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Rudyard Kipling - I costruttori di ponti
Il fantastico, nei racconti indiani di Rudyard Kipling (1865-1936), nasce dal contrasto tra due mondi: le culture dell’india in tutta la ricchezza delle loro tradizioni religiose, filosofiche, di modo di vivere, e la morale dell’inglese convinto di costruire in India una civiltà nuova, che sente la responsabilità d’un tale compito e l’angoscia dell’incomprensione sia da parte degli indiani che di tanti suoi compatrioti. Entrambi questi mondi sono oggetto, per l’angloindiano Kipling, d’una profonda conoscenza e d’una profonda passione.
Emblematico tra tutti è questo racconto che parte dalla cronaca d’un’impresa tecnologica, la costruzione d’un ponte sul Gange (il volume in cui è compreso s’intitola The Day’s Work, Il lavoro quotidiano), che si scontra con le forze della natura e con la religione che a quelle forze s’ispira – e approda a un’evocazione visionaria degli dèi dell’induismo. Il dialogo tra gli dèi a cui assistiamo è un dibattito ideologico su una possibile integrazione delle due civiltà, nel senso che quella indiana, tanto più antica, potrebbe ben inglobare quella inglese.
L’ingegnere Findlayson, dei Lavori Pubblici, contava di ricevere, al minimo, una C.I.E.;8 sperava una C.S.I.: anche gli amici gli dicevano che meritava di più. Aveva sopportato per tre anni caldo e freddo, contrattempi, disagio, pericolo, malattia, con un carico di responsabilità fin troppo pesante per un solo paio di spalle; e giorno per giorno, in quel giro di tempo, sotto la sua direzione era andato sorgendo sul Gange il grande ponte di Kashi. Prima di tre mesi, adesso, se tutto procedeva bene, Sua Eccellenza il Viceré avrebbe inaugurato il ponte in gran pompa, un arcivescovo lo avrebbe benedetto, il primo convoglio di soldati lo avrebbe attraversato, e ci sarebbero stati discorsi.
Seduto nel suo trolley9 su un binario volante steso lungo una delle scarpate principali – enormi argini con rivestimento in pietra che si spiegavano a nord e a sud per cinque chilometri su entrambi i lati del fiume – Findlayson, C.E., si permise di pensare a quando tutto sarebbe stato finito. Vie d’accesso comprese, la sua opera era lunga circa tre chilometri: un ponte con travate a traliccio, armato con armatura Findlayson, posato su ventisette piloni di mattoni. Ognuno dei piloni era d’un diametro di sette metri e venti, 8 Decorazioni, titoli, qualifiche sono correntemente indicati con le rispettive sigle che, secondo l’uso inglese, seguono il nome proprio. Qui: C.I.E., Croce dell’impero Indiano; C.S.I., Stella Coloniale Indiana. Più sotto: C.E., Ingegnere civile (N.d.T.).
9 Carrello ferroviario di servizio, azionato a mano (a spinta, o con leva) (.N.d.T.).
incapsulato in pietra rossa di Agra, e scendeva ventisei metri sotto il letto di sabbia mobile del Gange. Sopra, correva la strada ferrata, su una larghezza di quattro metri; e ancora, sopra questa, una carreggiata di sei metri circa, fiancheggiata da passaggi pedonali. All’una e all’altra estremità si innalzavano torri fortificate in mattoni rossi, con feritoie per i moschetti e alloggiamenti per le bocche da fuoco, e la rampa stradale si stava spingendo verso il loro fianco. Sui tronconi dei terrapieni brulicavano centinaia e centinaia di asinelli che risalivano arrancando dalla voragine del sottostante scavo, con sacchi di materiale; il calpestio degli zoccoli, la gragnuola di bastonate degli asinai, lo scroscio e il rotolio del terriccio rovesciato riempivano l’aria calda del pomeriggio. Il fiume era in magra e fra i due piloni centrali, sulla sabbia di un bianco abbagliante, tozze cataste di traversine ferroviarie, colmate all’interno e spalmate all’esterno di mota, si alzavano a sostenere le ultime longarine mentre si provvedeva a fissarle con i ribattini. Su un pontile a palafitte, dove la siccità aveva lasciato un poco di acqua bassa, una gru a braccio andava avanti e indietro, piazzando di colpo al posto giusto travi di ferro, sbuffando e rinculando e grugnendo con brontolìi da elefante in un deposito di legname. Centinaia di ribaditori sciamavano sulle fiancate a traliccio e sulle coperture di ferro della linea ferroviaria, penzolavano da impalcature nascoste nel ventre delle travate, facevano grappolo intorno alle gole dei piloni, stavano a cavalcioni sugli aggetti delle incastellature dei passaggi pedonali; nella vampa del sole i loro fornelli e gli sprazzi che scaturivano ad ogni martellata apparivano appena di un pallido giallo. Ad est e ad ovest, a nord e a sud, sferragliavano e stridevano avanti e indietro sugli argini i treni di cantiere, trainando vagonetti pieni di pietra bruna e bianca che sobbalzavano fragorosamente, e poi, tolte le caviglie alle ribalte laterali, rovesciavano giù alcune migliaia di tonnellate di materiale per tenere a posto il fiume.
Sul suo carrello Findlayson, C.E., si girò a osservare la regione alla quale, per vari chilometri tutto intorno, egli aveva cambiato volto. Guardò in basso alle sue spalle il ronzante villaggio di cinquemila operai; a monte e a valle, la prospettiva di contrafforti e di sabbie; verso l’altra riva del fiume, i piloni che rimpicciolivano nel tremolio della calura; alte sopra il suo capo, le torri di guardia – che solo lui sapeva quanto erano robuste – e respirò soddisfatto perché vedeva che il lavoro era buono. Dinanzi a lui, nella luce del sole, si ergeva il suo ponte, con poche settimane di lavoro ancora da completare alle travate dei tre piloni centrali – il suo ponte, grezzo, brutto come il peccato, ma pukka [stabile] destinato a durare dopo che ogni memoria del costruttore e, sì, persino della stupenda armatura Findlayson sarebbe estinta. L’opera era, in pratica, compiuta.
Hitchcock, l’assistente, arrivò al piccolo galoppo lungo il binario su un cavallino cabuli con una rigida treccia per coda, che a forza di abitudine sarebbe stato capace di trottare con sicurezza sopra un traliccio. Fece con la testa un cenno di saluto al superiore.
«Ci siamo» disse, con un sorriso.
«Stavo pensando appunto a questo» rispose il capo. «Neanche un cattivo lavoro, per due uomini, no?» «Uno… e mezzo. Dio! che razza di pivello ero, arrivando al cantiere!» Hitchcock si sentiva molto vecchio, con la massa di esperienza degli ultimi tre anni, che gli avevano insegnato il comando e la responsabilità.
«Eravate un principiante, infatti» disse Findlayson. «Chissà quale effetto vi farà il ritorno al lavoro di ufficio, terminato il compito qui».
«Sarà detestabile» disse il giovanotto, e procedendo seguì con l’occhio lo sguardo di Findlayson e mormorò: «Non è un bel lavoro, perbacco?».
«Credo che faremo carriera insieme» disse Findlayson come tra sé. «Siete un giovane troppo in gamba per sprecarvi con un altro. Eravate un pollastro, siete un assistente. Sarete assistente personale, e a Simla, per poco che la faccenda mi procuri qualche merito».
Davvero l’intero onere del lavoro era ricaduto su Findlayson e sul suo assistente, un giovanotto che egli aveva scelto apposta allo stato grezzo, per forgiarlo come occorreva a lui. C’era una cinquantina di cottimisti, montatori e ribaditori presi dalle officine delle ferrovie, ed anche una ventina di dipendenti bianchi o meticci per sorvegliare, sotto sorveglianza, le squadre di operai. Ma nessuno sapeva meglio di quei due, nella loro reciproca fiducia, che non si può dare fiducia ai subalterni. Questi si erano varie volte trovati alla prova in circostanze critiche e improvvise – slittamenti dei pali di sostegno, rottura di paranchi, ribaltamenti di gru, furie del fiume – ma nessuna congiuntura aveva messo in luce un solo uomo al quale Findlayson e Hitchcock avrebbero fatto l’onore di un lavoro spietato come il loro.
Findlayson passò mentalmente in rassegna quel periodo cominciando dal principio: i mesi di lavoro a tavolino mandati di botto a rotoli quando il Governo dell’India, all’ultimo momento, aveva aggiunto sessanta centimetri alla larghezza del ponte, presumendo forse che i ponti si ritaglino nella carta e così aveva distrutto almeno venti metri quadrati di calcoli e Hitchcock, nuovo alla delusione, aveva nascosto il capo tra le braccia e pianto; gli angosciosi ritardi nell’esecuzione dei contratti, dall’Inghilterra; la vana lettera che adombrava una lauta provvigione se una certa, unica fornitura un poco dubbia veniva accettata; la lotta conseguente al rifiuto; l’ostruzionismo conseguente alla lotta, cortese ed accurato, all’altra cima, tanto che infine il giovane Hitchcock, aggiungendo un mese di licenza a un altro mese e facendosi dare da Findlayson altri dieci giorni, aveva speso le povere sue piccole economie di un anno in una puntata lampo a Londra e lì, come la sua lingua asseriva e le successive forniture comprovarono, mise il timor di Dio addosso a un pezzo così grosso che temeva soltanto il Parlamento e che disse questo finché Hitchcock non se lo fu lavorato addirittura a pranzo da lui… ed egli allora temette il ponte di Kashi e quanti parlavano in suo nome. C’era poi stato il colera, arrivato al villaggio nottetempo; e il vaiolo, scoppiato dopo il colera. Quanto alla malaria, non li aveva mai lasciati. Hitchcock era stato nominato magistrato di terza classe con facoltà giurisdizionale di frusta, per il miglior governo della comunità; e Findlayson lo aveva visto esercitare i propri poteri con prudenza e imparare su che cosa andava chiuso un occhio e a che cosa bisognava invece badare. Era lunga, lunghissima, la rievocazione, e includeva tempeste, improvvise piene, morte sotto ogni specie e forma, rabbia spaventosa e violenta contro le scartoffie che fanno quasi dar di volta il cervello a chi è consapevole di avere da occuparsi di tutt’altro; siccità, igiene, amministrazione; nascite, matrimoni, funerali, risse, in un villaggio con venti caste nemiche l’una all’altra; discutere, rimproverare, supplicare, e spesso andare a letto in compagnia di un truce scoramento, grati solo di avere il fucile smontato nella custodia. Sullo sfondo di tutto, la nera struttura del ponte di Kashi saliva, lamiera per lamiera, longarina per longarina, e ogni suo pilone ricordava Hitchcock, l’uomo onnipresente rimasto a fianco del suo capo senza venirgli mai meno, dal principio fino a quel preciso istante.
