Fare finta di sognare

 ⋯ Metteva però un po’ a disaggio vedere Julián che dormiva, perché precisamente non dormiva; era solo sospeso in questa realtà perché aveva delle altre incombenze. Egli non aveva i cicli circadiani come noi comuni mortali vincolati a questa onda mareale per un numero finito di volte, anche perché non ci riusciva per via della gente troppo materiale e che non sta attenta che esiste una scappatoia all’accumulo dell’inutile. Julián aveva una strategia per depistare i telepatici e cioè mentre faceva finta di dormire, faceva anche finta di sognare e così se riuscivano a vedere il suo sogno si trattava solo di un diversivo per intrattenere questi curiosi mentre egli sbrigava cose assai più serie che nessuno di noi siamo tenuti a sapere – secondo lui – anche perché neanche lui sapeva veramente perché il suo libero arbitrio si inventava questo percorso. Ma era evidente che tutto era ciò che accadeva e niente era vero all’infuori di ciò che produceva un evento davanti agli occhi; le cose non potevano essere cambiate perché le forze, anche se corrotte, erano maggiori di tutte le ragioni che potevano anche nascere dalle viscere dello stomaco vuoto della ragione di esistere. Egli si muoveva al compasso, nel senso di una traiettoria – e non necessariamente curva – che si segue, determinata da cause o spinte laterali da interazioni randomiche e il suo parere – o azione – non poteva alterare lo stato delle cose; la sua fisicità faceva ridere così come lo erano le sue opinioni. Erano tutti contenti e sazi, gli altri, con pantofole ben imbottite di lana caprina con la sicurezza che la loro materialità rappresentasse un emblema alla loro persona, quando era invece il senso delle cose che doveva essere messo in risalto. Comunque era questo il risultato di una società dedita a consacrare il sè stesso, non egli stesso ma quello che gli altri accettano come canone per sé stessi, alla totale perdita di tempo tenendo la poca capacità di raziocinio occupata in una illusione della loro triste futile maschera ben cipriata. Ma non era questo che stavo pensando prima e menomale che Julián è assente come l’ombra di mezzo giorno e neanche si muove per quanto dorme, altrimenti mi avrebbe richiamato per aver osato di intrometterlo nei mei pensieri. Egli ha i cicli circaceleriani – una delle altre parole che si inventa per far finta di credere che non le sa le cose e che certe cose ancora non siamo in grado di sostanziarle – e mi spiegava che era il ciclo o il tempo che impiegava la luce – celeritas – nel percorrere tutto lo spazio a noi noto a occhio nudo; non so esattamente quanto sarebbe ma in anni luce sono diversi e sono molto più lunghi dei nostri mortali cicli circadiani che durano circa 24 ore tra buio e luce, che invece gira intorno a noi. Egli non aveva problemi per le dimensioni: passava da una all’altra senza fatica. E come prospettiva, mi disse che la relatività era solo un film che l’industria cinematografica aveva messo in piede per dare una illusione di vita bella in mezzo alla porcheria che avevano intorno nella allora ricostruzione postbellica. Quante cazzate mi raccontava Julián e non ero sicuro di credere non a quello che diceva, perché sembrava vero, ma a quello che sarebbe impossibile aver vissuto, visto che non si trattava di un contesto definito e preciso ma a cazzo, tirato così all’aria e gli veniva fuori una roba che disturbava i lieti pensieri per quanto erano così crudeli e corporei che veniva voglia di mandarlo affanculo diverse volte di seguito, insieme a tutta la sua storia di merda. Tanto, lui era imperturbabile e magari si starà facendo qualche risata in qualche dimensione forse per domani o magari l’ha già vista ieri prima di svegliarmi oggi, prima d’incontrarlo.
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