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Una società gaudente, ludica, stupidamente euforica, arrogantemente dimentica dell’angoscia del morire, mollemente immersa nel regime di simulazione delle ombre sintetiche, delle immagini autoreferenziali interamente digitalizzate; una società che nella panacea della visibilità elettronica, nell’idealismo assoluto di un mondo divenuto finalmente identico alla propria rappresentazione, nella vertigine esangue del virtuale – immagine partoritasi da sé e non da un corpo travagliato a cui deve comunque rimandare, a cui dovrà pur ritornare – s’illude di poter mettere a morte la morte, di potersi emancipare una volta per tutte dal lugubre, luttuoso lavoro di sopravvivenza attraverso l’immagine, quel lavoro iniziato da nostri progenitori, millenni or sono, in un mondo popolato da ombre di belve e di avi defunti, tutti assetati del loro sangue caldo di viventi.

Crediti
 • Antonio Scurati •
 • Dal tragico all'osceno •
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