La scuola è uno strumento – uno dei più importanti – per determinare e costruire il futuro di uno Stato, e chi gestisce lo Stato, in un certo periodo storico, decide come progettare e realizzare quello strumento. Sarebbe strano se qualcuno, alla guida di un sistema economico-politico o di un paese, strutturasse qualcosa perché in futuro il proprio modello venga rovesciato. Anzi, semmai farà di tutto perché questo non succeda. Il modo più semplice? Educare al rispetto del potere e alla sottomissione, far capire che la ribellione è una cosa pericolosa che porta solo guai, a tutti e a qualsiasi livello.
A scuola insegniamo anche la differenza teorica tra autorità e autorevolezza, ma, nella pratica, la differenza che mostriamo è che l’autorevolezza conta finché c’è, poi conta l’autorità. Diventiamo autoritari appena, per un motivo o per un altro, non siamo più autorevoli. Allora l’autorità ci è indispensabile per tenere i ragazzi nelle aule, per farli stare fermi, per far sì che seguano le lezioni, che memorizzino e che, a comando, ripetano. E abbiamo un’arma micidiale per esercitare la nostra autorità: il voto. Una scuola in cui gli studenti siano il più possibile liberi fisicamente e intellettivamente, dove non si sentano giudicati tutti i giorni, dove non debbano replicare ma possano essere sé stessi senza paura di esprimersi, sbagliando e imparando dagli errori, dove noi prof siamo i loro insegnanti e non gli arbitri delle loro vite, questa è la scuola che mi piacerebbe.
Rivoluzione educativa: liberare gli studenti dal giudizio e dalla paura
Crediti

Ancora nessun commento