Egon SchieleNel tracciare il bilancio di una vita intera dedicata alla logica, alla filosofia e, soprattutto, alla strenua difesa della pace mondiale, l’ultimo atto pubblico di uno dei più grandi intellettuali del Ventesimo secolo si configurò come un lucido e inequivocabile monito contro l’ingiustizia e la guerra. A novantasette anni, con un corpo ormai fragile ma una mente ancora affilata come un rasoio, Bertrand Russell decise di intervenire su uno dei teatri di conflitto più complessi e dolorosi del dopoguerra: il Medio Oriente. Non lo fece con lo spirito del diplomatico incline al compromesso o del politico calcolatore, ma con l’urgenza morale di chi riconosce l’asimmetria del potere e la sofferenza degli innocenti. La sua analisi si discostava nettamente dalla narrativa dominante nei paesi occidentali, che tendeva a giustificare incondizionatamente le azioni militari di Israele in virtù del senso di colpa storico per la Shoah. Russell, che era stato uno dei primi e più accaniti oppositori del nazifascismo e che aveva speso gran parte della sua vita a combattere l’antisemitismo, non esitò a denunciare l’uso strumentale della tragedia ebraica per legittimare l’espropriazione e l’oppressione di un altro popolo. La sua visione, scevra da ogni fanatismo, si concentrava sui fatti nudi e crudi: l’occupazione militare, i bombardamenti sui civili e la tragedia dei rifugiati, elementi che, secondo lui, avrebbero inevitabilmente condannato la regione a un ciclo infinito di violenza e vendetta se non affrontati alla radice.

L’ultimo messaggio di Bertrand Russell. Questa dichiarazione sul Medio Oriente è datata 31 gennaio 1970 ed è stata letta il 3 febbraio, il giorno dopo la morte di Bertrand Russell, in occasione di una conferenza internazionale di parlamentari tenutasi al Cairo. L’ultima fase della guerra non dichiarata in Medio Oriente si basa su un profondo errore di valutazione. I bombardamenti in profondità nel territorio egiziano non convinceranno la popolazione civile ad arrendersi, ma rafforzeranno la sua determinazione a resistere. Questa è la lezione di ogni bombardamento aereo. I vietnamiti, che hanno sopportato anni di pesanti bombardamenti americani, hanno risposto non con la capitolazione, ma abbattendo un numero ancora maggiore di aerei nemici. Nel 1940 i miei connazionali resistettero ai bombardamenti di Hitler con unità e determinazione senza precedenti. Per questo motivo, gli attuali attacchi israeliani falliranno nel loro scopo essenziale, ma allo stesso tempo devono essere condannati con forza in tutto il mondo. L’evoluzione della crisi in Medio Oriente è al tempo stesso pericolosa e istruttiva. Da oltre 20 anni Israele si espande con la forza delle armi. Dopo ogni fase di questa espansione, Israele ha fatto appello alla ragione e ha suggerito negoziati. Questo è il ruolo tradizionale della potenza imperiale, perché desidera consolidare con la minima difficoltà ciò che ha già preso con la violenza. Ogni nuova conquista diventa la nuova base del negoziato proposto dalla posizione di forza, che ignora l’ingiustizia dell’aggressione precedente. L’aggressione commessa da Israele deve essere condannata, non solo perché nessuno Stato ha il diritto di annettere territori stranieri, ma perché ogni espansione è un esperimento per scoprire quanta ulteriore aggressione il mondo tollererà. I rifugiati che circondano la Palestina a centinaia di migliaia sono stati descritti di recente dal giornalista di Washington I.F. Stone come «il macigno morale al collo dell’ebraismo mondiale». Molti dei rifugiati sono ormai ben oltre il terzo decennio della loro precaria esistenza in insediamenti temporanei. La tragedia del popolo palestinese è che il loro paese è stato ceduto da una potenza straniera a un altro popolo per la creazione di un nuovo Stato. Il risultato è stato che centinaia di migliaia di persone innocenti sono state rese permanentemente senza casa. Con ogni nuovo conflitto il loro numero è aumentato. Per quanto tempo ancora il mondo è disposto a sopportare questo spettacolo di crudeltà gratuita? È chiarissimo che i rifugiati hanno tutto il diritto alla patria da cui sono stati cacciati, e la negazione di questo diritto è al centro del conflitto in corso. Nessun popolo al mondo accetterebbe di essere espulso in massa dal proprio paese; come si può pretendere che il popolo palestinese accetti una punizione che nessun altro tollererebbe? Un insediamento permanente e giusto dei rifugiati nella loro patria è un ingrediente essenziale di qualsiasi soluzione autentica in Medio Oriente. Ci viene spesso detto che dobbiamo provare compassione per Israele a causa delle sofferenze subite dagli ebrei in Europa per mano dei nazisti. Non vedo in questo suggerimento alcun motivo per perpetuare alcuna sofferenza. Ciò che Israele sta facendo oggi non può essere giustificato, e invocare gli orrori del passato per giustificare quelli del presente è una grave ipocrisia. Non solo Israele condanna un vasto numero di rifugiati alla miseria; non solo molti arabi sotto occupazione sono condannati al regime militare; ma Israele condanna anche le nazioni arabe, uscite solo di recente dallo status coloniale, a un continuo impoverimento, poiché le esigenze militari hanno la precedenza sullo sviluppo nazionale. Tutti coloro che vogliono vedere la fine dello spargimento di sangue in Medio Oriente devono assicurarsi che qualsiasi accordo non contenga i semi di futuri conflitti. La giustizia richiede che il primo passo verso un accordo sia il ritiro israeliano da tutti i territori occupati nel giugno 1967. È necessaria una nuova campagna mondiale per aiutare a portare giustizia al popolo del Medio Oriente, da tempo martoriato. Bertrand Russell, 31 gennaio 1970.

