⋯
‹em>Sa che ore sono, per piaser?Le sei in punto dico, e fa buio già da mezz’ora. Si spegne il motorino. Grazie fa la voce cantilenante. Deve avere non più di quindici anni. Ha messo il piede sulla staffa, mano e gomito imprimono al buio il balenio del movimento di accensione sulla manopola, sta per partire, il motorino si riaccende. Dài, se lo tiri fuori che ci scaldiamo un po’ dice tutto d’un fiato, pronto a fuggire. Eccolo qua dico e lo infilo in uno strappo della rete. Il ragazzo smonta dal motorino, si sbottona la patta, comincia a parlare in dialetto veneto rompendo le frasi, ansando delle corte oscenità come se stesse recitandole per la prima volta e a memoria. Mi scappa una risatina, l’eccitazione si ferma a metà, non mi piacciono i ragazzini, e poi quei pungiglioni di fil di ferro vivi intorno al cazzo, una corona di spine. Gli sussurro quelle che lui crede siano sporcacciate da adulto, ce lo succhiamo a vicenda, io un po’ perplesso dalla goccia di acqua di colonia presa certo alla mamma ma solidale con le convinzioni teneramente buffe che ci si fa alla sua età sulla pulizia personale; lo sento gemere lì in piedi, teso con tutto il corpo contro la rete metallica, respirando il lieve gas del motorino mantenuto acceso, e adesso vuole baciarmi attraverso un rombo di rete, il sapore della brina sulla ruggine fra le lingue, inondo la mia bocca di saliva a fiotti, il ragazzo ha un lungo, rigido singulto, si aggrappa con le mani alla rete, la fa tremare con violenza, quanta energia repressa si scarica in quel bacio fra prigionieri. Subisco come una marionetta attento a recitare bene fino in fondo, a lasciargli o un piacevole ricordo o nessun ricordo, solerte e non partecipe. Mi dica quando ripassa, la prego, la scongiuro, mi chiamo Pierluigi mi fa. Domenica? Lunedì? Io abito laggiù… laggiù… Deve essere un casolare laggiù, o l’orizzonte mentale della solitudine. Sì sono stato anch’io così: fremente, col cuore in subbuglio, declinavo a tutto spiano le mie generalità a ombre al di là di qualcosa, mi accontentavo di tutto per innamorarmi di qualcosa, supplicare un appuntamento, avere un desiderio da versare oggi dentro domani, e sono andato a tutti gli appuntamenti che mi davo con la falsa complicità di adulti scettici, o già indifferenti. Niente mi deludeva sino al punto di non cadere nella stessa trappola che mi tendevo un istante dopo esserne uscito. Ero troppo pudico per parlare d’amore, sproloquiavo sul sesso, che facevo ancorandovi rabbia, disperazione, bisogno di essere amato e desiderio di vendetta, di rivalsa sociale e di altri laggiù. Il mio cazzo era il perfetto diagramma del mio cervello, erano fusi e intimamente alieni, in guerra. Debordavo oltre me e non c’era limite che l’intelligenza o l’evidenza dei fatti potessero inventare per arginare la mia astrattezza animale. Ero preda di una fantasia delirante, morivo dietro a un alone di realtà che provasse per me un briciolo di simpatia ma mi accontentavo anche di chi sapesse simulare un interessamento perché pensava che era l’unico modo di farmi smammare. E adesso queste persone intorno a me, questo ordine raggiunto perché accettato nel suo essere posticcio e di comodo, questa pienezza intellettuale scissa dalle belle sragioni della voglia, questa realtà in cui io mi sento sufficiente a me stesso è molto meno concreta di quelle ombre e di quel caos furtivo. Ma non la cambierei più. E lancio all’inseguimento di quella schiena sopra la gemma rossa del motorino in fuga una benedizione incolume, un vento amoroso che avvolga il ragazzo e gli dia il calore che continuerà a sognare, lo protegga da quelli come me, lo ami in sé. Sì, sono commosso, ma da me, non da lui, e dalla facile saggezza del vinto.

Crediti
 • Aldo Busi •
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