La postina che non bussa

 ⋯ Mentre entravamo dalla porta di dietro, quella che porta subito in cucina, si sente smuovere la ghiaia nella stradina interna, come se ci passasse sopra un mezzo, ma non si udiva nessun motore a scoppio. Sospettando della faccenda, mentre Julián era già andato in gabinetto per lavarsi la faccia perché ancora aveva i segni dell’erba su cui si era addormentato, torno in dietro e vedo la postina che si avvicinava con il motorino spento.
– Ciao, qualcosa non va al motorino? – chiedo per informarmi
– Ma no. Vengo dalla piazza del Comune e se ho diverse lettere da distribuire in un tratto corto allora neanche l’accendo il motorino e faccio due passi. – mi rispondeva giustificando la mia domanda – C’è la Chiara in casa? Dovrei consegnare due lettere…
– Sono usciti tutti e non so quando tornano – questa volta ero io a motivare la loro assenza.
– Sono entrata dal cancello perché ho visto la porta chiusa. Di solito la trovo qua giù a quest’ora. – Accertandosi che non c’era, mise giu il cavalletto per liberarsi dal suo centauro e cominciò a cercare la posta di Chiara nel suo borsone. Trovandole mi chiese… – Le prendi te o mi fai andare di sopra alla cassetta? Sono quelle commerciali…
– Ma hai visto che hai fatto tutto da te? – la mia attenzione era tutto per lei sia a quello che mi stava dicendo che quello che la meta-visione mi suggeriva giacché a volte mi sembrava accogliente anche se non ci siamo mai scambiati che sguardi fulminei pieni di significati mestamente occulti, o magari chiedendo di essere scoperti per rivelare l’intenzione simbiotica. Ma no! Erano solo fantasie che se ci si lascia scorrere forse si finisce in un irto perticato e se ne esce non senza lasciarsi lacerare l’ormai penzolante corpo frammentato e reificato solo nelle sue parti erogene dove procura la scossa emozionale, per ravvivare la sua idraulica. Quando nella testa subentra un’altra testa il mondo diventa fallico e non si riesce a vedere altro che il susseguirsi di incassi e concetti in un rapporto mutuo, ma se si agisce come suggerisce la percezione, scatta subito l’ordinanza per il TSO o non sarebbe questa la normale società, secondo gli illustri studiosi a guinzaglio dei governanti che si lasciano guidare dall’impulso frenetico della puzza acre che emanano gli emissari del soldo.
– In che senso? – ci aveva messo un po’ troppo per farmi la domanda. Magari stava aspettando che finisse il mio pensiero per intervenire o anche lei era persa nei suoi pensieri mentre appoggiava le lettere sul tavolino rotondo di ferro che è di fuori.
– Ti dicevo, che era inutile la tua domanda. Magari dammele che le porto dentro e così siamo sicuri che le trova. – la fece cambiare direzione per farmi avere le lettere.
– Infatti! Te lo volevo chiedere. – Mentre mi dava le lettere, una le scivolò dalla mano e io con una mossa da consumato giocoliere la prese al volo e non alla prima intenzione ma, sbagliando, nella correzione, come uno schiaffo, la lettera andò a colpire il dorso della mia mano sinistra, capovolgendosi sopra il mio indice e andando a finire nel palmo della mano, stringendola a dovere. Nel momento della presa acrobatica, lei mi dava la rimanente con uno sguardo sì sorridente ma disarmante come volendomi dire chi me lo faceva fare certe mosse da scemo.
– E perché non l’hai fatto? – la mia domanda convenzionale poteva avere un significato magari invitante anche se con lei ci siamo solo salutati cordialmente ogni volta che ci incrociavamo e nonostante lei non abbia mai bussato a casa mia per portarmi le sue candide lettere, come i suoi capelli spettinate dal vento che prende dal motorino, è attraente e la fa diventare fuori dal comune… e anche il suo culo non scherza e sarei cattivo se mi azzardo a chiedere a Julián di sentire cosa racconterebbe il suo largo e soffice motorizzato sellino.
