Un bambino abbandona un giocattolo nel fango al tramonto
La nostra società ci educa all’accumulo fin dai primi vagiti. Ci insegnano che il valore di un uomo è proporzionale al volume della sua soffitta o alla capienza del suo armadio. Siamo diventati custodi di un cimitero di oggetti inutili, feticci che hanno smesso di servire a uno scopo ma che continuiamo a nutrire con la nostra ansia di possesso. Questa bulimia materiale ci ha tolto la capacità di muoverci con leggerezza nel mondo. Ogni oggetto che possediamo è una catena invisibile, un impegno che richiede cura, spazio, tempo e, in ultima istanza, la nostra stessa libertà. Invece di usare le cose, finiamo per esserne usati, diventando ingranaggi di un meccanismo che produce superfluo per colmare un vuoto interiore che nessuna merce potrà mai riempire veramente. Per ritrovare noi stessi, dobbiamo guardare a chi ancora non è stato corrotto da questa religione del consumo, a chi vive la materia con la grazia del distacco e la ferocia del presente.

L’infanzia è l’unica età eroica. Certi bambini sono i soli esseri integri che si possano incontrare durante la vita. Ogni cosa che vivono, possiedono, abitano è per loro un’esperienza di assoluta intensità e, allo stesso tempo, completamente effimera: possono prendersi a sassate tutto il pomeriggio nel contendersi un giocattolo, per poi dimenticarlo nel fango alla fine della giornata. Non c’è nulla di quello che fanno che non venga affrontato con assoluta serietà, e nulla, quando il desiderio del gioco li abbandona, che non venga lasciato in un angolo. Bisogna avere il coraggio di affidare i figli al loro nume, per quanto una parte di noi sappia benissimo che potrebbero non esserci restituiti. Il mondo dei bambini è frequentato da mostri più reali di quelli che agitano i loro giochi, e non sempre le ansie dei genitori strappano i figli al divertimento senza motivo.

Questa attitudine al distacco, che per il bambino è naturale come il respiro, per l’adulto diventa un’ascesi quasi impossibile. Noi guardiamo quel giocattolo nel fango e proviamo un brivido di terrore economico: pensiamo al costo, allo spreco, alla perdita. Il bambino, invece, ha già estratto da quell’oggetto tutto il midollo possibile e ora lo rigetta come una buccia inutile. Egli abita il hic et nunc dei filosofi senza aver mai letto una riga di saggezza antica. La sua integrità deriva dal fatto che egli non si identifica con ciò che ha. Se gli togli un soldatino, urlerà per l’offesa al suo gioco, non per la diminuzione del suo patrimonio. Noi, al contrario, abbiamo costruito la nostra identità sulle macerie delle nostre acquisizioni. Se perdiamo un pezzo della nostra collezione, sentiamo che un pezzo della nostra anima si è sgretolato. Siamo diventati fragili perché abbiamo delegato la nostra consistenza a entità esterne che il tempo, inevitabilmente, consumerà.

Praticare il less is more non significa semplicemente svuotare i cassetti, ma compiere una vera e propria rivoluzione ontologica. Significa smettere di essere schiavi del più per riscoprire la potenza del meno. Ogni rinuncia è in realtà un acquisto di spazio interiore. Quando decidiamo di non possedere, di non accumulare, di non difendere strenuamente un territorio di chincaglierie, ci accorgiamo che il mondo diventa improvvisamente più vasto e ospitale. Il distacco non è freddezza, ma la forma più alta di amore per la vita: è riconoscere che le cose sono ponti, non destinazioni. Dobbiamo imparare a stare nel mondo come gli eroi dell’infanzia, capaci di dare il massimo valore a un istante e di lasciarlo andare un secondo dopo senza rimpianti. Solo così potremo smettere di aver paura del vuoto e cominciare a goderne come di una stanza finalmente ventilata, dove la luce può circolare liberamente e il respiro non trova ostacoli.

In questa arte di non avere niente, risiede la chiave per una nuova forma di sovranità personale. Colui che non ha nulla da perdere è, per definizione, invincibile. Non si tratta di pauperismo o di una negazione masochistica del piacere, ma della comprensione che il piacere più intenso deriva dall’uso, non dal possesso. Possedere è un verbo statico, mortifero, che blocca il flusso dell’energia. Usare è un verbo dinamico, che celebra il transito e la trasformazione. Dobbiamo trasformare le nostre case in accampamenti nomadi, pronti a essere smontati al primo segnale di vento, piuttosto che in fortezze assediate dai nostri stessi beni. Solo recuperando quell’eroismo infantile dell’abbandono potremo dire di essere tornati padroni del nostro tempo e della nostra gioia, liberi finalmente dalla tirannia del troppo che ci soffoca e ci impedisce di vedere l’essenziale bellezza della nudità.

Crediti
 Salvatore La Porta
 Less is more. Sull'arte di non avere niente
  Capitolo: I bambini
  Pubblicazione in Italia: Febbraio 2018
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