insegnamento.

Crediti
 • Patrick J. Deneen •
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