Questo testamento politico, letto in un’aula silenziosa il giorno successivo alla sua scomparsa, ha risuonato attraverso i decenni con una profetica e tragica precisione. Russell aveva individuato con estrema chiarezza la dinamica tossica che si instaura quando il diritto internazionale viene sistematicamente ignorato in nome della realpolitik o della forza militare. Il paragone con la resistenza britannica contro Hitler e quella vietnamita contro gli Stati Uniti non era un artificio retorico, ma la constatazione di una legge antropologica universale: l’oppressione violenta non genera sottomissione, ma alimenta una resistenza altrettanto accanita. L’ipocrisia dei negoziati proposti sempre a posteriori, dopo aver alterato sul campo le condizioni territoriali e demografiche, è una tattica che mina alla base qualsiasi possibilità di pace duratura, perché converte la diplomazia in uno strumento di ratifica dell’abuso. La condanna di Russell non era mossa da animosità verso lo Stato ebraico, ma dalla profonda convinzione che nessuna nazione possa fondare la propria sicurezza sull’esilio permanente e sulla miseria di un’altra. Il ritiro dai territori occupati, indicato come prerequisito ineludibile, non era concepito come una punizione, ma come l’unico atto in grado di disinnescare la bomba a orologeria piantata nel cuore del Medio Oriente. A più di cinquant’anni dalla stesura di queste parole, la loro validità logica ed etica rimane intatta, testimoniando la statura di un filosofo che non ha mai esitato a mettere la propria immensa autorità intellettuale al servizio degli ultimi, denunciando l’arroganza del potere ovunque essa si manifestasse, anche a costo di sfidare le narrazioni più consolidate del suo tempo.

Glossario
Crediti
 Bertrand Russell
 L'ultimo messaggio
  Dichiarazione pubblica letta postuma il 3 febbraio 1970.
  Pubblicazione in Italia: si ritrova in raccolte edite a partire dai primi anni '70
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