Il ponte dunque era opera di due uomini – a meno che non si volesse includere nel conto anche Peroo, come Peroo stesso vi si includeva senza dubbio. Si trattava di un lascar,10 un Kharva di Bulsar, di casa in tutti i porti da Rockhampton a Londra, il quale era salito fino al grado di serang11 sulle navi della British India ma, stancatosi delle regolamentari assemblee e delle pulizie di vestiario, aveva abbandonato il servizio recandosi all’interno, dove uomini della sua fatta erano sicuri di trovare lavoro. Esperto di paranchi e della manovra di grossi pesi, Peroo valeva quasi qualsiasi cifra volesse chiedere per i suoi servigi; ma il salario dei capomastri era quello stabilito dall’uso e Peroo rimaneva parecchi pezzi d’argento al disotto del suo effettivo valore. Non lo turbava il lavoro in rapide acque correnti né a grandi altezze e, in quanto ex-serang, sapeva come ci si fa obbedire. Non esisteva pezzo di ferro tanto grande o in posizione tanto ardua che Peroo per alarlo non riuscisse ad escogitare un paranco – un sistema di cavi mal rifinito, sbolinato, ordito con accompagnamento di una quantità scandalosa di chiacchiere, ma perfettamente adatto alla bisogna. Era stato Peroo a salvare la travata del pilone n. 7 dalla distruzione, la volta che il cavo metallico nuovo si incastrò 10 Il termine, che indica il marinaio indigeno, specialmente indiano, entrò nell’uso di varie lingue, nell’ottocento (in Francia venne ad indicare un individuo sveglio e intraprendente) (N.d.T.).
11 Specie di nostromo indigeno (N.d.T.).
nell’occhio della gru e l’enorme trave si inclinò nelle sue ritenute minacciando di slittare per obliquo. A questo punto gli operai indigeni avevano perso la testa mettendosi a urlare, e Hitchcock, col braccio destro spezzato dalla caduta di un ferro a T, se lo era infilato nell’abbottonatura della giacca, era svenuto, si era ripreso e per quattro ore era rimasto a dare ordini, finché Peroo, dalla cima della gru, riferì: «Tutto bene» e la trave altalenò fino al suo posto. Non ce n’era un altro come Peroo, il serang, per dar volta, imbracare, agguantare, azionare i motori ausiliari, o capace di rialzare una locomotiva dal fondo di uno sterrato in cui si era ribaltata; per spogliarsi e tuffarsi, all’occorrenza, a vedere come i blocchi di cemento intorno ai piloni reggevano allo strofinio di Mamma Gunga, o per avventurarsi controcorrente in una notte di monsone, onde riferire sulle condizioni dei rivestimenti degli argini. Sul cantiere interferiva senza paura nei conciliaboli tra Findlayson e Hitchcock e quando il suo sorprendente inglese o la sua ancor più sorprendente lingua-franca, per metà portoghese e per metà malese, non bastavano più, dava inevitabilmente di piglio a uno spago e mostrava i nodi che, secondo lui, occorreva fare. Comandava una sua squadra di imbragatori – tutto un misterioso parentado di Kutch Mandvi, radunato un mese dopo l’altro e spremuto al massimo. Peroo non avrebbe mai mantenuto sul ruolino di paga mani improduttive o una testa balorda, per riguardi di famiglia o di tribù. «Il mio onore è l’onore di questo ponte» rispondeva all’uomo che stava per essere licenziato «del tuo onore che cosa mi importa? Vattene a lavorare su un piroscafo. Non sei buono ad altro».
Il piccolo agglomerato di capanne, dove abitavano lui e la squadra, faceva cerchio intorno alla malconcia dimora di un prete di mare – un tale che non aveva mai messo piedi sull’Acqua Nera ma era stato scelto come guida spirituale da due generazioni di pirati, tutti rimasti estranei alle missioni religiose dei porti o alle professioni di fede che certe agenzie sulle banchine del Tamigi tentano di rifilare ai marittimi. Il prete dei lascar non aveva nulla in comune con la loro casta né, se è per questo, con altro. Mangiava le offerte dei suoi fedeli, dormiva, fumava, tornava a dormire, «perché» diceva Peroo, il quale aveva personalmente provveduto a rimorchiarlo chilometri e chilometri all’interno «è un uomo molto santo. Non gli importa niente di quel che tu mangi purché non mangi carne di bue, e questo è bene perché, noi Kharva, a terra veneriamo Siva; ma in mare sulle navi della Kùmpani dobbiamo stretta obbedienza agli ordini del Burra Malum [il primo ufficiale], e su questo ponte ci atteniamo a quello che dice Finlinson sahib».
Findlayson sahib aveva ordinato quel giorno di togliere l’impalcatura alla torre di guardia della riva destra, così Peroo con i suoi uomini stavano mollando e arriando pali ed assi di bambù, con la rapidità stessa con cui un tempo scaricavano una nave di cabotaggio.
I colpi del fischietto d’argento del serang giungevano sino al trolley, col cigolio e lo schiocco delle carrucole. Peroo era in piedi sul più alto cornicione della torre, con indosso la muta turchina del mestiere che aveva lasciato, e quando Findlayson gli fece un gesto per raccomandargli di stare attento, poiché quella non era vita da buttar via, egli diede di piglio all’ultimo palo e, facendosi solecchio alla marinara, rispose con il grido strascicato e lamentoso della vedetta del castello di prua: «Ham dekhta hai [Sto all’erta]». Findlayson rise, poi sospirò. Da anni non vedeva un piroscafo, e aveva nostalgia della patria. Mentre il suo trolley passava sotto la torre, Peroo si calò lungo una corda, alla maniera delle scimmie, e gridò: «Adesso sembra a posto, sahib. Il nostro ponte è fatto, o quasi. Che cosa dirà Mamma Gunga quando sopra passerà la ferrovia?».
«Poco ha detto, finora. Non è certo stata Mamma Gunga a farci ritardare».
«Per essa è sempre tempo; e ritardo c’è stato, nondimeno. Il sahib ha scordato la piena dello scorso autunno, quando le chiatte del pietrame furono sommerse senza preavviso… o con preavviso di mezza giornata soltanto?» «Sì, ma nulla, salvo un’inondazione in grande stile, potrebbe danneggiarci, adesso. I contrafforti tengono bene, sulla riva di ponente».
«Mamma Gunga mangia a grandi bocconi. La pietra non è mai troppa, sulle scarpate. L’ho detto al Chota sahib» (si riferiva a Hitchcock) «e lui ride».
«Non fa nulla, Peroo. Un altr’anno potrai costruirti un ponte a modo tuo».
Il lascar sogghignò: «Non sarà di questo tipo, allora, con opera muraria affondata sott’acqua, come affondò la Quetta. A me piacciono i ponti sus-suspesi che volano da una riva all’altra, in un solo gran balzo, come palanche.
Allora non c’è acqua che possa recar danno. Quando viene il Lord sahib a inaugurare il ponte?
».
«Fra tre mesi, quando fa più fresco».
«Ah, ah! È come il Burra Malum. Mentre si fa il lavoro, lui sta dabbasso a dormire. Poi viene sul cassero, tocca con un dito, e dice: Qui è sporco! Brutto muso di scimmia!».
«Ma il Lord sahib non mi chiama brutto muso di scimmia, Peroo».
«Già, sahib; ma in coperta non sale finché il lavoro non è tutto finito. Anche il Burra Malum del Nerbudda disse una volta a Tuticorin…» «Be’! Va’! Ho da fare».
«Io anche!» disse Peroo, senza battere ciglio. «Posso prendere, adesso, il battellino a remi e andare lungo le scarpate?» «Per sostenerle con le mani? Sono abbastanza massicce, mi pare».
«Ma no, sahib. È così. In mare, Sull’Acqua Nera, c’è spazio per andare in deronza di qua e di là, senza stare a preoccuparsi. Noi qui non abbiamo neanche un poco di spazio. Guardate, noi abbiamo messo il fiume in bacino, incanalandolo tra parapetti di pietra».
Findlayson sorrise al noi.
«Gli abbiamo messo il morso e gli abbiamo messo le briglie. Non è come il mare, che può battere contro una morbida spiaggia. È Mamma Gunga… ai ferri». Aveva abbassato la voce.
«Peroo, tu sei stato su e giù per il mondo, anche più di me. Ora, dimmi la verità. Quando ci credi, in cuor tuo, alla faccenda di Mamma Gunga?» «Tutto quello che il nostro prete dice. Londra è Londra, sahib. Sydney è Sydney, e Port Darwin è Port Darwin. Anche Mamma Gunga è Mamma Gunga, e quando torno alle sue rive, io so questo, e adoro. A Londra feci poojah nel grande tempio accanto al fiume, in omaggio al Dio che c’è dentro… Sì, il battellino lo prenderò senza i cuscini». Findlayson si mise in sella al suo cavallo, e al trotto raggiunse la tettoia del bungalow che divideva con il suo assistente. Era diventato come casa sua, quel posto, nei tre anni trascorsi.
Sotto quel tetto grezzo di paglia, era andato arrosto nel caldo torrido, aveva sudato nella stagione delle piogge, aveva patito i brividi della febbre; l’imbiancatura a calce, di fianco alla porta, era coperta di sommari schizzi e di formule, e sul pavimento della veranda la copertura di stuoia mostrava, come un sentiero di ronda, la traccia delle sue deambulazioni solitarie. Non esiste giornata di otto ore, nel lavoro di ingegnere, e il pasto serale con Hitchcock fu consumato in stivali e speroni: ai sigari, stettero ad ascoltare il brusio del villaggio, ove stavano tornando le squadre dal letto del fiume e cominciavano a tremolare i lumi.
«Peroo se ne è andato lungo i contrafforti nel vostro battellino. Ha preso con sé un paio di nipoti, e lui se ne sta adagiato a poppa come un commodoro» disse Hitchcock.
«Non importa. Ha qualcosa in mente. Eppure dieci anni sulle navi della British India dovrebbero averlo svuotato un bel po’ delle sue credenze».
«E così è» disse Hitchcock ridacchiando. «Mi è capitato di udirlo, l’altro giorno; faceva un discorso da vero e proprio ateo, con quel loro vecchio guru grasso. Peroo negava l’efficacia della preghiera; avrebbe voluto che il guru si imbarcasse, per trovarsi con lui nel bel mezzo di una tempesta e vedere se è capace di fermare un monsone».
