La cieca fretta

 ⋯ – Occhio! – così mi disse Julián quella mattina presto quando salivamo per queste scale a Lucignano e mi spiegava sull’opportunità di non continuare ad essere così ingenuo da credere che sia reale tutto ciò che ci appare dinanzi.
– Eh, faccio uno sforzo tremendo per sbugiardare la bella favola che mi hanno raccontato… – e mentre cercavo di dare una spiegazione, tra l’altro non attesa, mi toglie il fiato di bocca per non farmi cadere nella trappola del giudizio affrettato.
– Non si tratta di quello che mi vuoi spiegare; non si tratta della società e come si sia organizzata per fregare al prossimo e sempre con l’ancestrale scusa della fratellanza; e neanche dei discutibili valori che si danno alle cose alienando al prossimo per somatizzare gusti indigeribili causati dalle varie miopie che l’egoismo genera; si tratta piuttosto dell’occhio e quanto questo occhio, molto amico del suo contenitore (anzi, in stretta simbiosi con il resto del corpo e direttamente comunicato con il confessionale sinaptico… – già cominciava a essere peso sto Julián con i suoi racconti che non so da dove li tira fuori – …per filtrare la luce e in un modo elettrico fare andare il suo biologismo fino al suo naturale esaurimento o cambio di stato di energia), possa strumentalizzare o manipolare tutto il resto creando corpi sempre più complessi fino ad arrivare alla nostra anomalia come la specie dagli occhi spenti e menti incoerenti
– Spiegati meglio Julián, che comincio a non capirti. Anzi. Non ci sto capendo niente. Dove vuoi parare con quest’occhio?
– L’occhio è una minaccia ma anche un mezzo, direbbero gli incauti. L’occhio nasce perché serviva, altrimenti sarebbe nato cieco – si mette a ridere per sdrammatizzare ma non c’era niente da ridere perché dopo di 3/4 di secondo si ricompose per continuare con il suo discorso, secondo lui, stravagantemente serio – come difatti nascevano tutti gli occhi, prima ancora della nascita del cervello. Perché anche se tu vedi – mi diceva guardandomi fisso – e vedi la totalità delle cose, se non c’è una regia dietro alle quinte per ammirare tutta la luce che c’è nel momento con tutte le sue sfumature e forme, allora tanto vale saltare dal palco, chiudere le tende, perché la recita per la rappresentazione dei colori con i suoi suoni correlati non viene recepita da nessuno e anche se regali i biglietti per riempire il teatro resta solo un semplice gioco di luce stranamente accoglibile.
– Ma smettila Julián!
– Ma non mi capisci sul serio?
– Qualcosina al inizio l’afferravo ma poi sei andato giù di brutto. Faccio un caffè? – eravamo intanto arrivati a casa – Magari trovi altre parole per spiegarmi meglio questa faccenda dell’occhio. Hai cominciato a mettere troppa carne sul fuoco e troppi concetti traballavano in equilibrio precario nella mia memoria non omerica e mi perdo nei meandri ottusi della mia capacità di comprenderti; però le tue metafore mi divertono perché hanno quel sapore insipido, aspro, come quando si passa la lingua su una fetta di limone al mattino presto. Ma tu continua e non te la prendere. – e mentre andavo in cucina per fare il caffè mi chiese se avevo il the – No, c’ho qualche bustina per l’infuso. Se vuoi, scaldo l’acqua…
– Si Sergio, allora scalda una poca.
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