Stabilire una stabilità

 ⋯ – A volte mi sorprendi Sergio – non so a cosa si riferiva Julián. Stavamo parlando di donne e su questo argomento non è che egli sia un esperto perché non ha sentimento, o per spiegarmi meglio, ha un sentimento ma morto, molto morto e anche sepolto, tanto che non ne fa uso perché non serve a niente e alimenta solo la pietosa virulenza auto-replicativa affinché le forme di vita ricoprano l’intera superficie del pianeta. Dopo, quando si mette a parlare del corpo, per noi che siamo abituati a vivere quest’istanza di realtà, diventa osceno perché sopprime il dolore – come noi in quest’istanza la sopprimiamo al resto degli esseri viventi – e gli toglie la capacità di agire arbitrariamente – come gli stessi di prima con la loro illustrata consapevolezza si attribuiscono a sé stessi. Solo lui sapeva di non essere, per il resto, sembrava una persona come un altra, anonima, carente di stima, perso nel mondo suo come un fantasma che svolazza spinta dal vento – preferibilmente freddo e magari anche di sera quando tutti stanno a guardare la tv – incapace di far muovere le cose, di far luce, chiarezza. Il bello era che non aveva significato, era un non-essere ed egli lo aveva capito anche molto prima che gli altri se ne accorgessero. La natura del piombo non era sconosciuta da Julián: era l’ultimo stadio della materia prima di affondare giù nel buco nero, così con convinzione affermava, ma senza pretese di essere capito. Io, al dire il vero, non solo non lo capivo ma neanche mi riusciva a seguirlo per mancanza di fondamenti e mi diceva che erano questi i primi ostacoli da abbattere, i fondamenti, prima di mettersi in ascolto per cercare di capire certe cose che non sono catalogate nella biblioteca del sapere e che dovrebbero essere i fondamentali, come se fosse un istinto primordiale, al singolare, della nostra sanità sociale.
– A cosa ti riferisci? Che non sono capace di farmi avanti con la postina? – Gli occhi di Julián avevano uno sguardo in lontananza, come volendo afferrare o tornare al discorso di prima.
– Macché! Prima di tutto si nota che hai una cotta per quella là, anche per il modo come mi parli come se non ti fregasse niente e invece ne tiri fuori un improbabile colore di capelli – mentre faceva finta di spazzolarsi i capelli e ondulava i suoi fianchi – che solo nei tuoi sogni può essere visto ma con gli occhi di chi vorrebbe la felicità intorno e per sempre. – era proprio convinto di quello che diceva e avrei preferito non dargli torto anche perché non si può mai chiudere le porte ai sogni, anche se questi sono proibiti da quelli che dovrebbero essere decapitati, per la loro arroganza di vietare.
– Purtroppo e per mia temporanea sfortuna, ti sbagli Julián – lui voleva insistere, per provocarmi, per sentire che tiravo fuori. Mi voleva vedere insieme alla postina, che non so come si chiama; l’unica cosa che so, quando la vedo, è che perdo il lume e la seguo come il guinzaglio norma; ma tutto lì, non c’è stato mai l’oltre – che dovrebbe essere stabilita come stabilità – che sarebbe ciò che natura consiglia e che la civiltà castra. – Quando stavi salendo per lavarti la faccia, l’occhio mi è cascato su un libro che era sul tavolo e ho pensato, dal titolo, che era di Lucio. Il racconto del lupo mannaro, di Landolfi. Lo prendo in mano e scorro alcune pagine e appunto sono rimasto a riflettere quando leggo che la luna comincia a sudare un liquido ialino che cadeva sulla mano dell’amico. In quel momento sento di fuori la postina e uscendo la vedo arrivare a piedi, spingendo il motorino, senza casco, sorridente, con i capelli alzati dal vento da dietro che la faceva diventare una capocciona e con il sole in cima sembravano trasparenti, appunti ialini, come diceva il racconto.
– Bella cazzo di fantasia che hai, Sergio. Ma non ti sei mai fatto vedere da uno bravo? – mi disapprovava perché sapeva che gli stavo nascondendo una cosa che non solo sapeva bene, perché io sono un libro aperto per lui, ma anche cosa potevano essere gli episodi che probabilmente sarebbero accaduti, per continuare a scrivere su quel libro che era dentro di me.
– Erano semplicemente associazioni di idee, tutto qui. È come quando facevi l’amore con Gianna a la chiamavi Barbara, appunto perché la sentivi Barbara e non Gianna
– Lascia perdere… – m’interruppe perché non voleva parlare di quel argomento, come lo fece quella sera che mi disse come andò veramente a finire con le sue compagne, che ora sono ottime amiche e vivono insieme ad Anghiari, vicino al negozio di souvenir. Julián ha la sua cameretta da loro ma non ci vive mai e al posto suo è rimasta la gatta di Gianna, vigile sulle tope, come egli ama dire. O trappola per i topi, come appunto si sentiva quando alloggiava nella sua topaia.
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