«Nondimeno, provate a portargli via il suo guru: ci pianterebbe, dritto sparato. Mi stava tirando fuori la storia che quando era a Londra ha rivolto preghiere alla cattedrale di San Paolo».
«A me ha detto che la prima volta in cui entrò nella sala macchine di un piroscafo, da ragazzo, rivolse preghiere al cilindro a bassa pressione».
«Non sono poi cattive preghiere, né in un caso né nell’altro. Adesso, sta propiziando le proprie divinità e vuol sapere che cosa ne penserà Mamma Gunga, di farsi attraversare da un ponte. Chi è?» Un’ombra oscurò l’inquadratura dell’uscio e nella mano di Hitchcock fu messo un telegramma.
«Ormai dovrebbe esserci quasi abituata. Solo un tar. Sarà la risposta di Ralli a proposito dei bulloni nuovi… Santo cielo!» Hitchcock era balzato in piedi.
«Che c’è?» disse il superiore, e prese il modulo. «Ecco che cosa pensa Mamma Gunga, eh?» disse, leggendo. «Sangue freddo, giovanotto. Ci hanno preparato un bel lavoro. Vediamo. Muir telegrafa, mezz’ora fa: Piena sul Ramgunga. Attenti. Be’, questo ci lascia… una, due… nove ore e mezzo perché la piena raggiunga la stretta di Malipur, più sette, fanno sedici e mezzo fino a Latodi, diciamo quindici ore prima che ci piombi addosso».
«Al diavolo quella fogna di nevi del Ramgunga! Findlayson, è in anticipo di due mesi su tutto quanto ci si potesse aspettare, e la sponda sinistra è ancora coperta di materiale. Due buoni mesi di anticipo!» «Proprio perciò accade. Conosco i fiumi indiani da venticinque anni soltanto, non posso pretendere di capire. Ecco che arriva un altro tar». Findlayson aprì il telegramma. «Cockran, questa volta, dal Canale del Gange: Qui piogge violente. Male. Poteva economizzare l’ultima parola. Ebbene, non abbiamo bisogno di saperne altro. Dobbiamo metter sotto le squadre tutta la notte e sgomberare il letto del fiume. Voi prenderete la riva sinistra e farete in modo d’incontrarmi al centro. Tutto ciò che galleggia, portatelo a valle del ponte: avremo già più che a sufficienza rottami che vengon giù col fiume, senza lasciar che le chiatte del pietrame investano i piloni. Che cosa avete, sulla riva orientale, che occorra badarci?» «Il pontone, quello grande che porta la gru a braccio. Altra gru a braccio sul pontone riparato, con i ribattini della carreggiata tra i piloni dal n. 20 al 23… due binari volanti, e un argano. Le impalcature faranno quel che possono» disse Hitchcock.
«Sta bene. Ritirate tutto quello su cui potete mettere le mani. Lasceremo altri quindici minuti alle squadre, che mangino un boccone».
C’era accanto alla veranda un grande gong per la notte, che non si usava mai se non in caso di piena, o di incendi al villaggio. Hitchcock si era fatto portare un cavallo fresco ed era già in cammino verso il suo lato del ponte quando Findlayson prese la bacchetta fasciata di stoffa e picchiò con i colpi strisciati che ricavano dal metallo tutta la vibrazione.
Assai prima che l’ultimo rombo cessasse, ogni gong notturno del villaggio aveva raccolto l’allarme. Vi si aggiunsero il rauco urlio delle buccine nei piccoli templi, il battito di tam-tam e tamburi; e, dal settore europeo in cui abitavano i ribaditori, la tromba di M’Cartney, arma d’offesa la domenica e nei giorni di festa, squillò alla disperata il buttasella. Le macchine che rientravano dai contrafforti dopo il lavoro giornaliero risposero col fischio l’una dopo l’altra e i fischi dalla riva opposta risposero a loro volta. Poi il grande gong rombò tre volte ad indicare che di piena si trattava e non di incendio; la buccina, il tamburo, il fischio fecero eco al segnale, e il villaggio tremò al calpestio di piedi nudi in corsa su terra molle. La consegna per ogni evenienza era di raggiungere il posto di lavoro e attendere istruzioni. Le squadre uscivano a fiotti nel crepuscolo, e c’erano uomini che si fermavano ad annodarsi lo straccio intorno alle reni o ad allacciare un sandalo, capisquadra che gettavano gridi ai loro sottoposti che correvano o sostavano a ritirare sbarre e picconi dalle rimesse degli attrezzi, locomotive che avanzavano lentamente sulle rotaie in mezzo alla calca che era come una marea alta fino alle ruote; infine il torrente di color bruno scomparve nell’oscurità del letto del fiume, corse su per le impalcature, sciamò lungo i tralicci, si assiepò intorno alle gru, e si fermò, ogni uomo al proprio posto.
Allora i colpi inquieti del gong trasmisero l’ordine di raccattare tutto e portarlo al disopra del segnale di guardia delle piene, e le lampade a fiamma svamparono a centinaia tra le strutture opache di ferro mentre i ribaditori davano inizio al lavoro della nottata, in gara contro la piena che stava per giungere. Le travate dei tre piloni centrali, quelle che poggiavano su cataste di sostegno, erano pressoché a posto. Avevano soltanto bisogno di quanti più ribattini si riuscisse a fissarvi, perché la piena avrebbe indubbiamente spazzato via i sostegni e le opere metalliche, a non bloccarle alle estremità, si sarebbero adagiate sulle incapsulature di pietra. Un centinaio di piedi di porco si affaccendavano attorno alle traverse della linea provvisoria che era servita ad alimentare i piloni non ultimati. Essa veniva sollevata a sezioni, caricata sui carri piatti e le locomotive sbuffanti la riportavano sulla riva, al disopra del livello di piena. Dinanzi all’assalto di schiere vociferanti, le baracche degli arnesi, sulla sabbia, si volatilizzarono e con esse scomparvero cumuli di rifornimenti governativi, casse di ribattini cerchiate di ferro, pinze, cesoie, pezzi di ricambio per bullonatrici, pompe di riserva, catene. La gru grande doveva venire trasferita per ultima, perché stava alzando tutto il materiale pesante sopra la struttura principale del ponte. I blocchi di calcestruzzo sulle chiatte furono gettati fuori bordo dove l’acqua era più profonda per proteggere i piloni, dopodiché i barconi scarichi, manovrando con le pertiche, furono spostati sotto il ponte fino a valle. Lì trillava più forte il fischietto di Peroo: il primo colpo del grande gong aveva riportato indietro il battellino a velocità di gara, e Peroo con i suoi, tutti a torso nudo, lavoravano per l’onore e la stima, che valgono più della vita.
«Sapevo che avrebbe parlato» gridava «io lo sapevo. Ma il telegrafo ha fatto bene ad avvertirci. O figli di un connubio impensabile! Creature di abiezione indicibile! Siamo forse qui per mostra?» Mezzo metro di cavo di acciaio, sfilacciato alle estremità, era in funzione, e faceva meraviglie in mano a Peroo che balzava di frisata in frisata, urlando nel gergo del mare.
I barconi del pietrame preoccupavano Findlayson più di tutto il resto.
M’Cartney con la sua squadra stava fissando le estremità delle tre campate insicure, ma barconi alla deriva, se la piena risultava molto alta, potevano mettere in pericolo le travate, e ce n’era addirittura una flotta quasi a secco nei rami minori del fiume.
«Portali a ridosso della torre di guardia» gridò giù a Peroo. «Lì l’acqua farà remora; portali a valle del ponte».
«Accha! [Benissimo], lo so. Li ormeggiamo con cavo metallico» fu la risposta.
«Ohé! Senti, Chota sahib, come lavora!» Veniva, dal lato opposto del fiume, un fischiare quasi ininterrotto di locomotive, rincalzato da un brontolio di pietrame. Hitchcock dedicava, all’ultimo minuto, qualche ulteriore centinaio di vagonate di pietra di Tarakee a rinforzare contrafforti e scarpate.
«Il ponte sfida Mamma Gunga» disse Peroo, con una risata. «Ma io so, quando essa parlerà, quale voce suonerà più alta».
Per ore gli uomini seminudi lavorarono, tra grida ed urli, al lume delle lampade. Era una notte calda, senza luna; fu oscurata, sul finire, da nubi e da una raffica improvvisa che resero Findlayson assai pensoso.
Era vicina l’alba quando Peroo disse: «Si muove! Mamma Gunga è sveglia.
Sentite
». Chinandosi fuori bordo da una barca immerse una mano e intorno ad essa ci fu il mormorio della corrente. Una piccola onda colpì il fianco di un pilone con uno schiocco secco.
«Sei ore prima di quel che doveva» disse Findlayson, asciugandosi rabbiosamente la fronte. «Ora non possiamo più fidarci di nulla. Meglio far sgomberare tutti gli operai dal letto del fiume».
Di nuovo il rimbombo del grande gong, e vi fu una seconda volta la corsa precipitosa di piedi nudi sulla terra e sul ferro risonante; il clangore degli arnesi cessò. In quel silenzio, gli uomini udirono l’arido sbadiglio dell’acqua che strisciava su sabbie assetate.
L’uno dopo l’altro i capisquadra urlarono a Findlayson, che aveva preso posto accanto alla torre di guardia, che il letto del fiume, nelle rispettive sezioni, era stato evacuato, e quando si spense l’ultima voce Findlayson avanzò in fretta sopra il ponte fin dove le lastre metalliche del piano stradale definitivo lasciavano il posto alla passerella provvisoria sopra i tre piloni centrali, e lì incontrò Hitchcock.
«Tutto sgomberato dal vostro lato?» disse Findlayson. Il sussurro risonava nella cassa di tralicci.
«Sì, e il braccio orientale attualmente si sta colmando.
Siamo completamente fuori dal preventivo. Quand’è che ci arriverà addosso, la cosa?
» «Non si può dire. Il fiume sale con tutta la rapidità di cui è capace.
Guardate!
» Findlayson puntò il dito verso il tavolato sotto i suoi piedi, dove la sabbia arsa, sporca per tanti mesi di lavoro, cominciava a bisbigliare e frizzare.
«Ordini?» disse Hitchcock.
«Fare l’appello. Contare i materiali. Mettervi tranquilli. E pregare per il ponte.
Non vedo altro. Buonanotte. Non andate a rischiare la vita cercando di ripescare qualcosa che se ne vada via con la corrente
».
«Oh, sarò prudente quanto voi! ‘Notte. Santo cielo, come sale! Ed ecco sul serio la pioggia». Findlayson rifece la via fino a riva dal suo lato, sospingendo davanti a sé gli ultimi ribaditori di M’Cartney. Le squadre si erano sparpagliate lungo gli argini, malgrado la pioggia fredda dell’alba, e stavano lì ad aspettare la piena. Soltanto Peroo continuava a tenere riuniti i suoi uomini dietro il saliente della torre di guardia, dove i barconi del pietrame erano imbozzati con gherlini, cavi metallici e catene.