– Ma mi fai il terzo grado? – mi chiede, sorridendo, come se volesse mantenere le distanze, ma forse perché se ne era accorta che aveva lasciato capire che non era il momento per capire niente e rimandare non se ne parlava giacché la miccia è umida di saliva.
– Ma no. Solo retorica. Vuoi bere qualcosa? Un bicchier d’acqua?
– No grazie – si stava rimettendo il casco per partire e questa volta in moto – vado di corsa… sono a fine servizio e c’ho ancora una decina da consegnare. Ciao.
In un giro del motorino di avviamento si mise in moto e mentre si allontanava, la sua mano sinistra tracciava in aria come dei cerchi per farmi capire che tanto ci rivedreremmo e magari non in servizio in qualche posto dove i nostri pensieri si guarderebbero non in faccia perché sarebbe inutile avere qualche faccia, quando è la meno importante. Il rumore del motorino in salita, nella stradina ghiaiata, fece uscire Julián dalla tana del bagno dove si era cacciato, domandando…
– Ma era la postina, Sergio?
– Si – rispose
– E perché non mi hai chiamato?
– E che ne so, io? Mica so come te, che sai tutto quello che la gente sa e anche non fa.
– Ma era la Giulia?
– Ancora? Ma chi se ne frega come si chiama? Io la conosco ma non di nome.
– Ti piace, no? È una bella fica o no?
– Ma che vai dicendo?
– Guarda che io e Giulia ci siamo capiti una serie di volte, tanto tempo fa, quando il suo marito era scomparso in India.
– Ma la postina?
– Si. Giulia
– Ma è giovane! Forse ti sbagli
– Ma ha due belle tette?
– Grazie al cazzo! Le tette sono tutte belle. Tutte le tette, anche quella unta, che puzza di mocio, della pipistrella
– Allora il culo! Non ha un culo avvolgente?
– Al dire il vero, non era così avvolgente come lo definisci ma direi solido e in tono con le ferme cosce che sostiene l’impianto corporeo.
– Allora non te ne intendi di culi. Quando trovi un culo come quello di Giulia e provi a dormire con lei medesima è disarmante pensare di doversi allontanare da quel fatuo vacuo contenente solo sogni e non solo quegli impuri. Si piange come un bambino non slattato, anche se camminiamo per strada con il contratto di fingere e vendere la nostra bella faccia che impedisce far notare come siamo mal ridotti.
– Ma sei così scemo quando parli di donne? – chiedo io perché mi sentivo a disaggio sentire certe cose anche su una donna che non conosco e che egli dice chiamarsi Giulia. Magari se non me le raconta, certe fesserie, tra io e la presunta Giulia poteva nasce qualcosa di più simpatico, anche se si era guastato tutte le buone intenzioni al sentire parlare Julián di lei.
– Lo sai come ho scoperto che ci stava? – continuava insofferente
– Come? – chiesi in automatico, perché se lo aspettava per proseguire e ormai era a ruota libera.
– Dal sellino del suo motorino. – rideva mentre lo diceva
– In che senso?
– Mi ero seduto sul motorino per gioco mentre era incustodito e lo sentivo un posto conosciuto; al ché arriva la Giulia e mi fa il gesto di scendere. Non mi opposi e quando eravamo vicini non ti posso raccontare più niente perché mi sono perso in lei.
– Ma quante cazzate racconti Julián – asserisco incredulo
– Mi ricordo solo i suoi neri capelli mediterranei con il profumo tosco dell’olivo appena spremuto accarezzati dal vento – lo diceva socchiudendo gli occhi mentre la testa girava a pendolo da destra a sinistra.
– Scusa Julián, ma la postina aveva i capelli ialini.
– Come ialini?
– Si. Erano trasparenti per quanto erano chiari. Come l’argento vivo.
– Macché! La Giulia è una mora come il miglior mediterraneo ha potuto creare.
– Allora stiamo parlando di due persone diverse?
– Ma era bionda la postina? – mi chiese Julián per rassicurarsi
– Si e anche giovane.
– Allora non è la Giulia
– Sicuramente sarà così
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