
La separazione tra élite e cittadini ha scavato un solco profondo nel cuore della democrazia, riducendo la partecipazione attiva delle persone comuni alla vita politica fino a renderla un’ombra sbiadita di ciò che dovrebbe essere. Christopher Lasch, con la sua analisi tagliente, mette a nudo questa crisi: non si tratta solo di un problema di rappresentanza, ma di una perdita di senso, di un’erosione della fiducia reciproca che dovrebbe legare chi governa a chi è governato. La democrazia, intesa come processo vivo e condiviso, si spegne quando le élite si ritirano nei loro fortini dorati, lasciando il popolo a contemplare un sistema che non lo include più.
Questo declino ha radici storiche e sociali ben precise. La modernità, con il suo culto del progresso e della razionalità tecnica, ha trasformato la politica da arena di confronto collettivo a dominio di esperti e burocrati. Le élite, sempre più distanti, non vedono nei cittadini dei partner nella costruzione del bene comune, ma una massa da gestire, da educare o, peggio, da ignorare. La partecipazione, che un tempo trovava espressione nei dibattiti locali, nelle assemblee, nelle lotte condivise, si è ridotta a un rituale svuotato: il voto, spesso percepito come un gesto inutile, incapace di incidere davvero sulle decisioni che contano. Lasch coglie qui un paradosso: più la società si proclama democratica, più la democrazia reale si ritrae, sostituita da una facciata di procedure formali.
Dal punto di vista psicologico, questo processo alimenta un senso di impotenza diffusa. Le persone, escluse dai meccanismi decisionali, si sentono ridotte a spettatori passivi di un gioco truccato. È una forma di alienazione che richiama Marx, ma con una sfumatura diversa: non è solo il lavoro a estraniare, è la vita politica stessa a diventare un territorio straniero. Filosoficamente, si potrebbe dire che la democrazia partecipativa richiede un ethos, un sentirsi parte di un progetto comune, un noi che trascende l’individualismo. Ma quando le élite si sottraggono a questo noi, abbracciando un cosmopolitismo astratto, quel legame si spezza. Il cittadino non è più un attore, ma un cliente o, peggio, un intruso.
Lasch non si limita a descrivere il fenomeno: lo collega alla trasformazione culturale della modernità. La retorica del progresso ha convinto le élite che il loro ruolo sia guidare dall’alto, con una presunta superiorità morale e intellettuale, mentre le masse vengono lasciate a inseguire promesse vuote. Questo paternalismo mascherato da liberalismo erode la possibilità di un dialogo autentico. La politica diventa un monologo, un discorso pronunciato da chi sta sopra a chi sta sotto, senza spazio per la voce di chi vive le conseguenze delle scelte altrui. E quando la voce manca, la partecipazione muore: non per pigrizia, ma per sfiducia.
Storicamente, il declino della democrazia partecipativa si intreccia con l’ascesa della globalizzazione e della tecnocrazia. Le decisioni si spostano dai parlamenti nazionali a organismi sovranazionali, da assemblee popolari a consigli di amministrazione. I cittadini, privi di accesso a questi livelli, si ritrovano a subire un potere che non possono né comprendere né contrastare. Lasch vede in questo un tradimento della promessa democratica: la sovranità del popolo, già fragile, viene sacrificata sull’altare dell’efficienza e del profitto. Le élite, che prosperano in questo sistema, non hanno interesse a invertire la rotta; al contrario, celebrano la loro distanza come prova della loro modernità.
Il risultato è una società frammentata, dove la politica perde il suo ruolo di collante. Senza partecipazione, la democrazia si riduce a una parola vuota, un’etichetta per mascherare un’oligarchia di fatto. Lasch non offre facili rimedi, ma il suo monito è chiaro: se il popolo non torna a essere protagonista, se le élite non riscoprono un senso di responsabilità verso il basso, ciò che resta è solo un simulacro, un’illusione di libertà che nasconde una servitù silenziosa. La crisi non è solo istituzionale: è umana, esistenziale, e richiede un ripensamento radicale di cosa significhi vivere insieme.
*La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia* di Christopher Lasch è un'analisi critica della società contemporanea, dove l'autore argomenta che le élite, anziché essere un modello per la società, si sono allontanate dai valori democratici, creando una frattura con il resto della popolazione.
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