Lungo il fronte corse un gemito stridulo che si gonfiò sino a un grido, in parte di paura e in parte di stupore: la superficie del fiume sbiancò, da una riva all’altra, tra le pareti di pietra, e in lontananza i contrafforti scomparvero tra spruzzi di spuma. Mamma Gunga era salita in gran furia fino al livello delle rive, e un muro d’acqua color cioccolato l’annunciava. Uno strido lacerante sovrastò il ruggito dell’acqua, era il lamento delle campate che, portate via in un vortice le cataste di sostegno da sotto la loro pancia, calavano sui ceppi d’arresto. Le chiatte scricchiolavano e cigolavano l’una contro l’altra nel risucchio che aggirava la spalla di muratura, e i loro rozzi alberi salivano sempre più. sulla linea indistinta dell’orizzonte.
«Prima che fosse chiusa tra queste muraglie sapevamo che cosa avrebbe fatto.
Ora che è così allo stretto, solo Iddio sa che cosa farà!
» disse Peroo osservando il furibondo ribollire intorno alla torre di guardia. «Ehi, picchia, allora! Picchia sodo, perché così una donna logora la propria resistenza».
Però Mamma Gunga non si mise a picchiare come si augurava Peroo. Dopo la prima irruzione a valle, non vennero altre muraglie di acqua, ma la fiumana continuò a salire ingrossando, come un serpente quando beve a mezza estate, pizzicando e palpando le scarpate, ammucchiandosi dietro le gettate, così che Findlayson si rimise persino a calcolare la forza di resistenza della sua opera.
Quando si fece giorno il villaggio rimase a bocca aperta. «Ancora la notte scorsa» dissero gli uomini, volgendosi l’uno all’altro «c’era una città, nel letto del fiume! Guarda adesso!» Ed essi guardavano, e tornavano a stupirsi dell’acqua profonda, dell’acqua precipitosa, che lambiva la gola dei piloni. La riva opposta era avvolta in un velo di pioggia, nel quale il ponte scompariva, svanendo; a monte, solo vortici e spruzzi indicavano i contrafforti, e a valle il fiume chiuso, non più imbrigliato dagli argini, si era allargato come un mare fino all’orizzonte. Poi scesero rapidi, rotolando nella corrente, uomini e buoi morti, alla rinfusa, e di quando in quando un lembo di tetto di paglia che si dissolveva se toccava un pilone.
«Grossa piena» disse Peroo, e Findlayson annuì. La piena era più grossa di quanto mai avesse desiderato vederne. Il ponte avrebbe sostenuto ciò che gli era addosso ora, ma non molto di più; e se esisteva una probabilità su mille che nelle arginature ci fosse un punto debole, Mamma Gunga avrebbe trascinato con sé l’onore di Findlayson buttandolo in mare con gli altri relitti.
Quel che è peggio, non c’era nulla da fare, solo star fermi; ed egli rimase fermo, nel suo impermeabile, tanto che il casco divenne poltiglia sulla sua testa e i suoi stivali ebbero il fango fin sopra la caviglia. Non teneva il conto del tempo, perché era il fiume a segnare le ore, centimetro per centimetro, decimetro per decimetro, sulle scarpate ed egli, intorpidito e digiuno, tendeva l’orecchio al tormento delle chiatte, al sordo rombo sotto i piloni e gli altri cento rumori che costituiscono la piena voce di un’inondazione. Un servo sgocciolante gli recò, una volta, del cibo, ma egli non riuscì a mangiare; e una volta, credendo di udire di là dal fiume un debole fischio di locomotiva, sorrise. Un insuccesso del ponte non sarebbe stato dolore piccolo per il suo assistente, ma Hitchcock era giovane, col suo grande lavoro ancora da fare.
Quanto a lui, una catastrofe significava… tutto: tutto ciò per cui valeva la pena di aver vissuto una dura vita. Avrebbero detto, quelli del mestiere… Ben ricordava le cose più o meno compassionevoli che egli stesso aveva detto, quando i grandi serbatoi di Lockhart erano scoppiati riducendosi a un mucchio di mattoni e fango, e ogni coraggio si era spezzato in petto a Lockhart, che ne era morto. Ricordava quello che egli stesso aveva detto quando il ponte di Sumao era stato portato via dal grande ciclone marino; e soprattutto ricordava la faccia del povero Hartopp tre settimane più tardi, dopo che la vergogna lo aveva segnato. Il suo ponte, come dimensione, era il doppio di quello di Hartopp, e vi era applicata non solo l’armatura Findlayson ma anche la nuova scarpa di pilone, la scarpa a chiavarda Findlayson. Non esistevano scusanti, nella professione. Il Governo, magari, poteva prestarvi ascolto, ma i colleghi vi avrebbero giudicato dal ponte, in quanto reggeva o cadeva. Tornò a passarlo in rassegna mentalmente, trave per trave, campata per campata, mattone per mattone, pilone per pilone, ricordando, confrontando, valutando e ricalcolando, che non ci fosse qualche errore; e in quelle lunghe ore, in quelle fughe di formule matematiche che gli ballavano e vorticavano davanti agli occhi, un agghiacciante timore veniva a pungergli il cuore. Dal canto suo, indubbiamente il conto tornava; ma chi sapeva niente dell’aritmetica di Mamma Gunga? Proprio mentre egli si rassicurava con la tavola pitagorica, il fiume poteva stare scavando marmitte precisamente in fondo ad uno qualsiasi di quei piloni di ventisette metri su cui posava la sua reputazione. Tornò un servo con qualcosa da mangiare, ma egli aveva la bocca secca, riuscì solo a bere, e tornò a rigirare decimali nel cervello. Ed il fiume saliva ancora. Peroo, avvoltolato in un mantello di stuoia, stava ai suoi piedi, accoccolato, guardando alternativamente la sua faccia e la faccia del fiume, ma senza dire nulla.
Infine il lascar si alzò e sguazzò nella melma, verso il villaggio, non senza avere avuto cura di lasciare un congiunto a sorvegliare i barconi.
Presto fu di ritorno, sospingendo dinanzi a sé con pochissima reverenza il prete della sua fede, un vecchio grasso, con una barba grigia che sferzava il vento in compagnia dello straccio bagnato svolazzante sulle sue spalle. Un guru più miserabile non si era mai visto.
«A che cosa servono le offerte e i piccoli lumi a petrolio e il grano secco» urlò Peroo «se sei capace solo di startene a sedere nel fango? Per tanto tempo hai bazzicato con gli Dèi, quando erano soddisfatti e benigni. Adesso sono in collera. Parla con loro!» «Che cosa è un uomo contro l’ira degli Dèi?» uggiolò il prete, rannicchiandosi nel soffio di vento che lo coglieva. «Lasciami andare al tempio, e lì pregherò».
«Figlio di un porco, prega qui! Nulla, in cambio del pesce salato, della polvere di curry, delle cipolle secche? Grida forte! Di’ a Mamma Gunga che adesso basta. Ordinale di starsene tranquilla stanotte. Io non so pregare, ma ho fatto servizio sulle navi della Kùmpani e quando gli uomini non eseguivano i miei ordini io…» Un mulinello del pezzo di cavo metallico completò la frase, e il prete, sfuggendo al discepolo, corse verso il villaggio.
«Pezzo di maiale!» disse Peroo. «Dopo tutto quello che abbiamo fatto per lui! Finita la piena, ci penso io a trovarci un nuovo guru. Finlinson sahib, si sta facendo notte, e da ieri non avete mangiato. Siate ragionevole, sahib. Nessuno può resistere alla veglia e al gran pensare, con la pancia vuota. Coricatevi, sahib. Il fiume farà quel che farà».
«Il ponte è mio, non posso abbandonarlo».
«Lo terrete in piedi con le mani, allora?» disse Peroo, ridendo. «Ero in pena per i miei barconi e le mie bighe prima che arrivasse la piena. Ora siamo nelle mani degli Dèi. Il sahib non intende mangiare o coricarsi? Prendete queste, allora. Sono pietanze e buon grog tutto insieme, e ammazzano ogni stanchezza, oltre la febbre che vien dopo la pioggia. Oggi io non ho mangiato niente altro».
Dalla cintura fradicia tirò fuori una piccola tabacchiera di latta e la ficcò in mano a Findlayson dicendo: «Ma no, non temete. Non è altro che oppio, onesto oppio di Malwa!».
Findlayson si fece cadere nel palmo della mano due o tre di quelle pallottoline marrone scuro e quasi senza sapere quel che faceva le ingoiò.
Quella roba in ogni caso era una buona salvaguardia contro la febbre, la febbre che gli saliva strisciante addosso dall’umido del fango. Ed aveva visto che cosa era capace di fare Peroo nelle soffocanti nebbie d’autunno in forza di una dose tratta dalla scatola di stagno.
Peroo, con gli occhi che brillavano, fece un cenno di approvazione. «Tra poco… tra poco il sahib si accorgerà che pensa di nuovo bene. Anch’io…» Pescò nella sua preziosa scatola, si riaggiustò la stuoia sul capo, e si accoccolò a tener d’occhio i barconi. Faceva troppo buio, ora, per vedere più in là del primo pilone; e la notte pareva avere dato forza al fiume. Findlayson stava con il mento sul petto, a pensare. Un punto a proposito di uno dei piloni, il n.
7, non gli quadrava ancora in mente. Le cifre non volevano disegnarsi all’occhio, se non ad una ad una e ad enormi intervalli di tempo. Aveva nell’orecchio un suono caldo e pastoso, come la nota più profonda di un contrabbasso, un suono affascinante sul quale rimase a riflettere per ore, così gli sembrò. Poi, Peroo era al suo fianco e gridava che si era schiantato un ormeggio di acciaio e i barconi si erano sciolti. Findlayson vide la flottiglia aprirsi e traversarsi a ventaglio. con l’accompagnamento del lungo stridore dei cavi che strofinavano lungo i capi di banda.
