Passo di danza

 ⋯ – Hai un’altro goccino?
– Si, l’ho fatto in quella d’acciaio da sei che ho comperato dai cinesi. Aspetta che la porto qua così la vedi.
– Ganzo! Sembra un termo.
– Beh, quando sono da solo ne bevo una tazza e il resto lo metto in quel termo che sta dietro alle tue spalle, che ho comperato sempre dai cinesi
Julián si gira e lo riconosce
– Ah, ma guarda che culo; ne ho una identica e ti dico che tiene tutto tranne che il caldo; dopo mezz’ora trentro è marmito (da marmo, freddo – dentro è di marmo)
Julián si rivolgeva così a me, usando le parole che sentiva al giro, per esprimere il suo concetto, non era sicuro di essere capito se usava le parole scritte sui libri; altrimenti avrei capito ancora meno di quanto si presuma che si sappia. Usava aggettivi non ancora in uso – secondo lui – verbalizzava oggetti e alcuni sostantivi diventavano avverbi. Ma non si esprimeva così con me e neanche con gli altri: ero io a sentirlo parlare così alcune volte che andavo a trovarlo e – nel suo giardino, seduto sotto al fico, quando mi avvicinavo alle sue spalle – faceva finta di niente e mi salutava. Del resto, sembrava uno dei nostri; non era un nemico e neanche un barbaro; non è qui per conquistare o per toglierci il posto di lavoro. Egli sa perfettamente che noi tutti abbiamo il mutuo da pagare e che siamo pronti a sputtanare a chiunque laceri anche la minima quota parte dei nostri privilegi da servi, che non si vuole rottura di coglioni e che siamo disposti a lottare per non far valere i diritti degli altri se non sono esattamente quelli nostri. Noi siamo disposti a morire per i nostri diritti, ma scusateci se altri muoiono per i suoi diritti, dobbiamo ancora capire se gli altri si possono permettere di campare i loro diritti e in questo intervallo bellicoso si fanno le bombe per facilitare la morte degli altri per i suoi diritti o magari la morte dei diritti degli altri: nel primo caso, rosso sangue e nel secondo nero pece. Ferro e piombo; cazzi e amari, come d’altronde sembrerebbe non fosse…
– Ti capisco Sergio…
– Come?
– Ho capito tutto quello che stavi pensando mentre versavi il caffè
A volte mi faceva paura Julián. Era capace di leggere il mio pensiero, io a malapena riuscivo a scriverlo ma sempre molto male, cioè non conforme. Invece Julián, non solo sapeva scrivere bene i suoi pensieri ma addirittura sapeva leggere i pensieri degli altri, così a naso, al volo. Non c’era bisogno di parlare con lui perché capiva tutto al volo, come se l’avesse sempre fatto o come se fosse nato solo per fare quello che fa. A uno bastava pensare una cosa e già Julián era all’opera; ti anticipava, e il tempo avanzo erano briciole che mettevano nel caffellatte, perché era libero.
– Beh, sai… Julián, a volte succede che uno si mette a pensare…
– Si, lo so. Non me le dire queste cose perché hai già spiegato al lettore che riesco a leggere i pensieri. Se non lo chiariamo potrebbe sembrare che stiamo recitando, come di fatti si fa altrove.
– Va bene, finisci di bere che usciamo. Ti va di andare a trovare la Chiara?
– Qui dietro al passaggio dell’Ovo?
– Si proprio li!
– Andiamo.
– Ma tu la conosci alla Chiara?
– Chiara la mora? Beh, qui conosco a tutti e, tranne me stesso, tutti mi conoscono. Vorrei arrivare a capire in toto cosa cavolo sanno di me così almeno mi muovo meglio. Una volta che si studia il copione si dura meno fatica, se invece si deve improvvisare – una volta uno e una volta un altro – alla fine stressa e mi tocca evitare cambiare il corso degli eventi, evitare le fratture di Rhandell
– Ma chi è Rhandell?
– Ma non capisci lo scherzo?
– No!
– È possibile?
– No!
– Ma ti ho fatto anche il gesto
– Quale?
– Come se avessi un randello in mano…
E io pensavo che era un suo passo di danza mentre caminavamo…
– Ah! Ora ho capito… Fai bene.
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