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L’anti-lavoro dev’essere distinto dall’ordinario rifiuto del lavoro. Quest’ultimo s’inscrive nella resistenza quotidiana dei proletari di ogni epoca, fa parte dei mezzi di sopravvivenza che essi oppongono all’esaurimento e alla noia che caratterizzano il lavoro “sotto padrone”. I proletari preferiscono lavorare meno, o perfino non lavorare affatto, ogni volta che è possibile farlo. È la conseguenza dell’esteriorità del lavoro salariato rispetto al lavoratore. Il rifiuto del lavoro esiste oggi in forma diffusa e, nei paesi centrali, il welfare gli viene in aiuto. Tenuto conto del carattere massivo della disoccupazione e delle durissime condizioni del lavoro post-fordista, il turn-over dei proletari tra disoccupazione (indennizzata, anche se malamente) e lavoro (insostenibile a lungo termine) è un fatto positivo per il capitale. […] non voler lavorare e vivere ai margini, quando si può, è un comportamento normale per i proletari, ma non è particolarmente critico rispetto alla società attuale. D’altra parte, porre in una prospettiva storica certe pratiche di lotta all’interno della fabbrica, come il sabotaggio, l’assenteismo e l’indisciplina in generale, mette in luce il passaggio del contenuto di queste pratiche dal pro-lavoro all’anti-lavoro. […] Quando perviene ad un certo grado di dequalificazione, il lavoro giunge ad opporsi a se stesso nel medesimo momento in cui si oppone al capitale, anche nel corso delle sue lotte quotidiane. Il sabotaggio diventa irrispettoso nei confronti dei mezzi di produzione e distrugge ciò che permetterebbe ai sabotatori di lavorare. Pouget non arrivava a tanto. Egli era immerso in una cultura operaia che l’anti-lavoro, tracimando in anti-proletariato, rigetta tanto quanto il lavoro.

Crediti
 • Bruno Astarian •
  • Quelques précisions sur lìanti-travail •
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