Nel latte rimango sempre croccante

 ⋯ – Julián… Julián… Dove ti sei cacciato? – La porta dietro la casa che da all’orto era nella stessa posizione di poco fa quando salutavamo a Chiara e questo mi fa nascere una specie di ansia, mischiato al dubbio che magari se ne era andato via.
– Julián… Julián… – Provo a richiamarlo con la voce più alta e preoccupante, come esca per quelle esperte orecchie sempre puntate dove c’è la più minima attività motoria o sonora, caratteristica del territorio e dintorni.
Forse avrei trovato la risposta, terra a terra, da qualche casuale passante che senza farci caso avrebbe intravisto qualcuno che magari aveva le sembianze di Julián che deambulando lungo le scorciatoie per tagliare la strada asfaltata a S, dietro al paese, verso Croce per andare a Sinalunga sarebbe stato identificato fermo guardando nel vuoto la valle verso il sudest mentre urinava e si bagnava le scarpe di tela con gli schizzi, color brillante, dalla grossa pressione che come pompa poteva arrivare facilmente ad un getto considerevole. Ma questa era solo un’ipotesi, era solo il frutto della mia preoccupazione per non averlo trovato nel posto di prima che ci avrei giurato – anche se non ci credo ai giuramenti – di trovarlo ancora lì come un tronco secco con quelle vespe che le giravano intorno al capo. Il posto, dove era appisolato, era vuoto e questo cambio non era attendibile.
– Julián? – Lo chiamo come interrogandolo, con una voce più serena mentre entravo dalla porta. La luce era accesa e questo non era previsto: la Chiara non poteva aver lasciato la luce accesa quando siamo usciti da lì e poi non c’era bisogno di tenere la luce accesa di mattina.
Forse Lucio, alla sua insaputa – come va di moda fare – l’avrà accesa mentre andava a prendere di sopra a Federico per andare via con la Chiara ad Arezzo; anche perché Julián non avrebbe mai accesa la luce, anzi, non si sarebbe mai permesso come anche quella di entrare in una casa senza annunciarsi… ma perché mai gli serviva entrare se stava così comodo sul muretto? Per la sete? Ma a due passi c’era la cannella che è meglio, ha meno calcare e viene sempre fresca, anche al Sol Leone la bevi ghiacciata – così diceva il babbo della Chiara, quando si veniva a dare una mano per portare via l’erbaccia che raccoglieva quando puliva l’orto il fine di settimana.
Con cautela salgo al piano di sopra, quella che sta allo stesso piano della strada, perché dalla mia posizione, nel seminterrato, non riuscivo a vedere bene le eventuali ombre che potevano rivelare qualche sprovveduto intruso nelle veci di quello che non si vuole fare i fatti propri, cioè qualche ladruncolo e questo non era un bel pensiero. Mi è bastato questo pensiero per interrompere la fluida salivazione nella mia lingua e al dire il vero anche tra le gambe sentivo un movimento inusuale e non era perché stavo salendo le scale giacché questo pensiero mi aveva rallentato un po’ troppo per i miei gusti, ma il movimento c’era e non cessava anche quando ero fermo e respiravo profondamente. Se c’era effettivamente una vera intrusione allora stavo perdendo la partita perché sono sprovveduto di racchetta e io odio mettermi in gioco senza che l’avversario mi permetta usare una racchetta – anche di legno-randello – invece mi fanno usare quella senza l’incordatura e come si divertono quando io rispondo e la loro palla guadagna il set; molti di loro, appartenenti allo stesso branco, non assistono al gioco con spirito sportivo per decretare o valutare il miglior tiro e la miglior risposta, non sono scienziati o statisti e voglio divertirsi vedendo a uno durare fatica per rialzarsi e rispondere alle loro false prospettive. Ecco, dovevo evitare d’improvvisare e i miei testicoli fecero pausa yoga. Sono tornato in dietro silenziosamente e così sono uscito per cercare qualche oggetto contundente, che picchiasse fortemente le gambe dell’eventuale furbone se crede di farla franca con me. Il mio respiro era amletico, nel senso che poteva anche essere ma non era un respiro di quelli che si fa quando si abbraccia a una persona cara, era un respiro dimenticato e senza fiato. La luce del sole cominciava a farsi valere nel suo posto più alto e un palo o una paletta non si vedevano al giro; vado verso l’orto, dove sono i pomodori, perché magari trovo qualche zappettina e quando con agilità felina salto il muretto che lo divide quasi quasi schiaccio il petto del legno secco di Julián che quando ero di sotto era caduto e rimasto così come dettata dall’inerzia. Non si era accorto che quasi gli venivo addosso ed era ancora nella sua profondità amorfa e vuota di significati; mi sono messo seduto vicino a lui che era sdraiato e con la faccia a terra. I pensieri di prima sono volati via, i miei progetti bellici non potranno più essere un espediente anche se nel latte rimango sempre croccante.
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