Sacerdoti e alternativa: la chiamata alla coerenzaIn un mondo che sembra aver smarrito la bussola del sacro, dove il relativismo detta legge e la fede viene spesso relegata alla sfera privata di un sentimento soggettivo, la figura del sacerdote si staglia come un segno di contraddizione necessario e vitale. Non è un manager del sacro, né un assistente sociale con qualche motivazione in più, ma un uomo che ha accettato di essere espropriato di se stesso per diventare trasparenza di Cristo. Questa espropriazione non è una perdita, ma un guadagno infinito, poiché permette di entrare in una dimensione di esistenza dove l’io non è più il centro gravitazionale, ma diventa orbita attorno al Sole della verità divina. Tuttavia, la tentazione di mimetizzarsi, di diluire la propria identità per non urtare la sensibilità moderna o per non apparire anacronistici, è forte e insidiosa. Spesso si crede che per essere accolti dal mondo bisogna diventare come il mondo, adottarne il linguaggio, le mode, i criteri di giudizio. Ma questo è un errore tragico, perché il mondo non ha bisogno di un’altra copia sbiadita di se stesso; ha bisogno di un’alternativa reale, di qualcuno che gli mostri che un’altra vita è possibile, una vita non dominata dalla logica del profitto e del piacere effimero, ma dalla logica del dono e dell’eterno.

Non ci siamo forse tutti quanti abituati agli standard del mondo occidentale, ritenendo assolutamente normale pretendere di vivere anche noi conformemente ad essi? Certo, grazie a Dio, oggi sono comuni espressioni come vivere in modo diverso, ricercare stili di vita alternativi: ma quando si arriva al dunque, quando cioè è lo stile di vita cristiano che si propone come alternativa, allora ce ne veniamo fuori con tutti i luoghi comuni su ciò che oggi va considerato come normale e misconosciamo che l’alternativa potrebbero essere le beatitudini, la fede della Chiesa e lo stile di vita fondato sulla fede, alternativa che davvero ci tocca nella carne e che dovremmo accettare perché la fede divenga credibile. E le persone attendono qualcuno che sia loro di esempio nel credere, perché anche per loro sarebbe bello poter di nuovo credere, se potessero di nuovo osare credere che c’è un Dio, che c’è un Cristo che mi ama fino all’ora della mia morte. Una volta Albert Camus ha detto: Je n’aime pas le prêtres anticléricaux (non amo i preti anticlericali); proprio lui, l’anticlericale. E tuttavia voleva uomini integrali. Non voleva chi, per così dire, minimizza ciò che gli è proprio e dice all’altro: Non prenderlo troppo sul serio, anch’io non lo faccio. Appartengo anch’io a questo mondo di oggi. Cercava l’uomo integrale, chi è se stesso e chi è fedele a ciò che è. Questo è quello che ci chiede non solo il Vangelo, ma proprio questo tempo che cerca alternative. Dovremmo nuovamente avere di più il coraggio di mettere da parte questa civetteria. Tutti abbiamo un po’ civettato con questo prêtre anticlérical, abbiamo giocato con la figura del prete anticlericale. Il sacerdote deve avere il coraggio di essere integralmente tale, di essere fedele a quella alternativa che egli stesso rappresenta e di testimoniarla. Rientra in questa sfera – non ci piace sentirlo, lo so – anche l’ammonimento del Papa sull’obbligo che ha il sacerdote di essere riconoscibile, grazie anche al suo abbigliamento. Nel 1968 a Tubinga ho vissuto in prima persona la rivolta degli studenti ed è stato stimolante osservare come quei giovani che rifiutavano i loro padri e il mondo nel quale erano cresciuti, lo evidenziavano drammaticamente anche nel loro modo di vestire: perché sapevano che quel che si è, si deve anche mostrarlo, è necessario che trovi una sua espressione. E poi molto presto ci sono stati dei simpatizzanti che ugualmente davano grande valore all’apparire con la barba e altri segni di quel tipo! Credo che ci sia in questo qualcosa d’importante: una posizione che ci interessa non può rimanere solo interiore, deve anche mostrarsi, apparire. Chi si nasconde non testimonia e non infervora gli altri, perché si deve presumere che egli stesso dubiti del fatto che quello che a suo tempo ha fatto proprio continui a rimanere la cosa giusta e valga ancora la pena di essere vissuto. In questo contesto il Papa ha scritto alcune pagine molto interessanti sul tema dell’aggiornamento. Ci ricorda le grandi figure sacerdotali della modernità: Vincenzo de’ Paoli, Giovanni di Dio, il Curato d’Ars, Massimiliano Kolbe. Ognuno di loro era diverso dagli altri, era figlio del suo tempo e ha annunciato il vangelo nel suo tempo, con quella forza caustica e risanante che esso stesso possiede e che deve di volta in volta curare ferite diverse. Da questo punto di vista essi hanno aggiornato il vangelo, ne hanno fatto un vangelo del loro tempo; ma non nel senso che si sono camuffati o che hanno elaborato tattiche, bensì – come dice il Papa – nel senso che ciascuno ha dato una risposta originale al vangelo, perché ognuno, rimanendo sé stesso, ha lottato nel suo intimo con il vangelo e con il Signore trovando la sua personale risposta, che poi è stata la risposta del vangelo nel cuore di quel tempo. Chi vuole usare dell’io di Gesù Cristo, deve credere. E chi crede, prega. E chi prega, testimonia. E chi testimonia, vive di ciò che testimonia. Per questo il Papa dice: siate pastori, non stipendiati. Non come quelli che calcolano quante ore restano per sé e per le proprie occupazioni private. Questo sono costretti a farlo quelli per i quali il lavoro sta accanto alla loro vita. Ma l’essere sacerdoti non è qualcosa che dobbiamo costruire accanto alla nostra vita come fosse un nostro possesso, è la nostra stessa vita. E non c’è compito più grande che essere testimone dell’amore di Gesù Cristo.

