Responsabilità irrecusabile

Il volto è senso da solo: tu sei tu (nessun altro può sostituirti). Perciò il volto non è “visto”: è ciò che non può diventare un contenuto afferrabile dal pensiero. Il volto significa l’Infinito. L’Infinito si presenta come volto nella resistenza etica che paralizza il mio potere e si erge solida e assoluta dal fondo degli occhi senza difesa nella sua schiettezza e nella sua indigenza. La comprensione di questa miseria instaura proprio la prossimità dell’Altro. Il pensiero risvegliato dal volto è comandato da una differenza irriducibile; pensiero che non è pensiero di, ma immediatamente un pensiero per, una non in-differenza per l’altro che rompe l’equilibrio impassibile del conoscere. L’accesso al volto è immediatamente etico. Denudazione al di là della pelle, fino alla ferita da morirne. Il volto dell’Altro è spoglio: è il povero per il quale io posso tutto. È volto, la sua rivelazione è parola. Il linguaggio nasce dalla vertigine che ci afferra quando siamo di fronte alla rettitudine del volto. La presenza del volto, l’infinito dell’Altro, è presenza del terzo (cioè di tutta l’umanità che ci guarda) e comando che comanda di comandare. Per questo la relazione con altri, o discorso, è solo la messa in questione della mia libertà, l’appello che viene dall’Altro per richiamarmi alla mia responsabilità, non solo la parola che mi impedisce, ma anche la predica, l’esortazione, la parola profetica. Nell’approssimarsi del volto la carne si fa verbo, la carezza Dire. Un invito al bel rischio dell’approssimarsi; il volto del prossimo mi significa una responsabilità irrecusabile, precedente ogni libero assenso, ogni patto, ogni contratto. Il volto del prossimo mi ossessiona: “Egli mi guarda”, tutto in lui mi riguarda, niente mi è indifferente. La relazione con il volto si produce come bontà. Il bene non si offre alla libertà — mi ha scelto prima che io lo abbia scelto. E se nessuno è buono volontariamente, nessuno è schiavo del bene. Questa bontà folle è ciò che vi è di più umano nell’uomo.

Crediti
 • Emmanuel Lévinas •
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