«Li ha colpiti un albero. Se ne andranno tutti» gridò Peroo. «Si è spezzato l’ormeggio principale. Che cosa fa il sahib?» Alla mente di Findlayson era balenato all’improvviso un piano enormemente complesso. Vedeva le cime che correvano in linee ed angoli retti di barcone in barcone, ogni cima una linea di fuoco, incandescente. Ma c’era una cima che le comandava tutte. La vedeva. Una volta alata quella, era cosa assolutamente e matematicamente certa che la flottiglia scompigliata si sarebbe radunata nell’acqua stagnante dietro la torre di guardia. Ma perché, si chiese, Peroo gli si attaccava così disperatamente alla cintola mentre egli si affrettava giù per la riva? Era necessario scostare il lascar, con bel modo e pianamente, perché era necessario salvare i barconi e, inoltre, dimostrare l’estrema facilità del problema che pareva così arduo. E poi (ma questo non aveva la minima importanza), ecco che un cavo di acciaio filava nella sua mano, scottandola, l’alta riva scompariva e con essa tutti i fattori del problema, che si sparpagliavano lentamente. Egli era seduto nella tenebra piena di pioggia, seduto in un barcone che girava come una trottola, e Peroo era in piedi accanto a lui.
«Avevo dimenticato» disse il lascar piano «che a chi è digiuno e non abituato l’oppio fa effetto peggio del vino. Quelli che muoiono in Gunga vanno agli Dèi. Nondimeno, non ho nessun desiderio di presentarmi a così importanti personaggi. Sa nuotare, il sahib?» «E a che scopo? Può volare, volare svelto come il vento» rispose egli, con voce torbida.
È impazzito! mormorò tra sé Peroo. E mi ha buttato da parte come un fastello di mattonelle di sterco. Be’, non saprà di morire. Il barcone qui non riesce a stare a galla più di un’ora, anche se non entra in collisione con niente.
Non è bello guardare la morte con occhio limpido.
Si servì ancora della scatoletta di latta per rinfrancarsi, si accoccolò a prua di quello scafo roteante, con gli occhi fissi attraverso la nebbia sul nulla che era lì. Una calda sonnolenza invadeva Findlayson, l’ingegnere Capo, che aveva la responsabilità del suo ponte. Le grosse gocce d’acqua lo colpivano con mille piccoli fremiti tintinnanti, e sulle palpebre gli gravava tutto il peso del tempo dei tempi sin dalla creazione. Pensava e constatava di essere perfettamente al sicuro, perché l’acqua era solida, tanto che un uomo poteva sicuramente uscire su di essa e, stando ritto e fermo con le gambe un poco divaricate per tenere l’equilibrio (questo era l’importante), sarebbe stato portato a grande e comoda velocità fino a terra. Ma gli si presentò un proposito ancora migliore.
Bastava soltanto uno sforzo di volontà e l’anima avrebbe scagliato il corpo a terra così come il vento travolge la carta; lo avrebbe sospinto sulla riva al pari di un aquilone. Ma se il forte vento (la barca girava su se stessa vertiginosamente) si fosse inserito sotto il corpo lasciato in libertà? Questo si sarebbe innalzato come un aquilone per poi piombare a testa innanzi sulle distanti sabbie, o sfuggito di mano avrebbe vagato barcollante per tutta l’eternità? Findlayson si aggrappò alla frisata per ancorarsi, perché pareva essere sul punto di prendere il volo prima di avere sistemato tutti i suoi piani.
L’oppio fa più effetto su un bianco che su un nero. Peroo non provava altro che una gradevole indifferenza per gli eventi. «Non può rimanere a galla» borbottò. «I comenti già si stanno aprendo. Se solo fosse stata un battellino a remi, l’avremmo cavata fuori; ma una cassa piena di buchi, non val niente.
Finlinson sahib, fa acqua
».
«Accha! Io vado via. Vieni anche tu».
Mentalmente Findlayson aveva già lasciato la barca e stava volteggiando alto nel cielo in cerca di un punto d’appoggio per il suo piede. Il suo corpo (egli era davvero umiliato della goffa impotenza di quel corpo) giaceva a poppa, con l’acqua che gli si avventava alle ginocchia.
Che cosa profondamente ridicola! disse tra sé, dalle altitudini in cui stava; quello… è Findlayson, il capo del ponte di Kashi. E quello stupido animale, oltre tutto, sta per annegare. Annegare, quando è vicino a riva. Io… io sono già a riva. Perché non viene anche lui? Fu intensamente indignato di ritrovarsi con l’anima rientrata nel corpo e con quel corpo che annaspava e soffocava in acqua fonda. La sofferenza del ricongiungimento fu atroce, ma fu necessario lottare anche per il corpo. Si accorse che stava afferrandosi a della sabbia bagnata e che riusciva con passi portentosi, come i passi che si fanno in sogno, a non perdere piede nell’acqua turbinante, finché da ultimo si strappò alla presa del fiume e cadde, ansante, sulla terra umida.
«Non stanotte» disse al suo orecchio Peroo. «Gli Dèi ci hanno protetti». Il lascar posava con cautela i piedi, che frusciavano tra sterpi. «Deve essere un’isola in cui hanno raccolto l’indaco l’anno scorso» proseguì. «Non troveremo uomini, qui, ma fate molta attenzione, sahib; la piena ha cacciato fuori tutti i serpenti su centocinquanta chilometri. Ecco i lampi, alle calcagna del vento. Ora potremo vedere; ma state attento a camminare».
Findlayson era molto, molto più in là di ogni timore di serpenti, e invero di ogni emozione puramente umana. Toltasi l’acqua dagli occhi sfregandoli, egli vedeva con enorme chiarezza e camminando faceva, o così gli sembrava, passi impetuosi che valicavano il mondo. Egli aveva costruito un ponte, nella notte dei tempi, da qualche parte, un ponte gettato su distese infinite di scintillante mare; ma il Diluvio lo aveva spazzato via lasciando sotto il cielo quell’unica isola per Findlayson e il suo compagno, unici sopravvissuti del genere umano.
Un lampeggiare ininterrotto, ramificato e livido, mostrava tutto quello che c’era da vedere su quella macchiolina in mezzo all’inondazione; un folto di rovi, una macchia di bambù oscillanti e scricchiolanti e un grigio e nodoso peepul che dava ombra a un tempietto indù sulla cui cupola sventolava una bandiera rossa sbrindellata. Il santone, che vi aveva avuto il suo luogo di ritiro estivo, l’aveva abbandonato da lungo tempo e le intemperie avevano sgretolato l’immagine del suo dio. I due uomini, con le gambe e gli occhi pesanti, inciamparono nelle ceneri di un focolare di mattoni e si lasciarono cadere al riparo dei rami, mentre pioggia e fiume ruggivano all’unisono.
Gli steli mozzi dell’indaco crepitarono, si sentì odore di bestiame, mentre un enorme e gocciolante Toro braminico si apriva con le spalle la strada fin sotto l’albero. I lampi rivelavano il segno del tridente di Siva sul suo fianco, l’arroganza della sua testa e della gobba, i luminosi occhi da cervo, la fronte coronata da una ghirlanda di fiori di calendula inzuppati e la serica giogaia che quasi sfiorava il suolo. Dietro ad esso si udì il rumore di altre bestie che risalivano dal livello di piena attraverso la boscaglia, un rumore di piedi pesanti e un profondo ansimare.
«Devono esserci altri, qui, oltre noi» disse Findlayson, con la testa appoggiata al tronco dell’albero, guardando attraverso le palpebre socchiuse, interamente a suo agio.
«Davvero» disse Peroo con voce indistinta «e non sono da poco».
«Chi, dunque? Io non vedo bene».
«Gli Dèi. Chi altro? Guardate».
«Ah, è vero! Gli Dèi, certo, gli Dèi». Findlayson sorrise, mentre la testa gli ricadeva sul petto. Peroo aveva perfettamente ragione. Dopo l’inondazione, chi doveva essere vivo nel paese salvo gli Dèi che lo avevano creato, gli Dèi che il suo villaggio invocava ogni notte, gli Dèi che erano sulle bocche di tutti gli uomini, sulle strade di tutti gli uomini? Egli non era in grado di alzare la testa o di muovere un dito per via del rapimento che lo aveva colto, e Peroo rivolgeva un vacuo sorriso ai lampi.
Il Toro sostò al tempietto e la sua testa si abbassò al suolo umido. Fra i rami un Pappagallo verde si lisciò col becco le penne bagnate e strillò contro il tuono, mentre mobili ombre di animali riempivano lo spiazzo sotto l’albero.
Dietro il Toro c’era un’Antilope nera, un maschio quale Findlayson nella sua remota vita terrestre forse aveva visto in sogno, un’Antilope con la testa regale, dorso di ebano, ventre argenteo e risplendenti corna diritte. Accanto ad essa col capo teso al suolo, con i verdi occhi che fiammeggiavano nelle orbite profonde, con la coda irrequieta che frustava l’erba secca, veniva una Tigre, dal ventre gonfio e dalla guancia cascante.
Il Toro si accosciò accanto al tempietto, ed ecco balzar fuori dall’oscurità una mostruosa Scimmia grigia, che sedette in posa umana al posto del simulacro crollato; e le stille di pioggia le sgocciolavano come gemme dal pelame del collo e delle spalle.
Altre ombre andavano e venivano, alle spalle del cerchio, e fra esse un uomo che brandiva un bordone e una fiasca. Poi un mugghio rauco eruppe da raso terra: «Già adesso la piena diminuisce» gridò. «Di ora in ora l’acqua cala, e il ponte è ancora su!» Il mio ponte disse Findlayson fra sé. Dev’essere un’opera molto antica, ormai. Che c’entrano gli Dèi col mio ponte? I suoi occhi si volsero nel buio, guidati dal mugghio. Un Coccodrillo, il Mugger del Gange, dal muso smussato, frequentatore dei guadi, si trascinò fin davanti agli animali, e frustava furiosamente a destra e a sinistra con la coda.
«L’hanno costruito troppo forte per me. In tutta questa notte non ho strappato che un pugno di tavole. I muraglioni sono in piedi. Le torri sono in piedi! Hanno imprigionato la mia corrente e il mio fiume non è più libero. O Celesti! Togliete questo giogo, datemi acqua libera fra riva e riva! Sono io, Mamma Gunga, che parlo. Giustizia degli Dèi! Mi appello alla Giustizia degli Dèi!» «Che cosa avevo detto io?» bisbigliò Peroo. «Questo è realmente un punchayet degli Dèi. Ora sappiamo che tutto il mondo è morto, meno voi ed io, sahib».
Di nuovo il Pappagallo stridette e sbatté le ali e la Tigre, con gli orecchi piatti sul cranio, ringhiò malvagiamente.
In qualche luogo, nell’oscurità, una grande proboscide e balenanti zanne dondolarono, e un gorgoglio sommesso ruppe il silenzio che era seguito al ringhio.
«Siamo qui» disse una voce profonda «noi, i Grandi. Uno solo e moltissimi.
Shiv, mio padre, è qui, con Indra. Kali ha già parlato. Anche Hanuman ascolta
».