L’identità sacerdotale, dunque, non è un abito che si indossa per il servizio liturgico e si dismette quando si torna a casa, ma è una configurazione ontologica, un marchio impresso nell’anima che permea ogni respiro, ogni sguardo, ogni relazione. Essere segregati per il Vangelo, come diceva San Paolo, non significa isolarsi in una torre d’avorio, ma essere messi a parte per essere totalmente donati. È la logica del chicco di grano che muore per portare frutto. Se il sacerdote cerca di salvare la propria vita privata, di ritagliarsi spazi di autonomia borghese dove Dio non entra o entra solo come ospite gradito ma non come padrone, egli tradisce la sua vocazione alla radice. La radicalità evangelica è l’unica risposta credibile al vuoto di senso che attanaglia la nostra epoca. I santi che abbiamo citato non hanno cercato di essere moderni a tutti i costi; hanno cercato di essere santi, e proprio per questo sono diventati attuali, eternamente contemporanei ad ogni generazione. Massimiliano Kolbe non ha fatto sociologia nel bunker della fame ad Auschwitz; ha portato la luce di Cristo nell’abisso più nero dell’umanità, offrendo la sua vita. Il Curato d’Ars non ha organizzato convegni pastorali, ma ha consumato la sua esistenza nel confessionale, diventando il medico delle anime per migliaia di pellegrini. Questa è la forza che vince il mondo: non l’adeguamento, ma la trasfigurazione. Il sacerdote è chiamato a essere il sale della terra, e se il sale perde il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato. Oggi più che mai c’è bisogno di questo sapore forte, inconfondibile, di uomini che abbiano il coraggio di dire a Dio con la totalità del loro essere, senza riserve e senza calcoli, mostrando al mondo che la follia della croce è più saggia della sapienza umana e che la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini.

Glossario
Crediti
 Joseph Ratzinger
 Opera Omnia
  Capitolo: Il coraggio di essere sacerdoti
  Data di pubblicazione: Giugno 2013
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