Il caffè Lavado

 ⋯ Finalmente prendiamo questo caffè e spero tanto che non me la strilli perché, come si sa, nei discount si va per cercare di non spendere o di spendere il meno possibile, lasciando libero sfogo al passatempo gratuito di tutti gli utenti nel spendere in desideri di acquisto dalle lunghe filiere, abbondantemente piene di cose attraenti e costosissime, ordinate da quelli più belli, in alto inaccessibili, fino a quelli che ti devi piegare o strisciare in terra, lasciando il passaggio più lustro dell’alluce di Mosè a san Giovanni. Modo medioevale e caratteristico che offende al cliente e istiga all’odio marxista di classe e, per nascondere questa cosa vergognosa, più avanti e alla stessa altezza, ci mettono dei lecca-lecca e quelle briose strazuccherate al finto cioccolato che vanno ghiotti quelli di bassa statura accompagnati – in qualche modo – dal suo genitore o il responsabile da un consumo irregolare del piccolo ma vorace fagocitante con il cervello ancora non deformato dalle imposizioni sociali. Mai però comperare quello assolutamente meno costosi e a una altezza media – quella gomitolare, per intenderci – perché di solito è roba che a produrlo ci vuole un miracolo perché è simile, ha lo stesso colore e di solito la stessa forma ma quando vai a ingerirlo si rischia di scatenare una bella rivolta tra i batteri che popolano il nostro corpo – che in verità è il loro corpo e noi agiamo secondo il loro libero e calcolato arbitrio. Se questi s’impuntano, cominciano a fare picchetti per farti capire che quella roba non la devi ingerire perché commetti un battericidio di massa extra-molecolare e subito smettono di funzionare vari reparti – prima muoiono a tutti quelli che lavoravano al nero, poi gli altri che non avevano il premesso di soggiorno – provocando vomiti o, in stadi avanzati, anche dissinterie. A questo punto ti puoi rendere conto quanto ti è costato l’imprudenza: se la puzza non è una puzza ma una puzzetta che va via con il solito venticello allora sei salvo ma avvertito che sarebbe meglio non provocare i vibrioni; invece se la puzza è insistente allora bisogna muoversi un po’ più velocemente e aprire magari la finestra anche se fuori tira un po’ di vento e che serva da monito per non cadere nella tentazione di spendere senza consumare, come i segaioli ben sanno; se la puzza è ridondante, nel senso che dove ti sposti, ti sposti, il riverbero di queste infraonde puzzolifere insistono nella sua istantanea, senza sfumature o degrado, a dare fastidio ai peli interni del nostro delicato e ultrasensibile olfatto allora è opportuno prendere il martello di gomma e spaccare il vetrello incastrato al muro per prendere la supposta – che gli illustri consigliano ghiacciata – per astringere e tenere sotto osservazione un’eventuale straripamento dagli argini della natura morta o conglomerati di materia sfibrate che rappresentavano il valore aggiunto della nostra personalità e che da loro nutrivamo la nostra semplice vita al loro servizio. Ormai il sadomasochismo viscerale indotto si stava imponendo come standard di consumo e la gente che riusciva a sopravvivere erano le meno fortunate in palese contraddizione darwinistica, giacché questi dovevano essere condannati a non morire e vivere mangiando, o senza poesia, ingerendo il loro fabbisogno diario stipulato a quanto era capace di spendere. Solo quelli che riuscivano a spendere tanti soldi si potevano permettere di mantenere la loro agonia il più lungo possibile. Questo era quello che raccontava Julián, senza dirmelo – cioè, me lo faceva notare… io, qualche lezioncina l’avevo appresa e per il caffè avevo trovato uno discreto.
– Buono questo caffè! Che marca è?
– Lavado
– La tazza?
– No, la tazza è lavata. È il caffè che è Lavado.
– Lavado?
– Eh si! Ma scusa, non ci credi? Lo chiamano caffè wet e lo importano dal Burundi. Vai a quel discount che sta vicino alla Posta che lo trovi…
– È che il nome mi confonde un poco. Ma tu l’ha mai comperata la tazza?
– Non mi piacciono. Io uso queste, usa e getta, così non le lavo.
– Buono!
– La tazza?
– No, il caffè Lavado
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