Principio di indeterminatezza

 ⋯ Non c’era verso. Quando Julián dorme è impercettibile: fa anche paura se lo si fissa perché apparentemente non respira e se lo pizzichi non si muove; resta secco e dopo un poco si mimetizza con l’ambiente che lo circonda, come difatti stanno facendo in questo momento le vespe, frugando nell’orifizio del suo naso alla caccia di qualche nutrimento diversamente proteico. Cerco di allontanarle, perché sono in tre che si disputano il buco – e guarda caso solo uno – per evitarli qualche fortuita infiltrazione, da questi animati insetti, e anche per evitare qualche suo eventuale richiamo per essere stato indifferente nei suoi confronti quando i suoi sensi se ne erano andati a spasso. A una di quelle vespe, mi sembra, che non è piaciuta la mia mossa e mi gira agilmente intorno al mio orecchio facendomi sentire come è brava a produrre certi suoni snervanti. Mi agito un poco e mi allontano per non fare rumore, anche perché ero l’unico che si sentiva al giro per la calma che regnava; la ghiaia si urtava tra di sé sotto ai miei piedi per i miei passi svelti mentre mi dirigevo alla cannella per bere un po’ d’acqua e la vespa di prima, insieme ad un’altra, mi seguivano incuriosite, anche perché ero l’unica attrazione per loro giacché tutto era fermo, immobile, ma non così immobile come Julián che da questa distanza sembrava un tronco abbandonato da tanto tempo, lasciato a marcire con le cinque sei formiche che avevano già preso possesso degli arti inferiori per segnalare al resto dei loro collaboratori una nuova frontiera da analizzare e altri due vespe – oltre a quelle che mi stanno vicino – che verificano, con un’ispezione aerea, la fattibilità di costruire un favo per il loro piccoli. Da sotto la ficaia, veniva un vento fresco e portava con se non solo i profumi vegetali dalla valle ma ogni tanto percepivo un leggero odore acre che di rimbalzo, quando il vento sterzava, arrivava alla mia attenzione; non poteva provenire da Julián, perché era di sopra e poi in quella zona non tirava il vento, ma da qualche parte oltre il confine della proprietà di Lucio e Chiara. Scendo in direzione dell’intermittente cattivo odore, anche perché non avevo niente da fare, e seguendo il sentiero a strati di sassi – passando dalla casetta per gli attrezzi, dove di sotto c’è un cancellino di legno – ho trovato la conferma alla mia ipotesi che si trattava di qualcosa di inconsueto e i vicini non c’entravano niente con questa evenienza. L’odore era indistintamente marcio – nessuno era danese – e diversi commensali erano già ordinatamente disposti per beneficiarsi del marciume che, sfortunatamente per il marcio, avevano una ragion di metodo – il marcio deve lasciare posto a chi di destino l’occuperà; il topino di campo, lasciato morto dalla gatta di Eva – la vicina di Chiara – ormai aveva le budella saggiamente disseminate intorno da chi si era appropriato del boccone più sostanzioso, mentre il Sole continuava a favorire la cottura a fuoco lento per quelle creature più piccole, attratte dal odore crespo delle sue molecole. Di solito quando i gatti quando vanno dietro ai topi sarebbe per un motivo naturale, classificabile come istinto, ma questa vecchia gatta di Eva – sterilizzata da quando in paese si vedevano solo la sua prole, con l’orecchio destro nero – inseguiva i topi per noia, anche perché era sempre sazia; non si muoveva tanto bene, e quando lo faceva ti faceva capire che lo faceva per mantenersi in forma, ma subito dopo lo scatto di agilità, che contraddistingue un felino di ridotte dimensioni, si avvicinava facendo la gatta morta perché sapeva che dopo, la Eva, gliel’avrebbe data, la carezza sulla sua testolina vibrante dalle fusa, con un po’ di latte nella sua ciotolina. I topi, come gli operai e non come le api, avevano perso il loro ruolo: già nessuno li voleva più; i grandi gatti si sono imborghesiti e da fedeli e opportunistici, per non dire egoistici, esseri da scuri e individualistici scopi, non muovono una foglia; se vedono qualche topo implorando predazione neanche si scomodano a pensare perché mai i topi si siano inferociti così tanto, ma ogni tanto scappava qualche topino facendo valere i suoi diritti – da essere vivente sulla terra – e veniva miseramente azzannato e lasciato morto per terra, su una triste e solitaria strada disonorandolo nel suo intimo pudore nel non essere divorato dal suo diretto predatore, ma lasciato agli esseri inferiori che si alimentano di carogne, tanto – la gatta – aveva la sua scatoletta sempre pronta e a tempo indeterminato, cioè a sette vita natural durante. Era qui che si verificava sperimentalmente la teoria del principio di indeterminatezza: il gatto era dentro di una scatola – cioè, viziata in casa – e non con il cianuro ma con le scatolette. Questo faceva diventare la gatta morta anche se era viva in qualunque momento della sua esistenza e lungo le sue innumerevoli vite. I gatti rivendicano il diritto di essere alimentati come natura detta: vogliono le scatolette di topi pastorizzati e magari senza pelo perché rimangono sulla lingua. Sarà meglio che salga e lascio stare questo putrido spettacolo dove un pungente odore, non gradito da me, cominciava a essere molesto; Julián di sopra sarà ancora in posizione vegeta e se non mi trova quando si sveglia magari parte e se ne va, come difatti ha fatto quando ho visto che non c’era quando sono arrivato al muretto.
Similari

