L'utile come superfluo

 ⋯ Uno se si mette a pensare muore – mentre ricordo l’aneddoto del filosofo in un film di Godard e Julián che non dava segno di morte, accanto a me – o tocca farla corta prima che il pensiero invada il nostro essere sul mondo, come fanno alcuni pensatori che prendono il volo da qualche piano abbastanza alto come per rimanercisi secco. Ora comincia a tirare un po’ di brezza e non so s’è perché siamo di spalle al muretto; comunque meglio di prima, che non tirava per niente. Mentre appoggio la schiena al muretto anche Julián si riprende da suo torpore e rimettendosi a sedere – per terra questa volta o forse perché voleva stare alla mia stessa altezza – mi guarda agli occhi per farmi capire che l’ho svegliato, mentre io non avevo fatto nessun rumore e stavo solo pensando.
– Appunto. – mi disse guardandomi male – I tuoi pensieri fanno solo chiasso e non ti si può stare vicino per quanto sei fastidioso con quelle onde che inutilmente propaghi e fai andare le lancette del tempo.
– Ma che cavolo sta dicendo Julián? – Veramente non riuscivo a capire dove voleva parare con quel suo discorso e poi fatto così di colpo al risveglio da un’apnea durata quasi un’ora con la faccia a terra e ancora aveva le pagliuzze appiccicate in faccia. – Ma lo sai che più ci frequentiamo e più ci smarriamo?
– Come al solito, fai il deficiente. Ma non lo fare con me che non ci casco, anzi, mi viene voglia di sputarti in faccia. – Si rivolgeva così a me con un tono irritato.
– Ma tu, quando ti svegli, fai in questo modo? Macché vuoi? – Non potevo farmi trattare male e anche se non ha età, ma appunto per questo, non dovrebbe mettere a disagio a chi non c’entra.
– Scusa, ma mi lasci qui – mi rispondeva Julián – e sentendo un gran botto per terra, dopo un poco mi appari di fronte rimuginando roba che non sei in grado di trovare se non solo quel senso bipolare.
– In che senso? – Domando ancora
– E sì, o uno o l’altro. Mai il terzo! Ma a che serve il terzo se esiste e non ne teniamo conto?
– Spiegati meglio Julián, anche perché poi non saprei cosa dovrei scrivere al riguardo.
– Facile Sergio. A te sembravo che non c’ero ma anche in quella posizione, come un legno secco come ami definirmi, io riesco a percepire quando e come le tue sinapsi vanno in collisione facendo la voce grossa con il tuo io. – Rimango stupito per quanto riesce a dirmi e che a stento faccio capire che lo capisco.
– Quindi, eri sveglio? Scommetto che ti sei messo, a tradimento, a non farti i cavoli tuoi leggendo i miei pensieri. –
– Beh, qualcosa sbirciavo e anche se il pensiero uccide – continua con la sua predica – crea, al dire il vero, un triplice varco tra ciò che viene proiettato al pensiero, il nostro dispositivo di ricezione con tutti i suoi annessi – cioè nostro corpo – e il pensiero stesso che se la pensa da sé – quello primario o primordiale, quello che c’era prima che il pensiero elaborato coprisse il germe delle immondizie con altre ancora più sudicie.
– Ammettendo quello che dici, che ne trai? – sembrava che volesse darmi una di quelle descrizioni paranoiche e fuori luogo come di solito ama fare. Si mette in piede – prendendo in mano prima una canna corta dal catasto che le era a fianco e che servivano ai pomodori e salendo sulla balla del indifferenziato come cattedra, comincia a fare disegni per aria mentre mi dice.
– Mentre non si ha pensieri e il corpo vive la contemporaneità allora la vita si esprime ai suoi massimi livelli; ma questo proliferare porta inevitabilmente a stabilire una società non pensante e, per ora, dedita a consumare ciò che essa stessa produce – anche se sono di scarsi o mediocri valori nutrizionali – e, chi non ha lo stomaco per digerire la robaccia prodotta dagli insensati resta escluso per finire eliminato dalla non-pensante macchina sociale.
– Allora secondo te, tutti noi, come reciterebbe un evoluzionista, finiremo con la testa vuota? – La sua affermazione, poi detta al suo risveglio, non era non frizzante.
– Chi reclama, non le briosces, ma dignità e non è utile – continuava dal suo trono e la canna che aveva in mano questa volta segnalava verso l’oltre – non solo resta inatteso ma ostracizzato per evitare che costui, pensando, decida di andare scalzo per le strade e inserire i suoi zoccoli di legno, e con coscienza, nella corona dentata dell’ingranaggio maestro che manda la farsa per alimentare ai mangia-pane a tradimento.
– Beh, il sistema che è incapace a gestire la diversità penalizza a chi è differente. – rispondo io, intercalandolo e anche per far capire che lo seguivo.
– Rimangono a galla solo chi ha il vuoto dentro – infieriva Julián con quella cazzo di canna – che come una camera d’aria si fanno guidare dalla corrente, come dei pesci morti da un avvelenamento a monte da chi non ci pensa. Sono morti comunque anche se non pensano e si aprono strada interpretando il loro mondo come quello che, di chi ha deciso per loro, sia. Essere dominati e senza pensare era come morire pensando, era una vita claudica, zoppa, mancante di libertà, dada via come moneta di scambio, come fece Essaù.
Mi fa pensare alle lenticchie ed era quasi il tocco. Poi era da un po’ che pensavo a nutrirmi. Quindi, se penso a nutrirmi non muoio ma vivo.
– Ma solo se pensi a nutrirti – mi risponde Julián nel mio pensiero mentre abbandonava indifferentemente la cattedra – altrimenti se pensi ad altro, sei morto e senza significato.
– Andiamo in cucina, va! Vediamo che c’inventiamo. – Mi ero messo in piede per spostarci.
– Ma non ti hanno detto quando tornavano? – mi chiede Julián se Lucio e Chiara mi avevano detto qualcosa se tornavano.
– Lo sai come sono. Non dicono mai niente a nessuno e poi non serve a niente.
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