«Kashi è senza il suo Kotwal, stanotte» gridò l’uomo dalla fiasca, scagliando il bordone al suolo, mentre l’isola risonava di latrati di cani da caccia. «Datele la Giustizia degli Dèi».
«Voi rimaneste immobili quando essi contaminarono le mie acque» urlò rabbioso il grande Coccodrillo. «Voi non faceste un solo gesto quando il mio fiume fu intrappolato fra i muraglioni. Non ebbi aiuto se non dalla mia forza, e non bastò, la forza di Mamma Gunga non bastò, davanti alle loro torri di guardia. Che cosa potevo fare? Ho fatto di tutto. Completerete ora voi, o Celesti?» «Io ho portato la morte; ho fatto galoppare da una capanna all’altra dei loro operai la malattia maculata, ed essi non smisero». Un asino macilento, dal naso fesso, azzoppato, con le zampe storte, piagato, si fece innanzi claudicando. «Io ho soffiato su loro la morte dalle mie narici, ma essi non smisero».
Peroo si sarebbe alzato, ma l’oppio pesava su di lui.
«Puah!» fece, sputando. «Ecco Sitala in persona… Mata, il vaiolo. Il sahib ha un fazzoletto, per metterselo sulla faccia?» «Aiuto da poco! Mi alimentarono per un mese di cadaveri, e io li scaraventai sulle mie barre di sabbia, ma il loro lavoro procedette. Demoni, sono, e figli di demoni! E voi avete lasciato sola Mamma Gunga a farsi schernire dai loro carri di fuoco. Giustizia degli Dèi sui costruttori di ponti!» Il Toro voltò in bocca il bolo e rispose lentamente: «Se la Giustizia degli Dèi colpisse tutti coloro che scherniscono le cose sacre, ci sarebbero molte are spente nel paese, madre».
«Ma questo va oltre lo scherno» disse la Tigre, protendendo la zampa rapace.
«Tu lo sai, Shiv, e voi anche, voi anche, Celesti; voi sapete che gli uomini hanno profanato Gunga. Questa cosa è certo di competenza del Distruttore.
Giudichi Indra
».
Senza il minimo movimento l’Antilope rispose: «Da quanto dura, il male?».
«Tre anni, al modo in cui gli uomini contano gli anni» rispose il Mugger appiattito al suolo.
«Madre Gunga muore dunque in un anno, che è tanto ansiosa di avere oggi stesso vendetta? Ancora ieri dove essa scorre c’era il mare, e nuovamente il mare la coprirà domani, secondo il modo che hanno gli Dèi di contare ciò che gli uomini chiamano tempo. Chi può dire che questo loro ponte duri sino a domani?» disse l’Antilope.
Ci fu un lungo silenzio e, placatosi il temporale, la luna piena apparve alta sopra gli alberi stillanti.
«Giudicate voi, dunque» disse torvo il Fiume. «Io ho detto la mia vergogna.
La mia piena continua a calare. Io non posso fare di più
».
«Per parte mia» parlava la grande Scimmia seduta nel tempietto «mi piace molto osservare codesti uomini, ricordando che anch’io costruii un ponte che non era da nulla, quando il mondo era giovane».
«Si dice, anche» ringhiò la Tigre «che codesti uomini provengano dalla rovina delle tue schiere, Hanuman, e che perciò tu hai aiutato…» «Essi faticano come le mie schiere faticarono a Lanka, e credono che la loro fatica durerà. Indra sta troppo in alto, ma tu, Shiv, sai come i loro carri di fuoco seguino tutto il paese».
«Sì, lo so» disse il Toro. «Su questo argomento i loro Dèi li istruiscono».
Una risata corse tutto intorno.
«I loro Dèi! Che cosa vuoi che sappiano, i loro Dèi? Sono nati ieri e coloro che li crearono non sono ancora freddi» disse il Mugger. «Domani i loro Dèi saranno morti».
«Oh!» disse Peroo. «Madre Gunga parla bene. Io ho detto la stessa cosa al padre sahib che predicava sul Mombasa, e lui chiese al Burra Malum di mettermi ai ferri per grave insolenza».
«Ma se fanno queste cose è certo per piacere ai loro Dèi» riprese il Toro.
«Niente affatto» asserì con enfasi l’Elefante. «È a profitto dei miei mahajum, dei miei grassi usurai che mi venerano ad ogni anno nuovo, quando disegnano la mia immagine in testa ai loro registri. Io, guardando da sopra la loro spalla alla luce della lampada, vedo che i nomi nei registri sono di persone in luoghi lontani. Ché tutte le città sono riunite dal carro di fuoco e il denaro viene e va rapidamente e i registri diventano grossi… come me. Ed io, che sono Ganesh della Buona Fortuna, io benedico le mie genti».
«Essi hanno mutato il volto del paese, che è il mio paese. Hanno ucciso e creato nuove città sulle mie rive» disse il Mugger.
«Non è che lo spostamento di un po’ di fango. Lasciate che il fango scavi nel fango, se così piace al fango» disse l’Elefante.
«Ma poi?» disse la Tigre. «Poi essi vedranno che Mamma Gunga non può vendicare gli insulti e dapprima trascureranno lei e poi tutti noi, uno dopo l’altro. Alla fine, Ganesh, noi resteremo con gli altari nudi».
L’Uomo ubriaco si alzò barcollando, con un violento singulto in faccia all’assemblea degli Dèi.
«Kali mentisce. Mia sorella mentisce. Questo mio bordone, inoltre, è il Kotwal di Kashi e le tacche segnate tengono conto dei miei pellegrini. Quando è tempo di venerare Bhairon (ed è sempre tempo) i carri di fuoco si muovono ad uno ad uno e ciascuno trasporta mille pellegrini. Questi non vengono più a piedi ma correndo sulle ruote, e la mia gloria è fatta più grande».
«Gunga, a Pryag io ho visto il tuo letto nero di pellegrini» disse la Scimmia, protendendosi «e se non fosse stato per il carro di fuoco sarebbero venuti più lentamente e meno numerosi. Ricorda».
«Essi vengono a me sempre» continuò Bhairon con voce impastata. «Mi prega giorno e notte, la Gente Comune dei campi e delle strade. Chi è simile a Bhairon, oggi? Che cosa sono queste ciarle di credenze che cambiano? Il mio bastone è il Kotwal di Kashi per nulla? Esso tiene i conti e dice che non ci sono mai stati tanti altari quanti ce ne sono oggi e che il carro di fuoco li serve bene. Bhairon, io sono. Bhairon della Gente Comune e il supremo fra i Celesti di oggi. E dice inoltre, il mio bordone…» «Silenzio, tu!» muggì il Toro. «La venerazione delle scuole è mia, e vi si parla con grande dottrina, e ci si chiede se io sia uno o molti, secondo il desiderio della mia gente, e voi sapete che cosa io sia. Kali, moglie mia, anche tu lo sai».
«Sì, lo so» disse la Tigre, che abbassò il capo.
«Io sono, anche, più grande di Gunga. Poiché voi sapete chi mosse l’animo degli uomini a ritenere Gunga un fiume sacro fra tutti. Chi muore in quell’acqua (voi sapete come dicono gli uomini) viene a noi senza punizione, e Gunga sa che il carro di fuoco ha portato a lei folle e folle di uomini ansiosi di questo; e Kali sa di avere solennizzato le sue più grandi feste in mezzo ai pellegrinaggi alimentati dai carri di fuoco. A Poree, sotto l’immagine che vi si trova, chi se ne falciò delle migliaia in un giorno e una notte e legò la malattia alle ruote dei carri di fuoco, affinché corresse da un capo all’altro del paese? Chi, se non Kali? Prima che ci fosse il carro di fuoco, questa era una gran fatica. I carri di fuoco ti hanno servito bene, Madre della Morte. Ma parlo per i miei altari, io, che non sono Bhairon della Gente Comune, ma Shiv. Gli uomini vanno e vengono, fabbricando parole e favoleggiando di strani Dèi, ed io ascolto. Credenza segue a credenza tra la mia gente delle scuole, ed io non me ne adonto; poiché, quando le parole sono state dette e la nuova favola è finita, gli uomini per ultimo tornano a Shiv».
«Vero. È vero» mormorò Hanuman. «A Shiv e agli altri, madre, essi tornano.
Io mi propago di tempio in tempio, nel nord, dove essi venerano un Dio solo e il Suo Profeta; e la mia immagine non tarda ad essere la sola nei loro templi
».
«C’è poco da ringraziarti» disse l’Antilope, volgendo lentamente il capo. «Io sono quell’Uno ed anche il Suo Profeta».
«Proprio così, padre» disse Hanuman. «E al sud vado io, che sono il più antico degli Dèi, secondo il modo in cui gli uomini conoscono gli Dèi, e tosto tocco gli altri della nuova fede e la Donna che noi conosciamo è scolpita con dodici braccia e ancora lo chiamano Maria».
«C’è poco da ringraziarti, fratello» disse la Tigre. «Io sono quella Donna».
«Proprio così, sorella; e vado ad ovest tra i carri di fuoco e mi presento ai costruttori di ponti in molte forme, e per me mutano le loro fedi e sono molto saggi. Ah! Ah! Io, in verità, sono il costruttore di ponti, ponti fra questo e quello, e ogni ponte porta inevitabilmente a Noi, per ultimo. Accontentati, Gunga. Né questi uomini, né quelli che li seguono ti scherniscono minimamente».
«Io sono sola, dunque, o Celesti? Ho da affrettarmi ad attenuare la mia piena che, per sventura, non mi capiti di trascinare via le loro muraglie? Indra intende inaridire le mie sorgenti tra i monti e farmi strisciare umilmente fra le loro scarpate? Debbo seppellirmi nella sabbia, prima ch’io rechi danno?» «E tutto ciò a causa di una sottile verga di ferro col carro di fuoco sopra. In verità, Mamma Gunga è sempre giovane!» disse Ganesh, l’Elefante. «Un bambino non avrebbe parlato più scioccamente. Lascia che il fango scavi il fango prima di tornar fango. Io so soltanto che la mia gente si arricchisce e mi loda. Shiv ha detto che gli uomini delle scuole non dimenticano; Bhairon è soddisfatto della sua Gente Comune; e Hanuman ride».
«Certo che rido» disse la Scimmia. «I miei altari sono pochi accanto a quelli di Ganesh o di Bhairon, ma i carri di fuoco mi portano nuovi adoratori che vengono di là dall’Acqua Nera: gli uomini che credono loro dio la fatica. Io corro davanti a loro facendo cenno, ed essi seguono Hanuman».
«Da’ loro la fatica che desiderano, allora» disse il Fiume. «Forma una barra di sabbia attraverso la mia piena e respingi l’acqua addosso al ponte. Un tempo a Lanka tu fosti forte, Hanuman. Chinati e solleva il mio letto».