 ⋯ Il caso Nietzsche
1521% ArticoliFilosofiaGianni Vattimo
Nietzsche, accompagnato dalla sua cattiva reputazione di pensatore dei nazisti, fu poi riconsiderato, agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo, da quel movimento che prese il nome: Nietzsche-Renaissance o il rinascimento nietzscheano, e soprattutto ⋯


 ⋯ Il mercantile
776% IneditiSergio Parilli
Magari è troppo presto, ma i sognatori, hanno sempre lo sguardo perso, sicuramente piacevole nei loro pensieri e sorridono… ma, anche se sono solo due righe con due soli sostantivi, l’emozione è sempre la stessa per il poeta. Siamo nel periodo di un’attra⋯


Gustave Doré ⋯ Elia distrugge i messaggeri di AhaziaCirca la nostra condotta verso noi stessi
725% Arthur SchopenhauerDoré GalleryFilosofia
4.° Il manovale che aiuta a fabbricare un edifizio, non ne conosce il progetto, o non l’ha sempre sotto gli occhi; tale è pure la posizione dell’uomo mentre è occupato a dividere uno per uno i giorni e le ore della sua esistenza in rapporto all’insieme de⋯


 ⋯ L’onore
671% Arthur SchopenhauerFilosofia
La discussione sull’onore sarà molto più difficile e molto più lunga di quella sul grado. Prima di tutto dovremo definirlo. Se a tal uopo dicessi: «L’onore è la coscienza esterna, e la coscienza è l’onore interno», la definizione potrebbe forse piacere a ⋯


Marina PodgaevskayaSulla differenza delle età della vita
608% Arthur SchopenhauerFilosofia
Voltaire ha detto mirabilmente bene: Qui n’a pas l’esprit de son âge De son âge a tout le malheur. Converrà dunque che, per chiudere queste considerazioni eudemonologiche, gettiamo uno sguardo sulle modificazioni che l’età porta in noi. In tutto il corso ⋯


Egon Schiele ⋯ Circa la nostra condotta verso gli altri
581% Arthur SchopenhauerFilosofiaSchiele Art
21.° Per mettersi fra la gente è utile portar seco una buona provvista di circospezione e d’indulgenza; la prima ci garantirà dai danni e dalle perdite, l’altra dalle contese e dagli alterchi. Chi è chiamato a vivere fra gli uomini non deve respingere in ⋯