Pranzo futurista

 ⋯ – Andiamo piuttosto dentro per decidere che inventarci per nutrirci… – Julián, facendo finta di niente, o forse perché voleva cambiare discorso, mi fece capire che non era il caso di tirare fuori certe storie anche perché sapeva che non mi sarei risparmiato nel raccontare le sue favole, perché sembravano favole… mi guardava in malo modo quando si rendeva conto che non credevo alle sue fregnacce.
– Ma come? Non mangi mai e ora ti salta fuori che hai fame! – Risposi così perché egli non si era mai posto la questione del nutrimento. La sua sintesi energetica non era basata sui zuccheri, come facciamo noi esseri viventi; e neanche con la chemio-sintesi come fanno altri microrganismi, ma quella che egli ottiene attraverso le onde che si propagano nel vuoto che crea un solido incorporeo – ma determinato nello spazio – che muove oggetti che a sua volta producono calore.
– Ma non lo dicevo per me Sergio. Lo dico perché a quest’ora si celebra il rito della cucina e a me piace dare una mano o magari suggerire qualcosa per sapere se viene bene; anche se, come sai, non mi rendo conto come funziona questa cosa di gusti e sapori e lo so solo per quanto voi mi fate vedere e capire Il risultato.
– Ma non fare lo stupido! Lo sai bene che pochi cucinano come te e non tutti sanno che non sai il sapore o il gusto che ti viene fuori da quello che fai, se non al momento che gli altri dicono: Porca puttana, quant’èbbono. – Julián cucinava e cucinava da dio, ma non mangiava o faceva finta di mangiare solo quando nessuno lo vedeva. Egli viveva la postuma dieta per mantenere la forma, lasciandosi radiare dagli infrasuoni per il suo ricambio energetico.
– Ora non fare il coglione anche tu, come gli altri…. – me lo diceva mentre apriva il frigo e non trovando quello che cercava, anche se il frigo era pieno zeppo, si mise a ridere dicendomi – ma in questo frigo c’è tutta roba da buttare via. Lo prendi un sacchetto?
– Ma sei matto Julián? Ora ti metti a buttare via la roba degli altri? – Stava scherzando ma allo stesso tempo mi faceva notare tutta la porcheria che c’era nel frigo della Chiara come per fare uno sfregio al denaro che l’ha acquistata.
– Ti va una caprese? – aveva in mano delle mozzarelle che aveva portato lo zio della Chiara la sera prima quando era tornato da Salerno dal funerale della sua cognata che morì alla veneranda età di 108 anni. Le mozzarelle erano per gli ospiti della veglia funebre e lo zio di Chiara ne prese quelle che sarebbero andate a male se nessuno faceva come lui.
– E perché no? Devono essere genuine, le ha portate ieri sera lo zio di Chiara da un funerale. L’ho incontrato ieri sera quando è arrivato da Salerno. Lo conosci?
– Chi? Franco?
– Si, lui. Mentre le scoli io vado all’orto a prendere due pomodori. Mi raccomando… falle alte le fette. – dopo pochi passi mi sono trovato fuori e il sole era ancora più brillante; l’aria cominciava a essere impegnativa per tutto quello che portava.

Quante volte mi era successo di mettermi a pensare di portare a termine – nel breve tempo e dal più incombente fino a quello non strettamente necessario – un compito e, al primo ostacolo invalicabile, fermarmi e tornare in dietro per riprendere la rincorsa e colpire con ancora più forza l’ostacolo, o quel muro senza malta che non tiene i suoi limiti. Ecco, quella era verità indiscussa, non scordabile, eretta, direi fallica, pacificamente somatizzata dai più e mai messa in discussione – perché giustamente, mi faceva capire Julián, diminuirebbero il numero di lenticchie sul piatto del malevolo infrattore di società e affini – era la chiave che chiudeva la porta e ne apriva un’altra sconosciuta – e per ciò temuta – ma non preferita per la nota con le favole accettate dall’apparentessimo cronico attuale.
Ma il pensiero non giustifica l’azione e pensarci non basta per debellare l’ignoranza causata dal senso pratico della vita; pensare in quel senso – che per poche o alcune volte è utile per sé e non ha nessun riscontro pecuniario – non garantisce ché la penuria in un mondo pieno di inutilità per quanto riguarda la natura intrinseca della nostra consapevolezza sul territorio che ci circonda.
Mai una vita pratica può essere paragonata a una vita utile; la prima cerca riparo, la seconda soluzioni; la prima è ferma sul trono, la seconda ha con sé un’azione: è qui quando si determina o si giustifica il pensiero che può portare ad un’azione – per questo motivo le tante capocciate – e in questo caso è l’azione che annienta il pensiero o ciò che lo contiene.
Tantissime persone muoiono in disgrazia perché non sono riusciti a spendere tutto quello che la loro vita pratica ha speso per accumularlo; poveri menti – figli di una natura minore o primitiva, claudica – che lasciano il prodotto della loro avarizia a degli esecutori del crimine – i loro eredi – che si vedono arrivare il malloppo in tasca senza capire se ha valore per il bene o per far male dannandosi perché vogliono imporre la loro brutale visione con la vigliacca moneta, l’acquisitrice dell’altrui volontà. Invece, con il pensiero utile, si rimane immune da questo male tremendo – che lega la propria vita a un chiodo fisso su una tavola di legno che galleggia nella pozzanghera della precarietà di pensieri sdruciti – e anche se sembra di andare nel flusso non è mai impantanato perché si può opporre alla minima altrui prevaricazione somatica e di solito gutturale.
Penso che due pomodori e quattro foglie di basilico bastino…


Crediti
 • Sergio Parilli •
 • Sapere di non essere •
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