«Chi dà vita può togliere vita». La Scimmia grattò nella mota col lungo indice. «Eppure, chi avrebbe vantaggio dallo sterminio? Sarebbero moltissimi a morire».
Dalla parte dell’acqua salì un frammento di canzone amorosa, una di quelle che i giovani cantano custodendo l’armento nelle calure meridiane della tarda primavera. Il Pappagallo gridò gioiosamente, spingendosi lateralmente lungo il ramo a testa bassa, via via che il canto si faceva più forte, e in una chiazza del chiar di luna apparve il giovane pastore, il beniamino dei Gopis, l’idolo delle fanciulle sognanti e delle madri in attesa di figli: Krishna, il Beneamato.
Egli si curvò per annodare i suoi lunghi capelli umidi e il Pappagallo svolazzò fin sulla sua spalla.
«Girovagare e cantare, cantare e girovagare» disse con un singulto Bhairon.
«Questo ti fa giungere tardi al concilio, fratello».
«E allora?» disse Krishna, con una risata, gettando indietro il capo. «Poco potete fare senza di me o senza il nostro Karma». Accarezzò il piumaggio del Pappagallo e rise di nuovo. «Perché siete qui adunati a parlare? Ho udito rumoreggiare nel buio Mamma Gunga e perciò mi sono affrettato a venire, da una capanna dove stavo nel tepore. E che cosa avete fatto a Karma che è così bagnato e silenzioso? E che cosa fa qui Mamma Gunga? Sono forse colmi i cieli, che dovete venire sguazzando nel fango come le bestie? Karma, che cosa stanno facendo?» «Gunga ha invocato vendetta sui costruttori di ponti, e Kali è dalla sua. Ora essa chiede a Hanuman di inghiottire il ponte, affinché il suo onore sia grande» strillò il Pappagallo. «Ho atteso qui, sapendo che saresti venuto, o mio signore!» «Ed i Celesti non hanno detto nulla? Gunga e la Madre dei Dolori li hanno ridotti al silenzio? Nessuno ha parlato in favore del mio popolo?» «Ma sì» disse Ganesh, appoggiandosi imbarazzato ora su un piede ora sull’altro; «io ho detto che si trattava soltanto di fango che gioca, perché dunque dovremmo calpestarlo e schiacciarlo?» «Io mi sono dichiarato contento di lasciarli faticare, molto contento» disse Hanuman.
«Come c’entravo io con la collera di Gunga?» disse il Toro.
«Io sono Bhairon della Gente Comune, e questo mio bastone è il Kotwal di tutta Kashi. Io ho parlato a favore della Gente Comune».
«Tu?» Gli occhi del giovane Dio lampeggiarono.
«Non sono forse il primo fra gli Dèi, sulle loro labbra oggi?» ribatté Bhairon imperterrito. «Per amore della Gente Comune io ho detto… moltissime cose sagge che ora ho dimenticate… ma questo mio bordone…» Krishna si volse spazientito, scorse il Mugger ai suoi piedi, e inginocchiatosi gli passò un braccio intorno al collo diaccio. «Madre» disse con dolcezza «torna alla tua piena. Queste cose non sono per te. Qual danno potrebbe arrecare al tuo onore codesto fango vivente? Di anno in anno tu hai rinnovato i loro campi, e la tua piena li ha resi forti. Alla fine verranno tutti a te. Quale bisogno c’è di ucciderli ora? Abbi pietà, madre, per poco… è solo per poco».
«Se è solo per poco…» cominciò l’ottusa bestia.
«Sono forse Dèi?» replicò Krishna con un riso e con gli occhi fissi negli occhi del fiume. «Sii certa che è solo per poco. I Celesti ti hanno ascoltata e presto giustizia sarà fatta. Ora, Madre, ritorna alla piena. Le acque sono fitte di uomini e bestiame, le rive crollano, i villaggi si sfasciano per opera tua».
«Ma il ponte, il ponte è in piedi». Il Mugger strisciò grugnendo nel sottobosco, mentre Krishna si rialzava.
«È finita» disse la Tigre, indispettita. «Non c’è più giustizia da parte dei Celesti. Avete fatto, di Gunga, vergogna e trastullo, eppure chiedeva appena qualche decina di vite…» «Della mia gente, che riposa sotto i tetti di foglie del villaggio laggiù; delle fanciulle, e dei giovani che cantano per le fanciulle nel buio; del bambino che nascerà il prossimo mese; di quello che è stato concepito stanotte» disse Krishna. «E quando tutto fosse fatto, qual pro? Il domani li rivedrà all’opera.
Sì, spazzassimo pur via il ponte dall’una all’altra cima, ricomincerebbero di nuovo. Ascoltami! Bhairon è sempre ubriaco. Hanuman beffa la sua gente con i nuovi enigmi
».
«Macché, sono antichissimi» disse la Scimmia ridendo. «Shiv ascolta i discorsi delle scuole e i sogni dei santoni; Ganesh non pensa che ai suoi grassi trafficanti; ma io… io vivo con questa mia gente, senza chiedere doni; e perciò ricevendone ad ogni ora».
«E sei pure molto tenero con la tua gente» disse la Tigre.
«È mia. Le vecchie mi sognano, rigirandosi nel sonno; le ragazze spiano e porgono l’orecchio se mai io sia presente quando vanno a riempire i loro lotah al fiume. Io cammino fra i giovani che attendono fuori della porta al crepuscolo, e oltre la spalla mando una voce alle barche bianche. Voi sapete, o Celesti, che, fra tutti noi, io solo cammino di continuo sulla terra e i vostri cieli non hanno attrattive per me, finché qui spunta una foglia verde o nel crepuscolo ci sono due voci fra le messi ancora ritte. Voi siete saggi, ma vivete assai lontani, dimenticando donde proveniste. Così invece io non dimentico. I carri di fuoco alimentano i vostri templi, voi dite? I carri di fuoco portano mille pellegrini là dove in passato ne venivano solo dieci? Vero. Questo è vero, oggi».
«Ma domani saremo morti, fratello» disse Ganesh.
«Silenzio!» disse il Toro, poiché Hanuman si protendeva di nuovo. «E domani, amato, che ne sarà del domani?» «Solo questo. Una parola nuova propagantesi lentamente di bocca in bocca fra la Gente Comune, una parola di cui né uomo né Dio può impadronirsi, una parola funesta, una indolente paroletta tra quelli della Gente Comune, e dirà (senza che alcuno sappia chi primo ha messo in giro la voce) che sono stanchi di voi, o Celesti».
Gli Dèi risero tutti insieme, piano. «E poi, amato?» dissero.
«E per nascondere quella stanchezza, essi, la mia gente, dapprima porteranno a te, Shiv, e a te, Ganesh, offerte più grandi e un più alto clamore di venerazione. Ma la parola si sarà diffusa e, in seguito, pagheranno minori tributi ai vostri grassi bramini. Quindi dimenticheranno i vostri altari; però con tanta lentezza che nessuno saprà dire come sia cominciato il loro oblio».
«Lo sapevo, lo sapevo! Io ho detto le stesse cose, ma non hanno voluto darmi ascolto» disse la Tigre. «Avremmo dovuto uccidere, avremmo dovuto uccidere!» «È troppo tardi, adesso. In principio, avreste dovuto uccidere, prima che gli uomini venuti da oltre il mare insegnassero qualcosa ai nostri. Ora la mia gente vede l’opera loro e se ne va pensosa. Non pensa affatto ai Celesti. Pensa al carro di fuoco e alle altre cose fatte dai costruttori di ponti, e quando i vostri preti tendono la mano chiedendo oboli, la gente dà poco, di malavoglia. Questo è l’inizio, fra uno o due o cinque o dieci uomini… perché io che cammino in mezzo alla mia gente, so che cosa c’è nel suo cuore».
«E la fine, Canzonatore degli Dèi? Quale sarà la fine?» domandò Ganesh.
«La fine sarà come il principio, o pigro figlio di Shiv! La fiamma si spegnerà sulle are e la preghiera sulle labbra, finché non diverrete piccoli Dèi di nuovo, Dèi della giungla, nomi sussurrati nella boscaglia e nelle caverne, dai cacciatori di topi e dagli accalappiacani: feticci, idoletti nel cavo dell’albero, insegna di villaggio, come eravate alle origini. Ecco la tua fine, Ganesh, e la tua, Bhairon… Bhairon della Gente Comune».
«È una cosa molto lontana» brontolò Bhairon. «Inoltre, è una bugia».
«Molte donne hanno baciato Krishna. Tutto ciò glielo hanno raccontato loro, per confortarsi il cuore all’arrivo dei capelli grigi, ed egli ha raccontato a noi la stessa favola» disse il Toro a mezza voce.
«I loro Dèi sono venuti e li abbiamo trasformati. La Donna, l’ho presa e le ho dato dodici braccia. Così traviseremo tutti i loro Dèi» disse Hanuman.
«I loro Dèi! Qui non si tratta dei loro Dèi, uno o trino, maschio o femmina. Si tratta della gente. Essa si muove, non gli Dèi portati dai costruttori di ponti» disse Krishna.
«Così sia. A un uomo, io ho fatto rivolgere preghiere al carro di fuoco, fermo e fumante; e quell’uomo non sapeva di adorare me» disse Hanuman, la Scimmia. «Essi cambieranno un po’ nome ai loro Dèi, solamente. Io guiderò i costruttori di ponti come sempre; Shiv sarà venerato nelle scuole da quelli che dubitano e disprezzano i propri simili; Ganesh avrà i suoi mahajun e Bhairon gli asinai, i pellegrini, i venditori di giocattoli. Beneamato, essi non faranno altro che cambiare i nomi; ed è cosa che abbiamo veduto mille volte».
«Certo non faranno altro che cambiare i nomi» fece eco Ganesh; «ma fra gli Dèi correva un moto di inquietudine».
«Cambieranno più che i nomi. Solo me non possono uccidere, finché la fanciulla e l’uomo si incontrano, finché la primavera segue alle piogge dell’inverno. Celesti, non per nulla ho camminato sulla terra. La mia gente non sa ancora ciò che sa; ma io, che vivo con essa, leggo nel suo cuore. Grandi Re, è già cominciato il principio della fine. I carri di fuoco gridano i nomi di nuovi Dèi, che non sono i vecchi sotto nomi nuovi. Ora, bevete e mangiate assai! Bagnate i vostri volti nel fumo delle are, prima che diventino fredde! Raccogliete i tributi e porgete orecchio ai cimbali e ai tamburi, Celesti, finché ci sono ancora fiori e canti. Nel modo in cui gli uomini misurano il tempo, la fine è ancora molto lontana; come sappiamo calcolarlo noi, la fine è oggi. Ho detto».
Il giovane Dio tacque, e a lungo i suoi fratelli rimasero a guardarsi l’un l’altro in silenzio.
«Questa mi torna nuova» bisbigliò Peroo all’orecchio del suo compagno.
«Però a volte, lubrificando le bronzine nella sala macchine del Goorkha, mi sono chiesto se i nostri preti fossero tanto sapienti… tanto sapienti. Viene giorno, sahib. Col mattino spariranno».
Una luce gialla si allargò nel cielo, e il timbro del fiume mutò col ritirarsi delle tenebre.
D’improvviso l’Elefante strombazzò forte come se un uomo lo avesse pungolato.
«Che Indra giudichi. Padre di tutti, parla tu! Che cosa ne pensi di quanto abbiamo udito? Krishna ha mentito realmente? Oppure…» «Voi sapete» disse l’Antilope alzandosi. «Voi sapete l’enigma degli Dèi.
Quando Brahm cessa di sognare, i Cieli e gli Inferi e la Terra scompaiono.
State tranquilli. Brahm sogna ancora. Krishna ha camminato troppo a lungo sulla terra, eppure lo amo ancora di più per la favola raccontata. Gli Dèi cambiano, beneamato, tutti, salvo Uno!
» «Sì, tutti salvo uno che mette amore nel cuore degli uomini» disse Krishna, annodando la cintura. «Basta aspettare un poco, e saprete se ho mentito».
«Basta aspettare un poco, in verità, come tu dici, e noi tutti sapremo. Torna alle tue capanne, beneamato, e reca gioia ai giovani, perché Brahm sogna ancora. Andate, figli miei! Brahm sogna. E fino al Suo risveglio, gli Dèi non muoiono».
«Da dove se ne sono andati?» disse il lascar, sbalordito, rabbrividendo un poco per il freddo.
«Lo sa Dio!» disse Findlayson. Ora il fiume e l’isola erano nella piena luce del giorno e non vi era impronta di zoccoli, o orma di belva, nella terra molle sotto il peepul. Soltanto un pappagallo strillava fra i rami, facendo cadere rovesci di gocce d’acqua nell’agitare le ali.
«Su! Siamo intirizziti dal freddo! È passato l’effetto dell’oppio? Potete muovervi, sahib?» Findlayson si alzò barcollando e si scrollò. La testa gli vacillava e gli doleva, ma l’azione dell’oppio era cessata, ed essendosi bagnata la fronte in una pozza, l’ingegnere Capo del Ponte di Kashi si chiese come era arrivato all’isola, quali probabilità di ritorno recasse il giorno e, soprattutto, come stava la sua opera.
«Peroo, ho dimenticato molte cose. Ero al piede della torre di guardia ad osservare il fiume; e poi… Ci ha travolti l’inondazione?» «No. Le barche hanno strappato gli ormeggi, sahib, e» (se il sahib aveva dimenticato l’oppio, Peroo era deciso a non ricordarglielo) «mentre si tentava di ormeggiarle di nuovo, mi è parso, ma era buio, che un cavo colpisse il sahib e lo rovesciasse in una barca. Dato che noi due, con Hitchcock sahib, abbiamo, si può dire, costruito il ponte, saltai anch’io nella barca, che è venuta di galoppo, si può dire, alla punta di quest’isolotto e, andando in pezzi, ci ha buttati a riva. Ho gridato forte quando la barca lasciò la banchina e senza dubbio Hitchcock sahib verrà a cercarci. Quanto al ponte, è morta tanta gente nel costruirlo, che non può cadere».
Un sole feroce, che estraeva tutto l’odore della terra acquitrinosa, era succeduto alla tempesta, e in quella luce chiara non c’era posto per ripensare ai sogni delle tenebre. Findlayson guardava fisso a monte, oltre l’abbaglio dell’acqua in movimento, fino a farsi dolere gli occhi. Non si scorgeva traccia delle sponde del Gange, e tanto meno della linea di un ponte.
«Siamo scesi parecchio» disse. «È un miracolo che non siamo annegati cento volte».
«È la parte minore del miracolo, poiché nessuno muore prima del suo tempo.
Io ho visto Sydney, ho visto Londra e venti grandi porti, ma
» Peroo guardò il tempietto bagnato e stinto sotto il peepul «non v’è uomo che abbia visto ciò che qui abbiamo visto».
«Che cosa?» «Il sahib ha dimenticato, oppure soltanto noi neri vediamo gli Dèi?» «Avevo un accesso di febbre». Findlayson continuava a spingere lo sguardo ansiosamente sulle acque. «Mi è parso che l’isola fosse piena di bestie e uomini che parlavano, ma non rammento. In quest’acqua, adesso, una barca può rimanere a galla, mi pare».
«Oh, oh! Allora è vero. Se Brahm cessa di sognare, gli Dèi muoiono! Adesso so, veramente, ciò che voleva dire. Una volta, anche, me lo aveva detto il guru; ma allora non capii. Adesso ho imparato».
«Che cosa?» disse Findlayson senza voltarsi.
Peroo proseguì come parlando a se stesso: «Sei… sette… dieci monsoni fa, ero di guardia sul castello di prua del Rewah, la nave più importante della Kùmpani, e c’era un grande tufàn, l’acqua verde e nera ci sbatteva; ed io mi tenevo forte al passerino, boccheggiando sotto le ondate. Allora pensai agli Dèi, a Coloro che vedemmo stanotte» e scrutò con curiosità il dorso di Findlayson, ma il bianco spingeva lo sguardo sulla piena. «Sì, dico, a Coloro che vedemmo la scorsa notte, e Li invocai, che mi proteggessero. E mentre pregavo, sempre stando in vedetta, venne un maroso e mi scaraventò avanti sull’anello della grande ancora nera di prua, ed il Rewah salì, sempre più in su, facendo una sbandata a sinistra, e l’acqua si ritirò da sotto l’estrema prora, ed io rimasi steso sulla pancia, afferrato all’anello, e guardando giù in quelle grandi profondità. Allora pensai, di faccia alla morte stessa, che se mollavo morivo, e per me né il Rewah, né il mio posto accanto alla cambusa dove si cuoce il riso, né Bombay, né Calcutta, neppure Londra, sarebbero più esistiti per me. Come posso essere certo dissi che gli Dèi ai quali rivolgo la mia preghiera se ne preoccuperanno minimamente? Questo pensai, ed il Rewah si abbatté con l’estrema prora come cade un martello, e tutto il mare venne a bordo e mi trascinò all’indietro lungo il castello di prua e dall’alto di questo in coperta, e mi ammaccai malamente uno stinco contro la macchina del verricello: ma non sono morto ed ho visto degli Dèi. Sono buoni per i viventi, ma per i morti… L’hanno dichiarato Essi stessi. Perciò, quando arrivo al villaggio, picchierò il guru che va cantando enigmi che non sono enigmi.
Quando Brahm smette di sognare, gli Dèi se ne vanno
».
«Guarda a monte. La luce acceca. Non c’è un fumo, laggiù?» Peroo fece solecchio con le mani. «Che uomo accorto e pronto! Hitchcock sahib non si è fidato di una barca a remi. Si è fatto prestare la lancia a vapore del Rao sahib e viene a cercarci. Io ho sempre detto che in cantiere occorreva una lancia a vapore».
Il territorio del Rao di Baraon era a sedici chilometri dal ponte; buona parte dello scarso tempo libero, Findlayson e Hitchcock l’avevano trascorsa giocando a biliardo o andando a caccia di antilopi nere con il giovane principe. Questi era stato affidato per cinque o sei anni a un istitutore inglese di gusti sportivi, ed ora stava regalmente dilapidando le rendite accantonate durante la sua minore età dal Governo indiano. La sua lancia a vapore, con la battagliola argentata, la tenda di seta a strisce e i ponti di mogano, era un nuovo trastullo che Findlayson si era molto infastidito di avere fra i piedi allorché il Rao veniva in visita al cantiere.
«Gran fortuna» mormorò Findlayson, ma era ugualmente pieno di paura, chiedendosi che nuove potessero esserci del ponte.
Lo sgargiante fumaiolo bianco e azzurro si avvicinava a vista d’occhio scendendo la corrente. I due uomini videro Hitchcock a prua, armato di binocolo, col viso eccezionalmente pallido. Allora Peroo gettò un grido e la lancia fece prua sull’isolotto. Il Rao sahib, in tenuta da caccia di tweed e turbante di sette colori, agitò la sua regale mano, e Hitchcock gridò. Ma non ebbe bisogno di chiedere nulla, perché la prima domanda di Findlayson fu per il suo ponte.
«Tutto bene! Dio. non speravo più di rivedervi, Findlayson. Siete sette koss12 a valle. Sì, non si è mossa una pietra, in nessun punto; ma come state? Mi sono fatto prestare la lancia dal Rao sahib, il quale ha avuto la bontà di venire con noi. Saltate a bordo».
«Ah, Finlinson, state proprio bene, eh? Era un flagello senza precedenti la notte scorsa, eh? Il mio palazzo reale, anche lui, fa un’acqua del diavolo, e pure il raccolto sarà scarso su tutto il mio territorio. Ora la ricondurrete indietro voi, Hitchcock. Io… io non m’intendo di macchine a vapore. Siete bagnato? Avete freddo, Finlinson? Ho delle cose da mangiare, qui, dovete bere un buon bicchiere di qualcosa».
«Vi sono immensamente grato, Rao sahib. Credo che mi abbiate salvato la vita. Come ha fatto Hitchcock…» «Oh, oh! Aveva i capelli ritti. Venne da me a cavallo nel mezzo della notte e mi tolse dalle braccia di Morfeo. Ero molto sinceramente preoccupato, Finlinson, è così sono venuto anch’io. Il sommo sacerdote in questo preciso istante è arrabbiatissimo. Bisogna che andiamo presto, signor Hitchcock. Per 12 Misura indiana di lunghezza variante fra i 2,5 e i 5 km (N.d.T.).
le dodici e quarantacinque debbo essere al tempio di Stato, dove consacriamo non so quale nuovo idolo. Se non fosse per questo, vi avrei pregato di passare la giornata con me. Sono seccature maledette, queste cerimonie religiose, Finlinson, eh?
» Peroo, ben noto all’equipaggio, si era impossessato della barra e governava abilmente contro corrente. Ma nel governare, mentalmente maneggiava mezzo metro di cavo metallico sfilacciato; e la schiena su cui picchiava era quella del suo guru.

Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  The Bridge Builders, 1898
  Il fantastico quotidiano
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